E&M

1998/3

Gianni Canova

GENETICA E STRIP-TEASE. Strategie di mobilità e di riconversione professionale nel cinema contemporaneo

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The Full Monty

Regia di Peter Cattaneo,

con Robert Carlyle e Tom Wilkinson.

Gran Bretagna, 1997.

Grazie, signora Thatcher

Regia di Mark Herman,

con Ewan McGregor e Tara Fitzgerald.

Gran Bretagna, 1997.

Gattaca

Regia di Andrew Niccol,

con Ethan Hawke, Uma Thurman e Gore Vidal

Usa, 1997.

Non molto tempo fa Tony Blair affermava a tutta pagina sui giornali inglesi che la Gran Bretagna sarebbe diventata presto esportatrice di spettacoli (“una delle grandi risorse nazionali”). Detto fatto. Il giovane leader britannico non aveva ancora finito di parlare che un ambizioso cineasta esordiente, Peter Cattaneo, aveva già pronta la formula vincente: prendere la miseria e trasformata in oro.

È quanto fa – in maniera impagabile – il suo film The Full Monty: nato da un soggetto “difficile” che parla di disoccupazione e di depressione sociale, è diventato in poche settimane uno dei titoli di maggior successo (anche economico-finanziario) sui mercati internazionali. Come dire: anche la disoccupazione può produrre business. Soprattutto se racconta come proprio la drammaticità della situazione occupazionale nelle città inglesi devastate dalla crisi dell’economia fordista può sollecitare la creatività dei disoccupati e indurli a fare di una costrizione sofferta e subita (la “mobilità”) un’occasione per rendere la vita più movimentata e stimolante.

Con una sola mossa, Peter Cattaneo colpisce un doppio bersaglio: mette a fuoco e rende interessante un modello ludico-partecipativo di riconversione professionale e trasforma un gap (economico, strutturale, di immagine) in una carta vincente. Gli “eroi” del suo film (sei boys di Sheffield, in mobilità dopo la chiusura delle fabbriche), stufi di bighellonare tra un pub e l’ufficio di collocamento in attesa di un improbabile nuovo posto di lavoro, si inventano il mestiere di strippers e trovano una nuova col locazione sul mercato mettendosi a fare lo spogliarello per la gioia e il gaudio delle signore e del pubblico pagante. Ricetta furba e troppo facile? Sul piano sociale forse sì. Ma nella dimensione dell’immaginario la parola d’ordine di Peter Cattaneo (“Balla che ti passa”) funziona alla perfezione e indica nell’abbandono del feticcio del posto fisso-salariato uno dei tragitti possibili per uscire da un difficilissimo snodo strutturale nello sviluppo dell’economia.

La ricetta ha fatto scuola, tanto che anche il film Grazie, signora Thatcher (Brassed Off) di Mark Herman la fa sua con sorridente spregiudicatezza.

In questo caso la vicenda è ambientata nel 1989, all’epoca in cui la politica economica del governo “tory” stava portando alla chiusura di numerose miniere nel Nord del paese e alla conseguente distruzione di intere comunità. Anche l’immaginaria cittadina di Grimley, nello Yorkshire, è toccata dal dramma dell’imminente chiusura della miniera che dà lavoro alla maggior parte degli abitanti. Ma a preoccupare i minatori, oltre alla disoccupazione, c’è anche la sorte della locale banda musicale, in corsa per ottenere il titolo di “migliore del Regno”.

Sarà proprio la decisione di far vivere comunque la banda, e di andare a vincere all’Albert Hall di Londra il concorso indetto tra le bande musicali di tutta la Gran Bretagna, a offrire ai minatori (e alla loro comunità) l’occasione del riscatto. Di bandiera? Non solo: sconfitti in miniera, gli abitanti di Grimley si rifanno sul palcoscenico. E l’orgogliosa coralità con cui affrontano la musica consente loro di continuare a sentirsi parte di una collettività unita e coesa.

Al di là delle polemiche che ha suscitato sia in Gran Bretagna che nel resto dell’Europa (Italia compresa), il film di Mark Herman deriva il suo interesse dalla lucidità con cui affronta una delle ossessioni più ricorrenti del cinema contemporaneo (e della società che lo produce e lo consuma): come risalire da una posizione di svantaggio e trasformare quello che poteva sembrare un handicap iniziale in una carta vincente.

Nella loro diversità, tanto The Full Monty quanto Brassed Off giungono alla medesima conclusione: proprio una condizione di “allarme” sociale può spingere gli individui a dare il meglio di sé, e ad escogitare soluzioni estrose e originali anche per i problemi più drammatici e complessi.

Perfino un film diversissimo dai precedenti come il fantascientifico Gattaca, scritto e diretto dall’americano Andrew Niccol, prende le mosse dal medesimo problema immaginando un mondo futuro caratterizzato dalla presenza di due sole “classi”: i validi e i non-validi.

I primi sono gli individui programmati geneticamente e concepiti in laboratorio in modo da valorizzare solo gli elementi positivi del corredo genetico dei genitori (eliminando a priori ogni propensione a malattie, obesità, miopia, calvizie, alcolismo, tossicodipendenza e così via), i secondi sono invece gli individui generati ancora seconda la vecchia tecnica (assolutamente fortuita e casuale quanto al risultato possibile) del rapporto sessuale tra il padre e la madre. La prima classe è quella degli eletti, la seconda è quella dei dominati. Non ci sono altre distinzioni nel mondo di Gattaca: la genetica determina a priori le gerarchie di status, attribuisce ruoli e professioni, perimetra i confini e i comparti i del corpus sociale in virtù di un genoismo cromosomico dai connotati molto rigidi e fortemente prescrittivi.

Il determinismo, beninteso, non è totale: anche gli individui “validi” invecchiano, sbagliano e muoiono. E a volte un “non-valido” può perfino riuscire a fornire performances e prestazioni migliori di quelle di un “valido”: come dimostra, per l’appunto, il film. Che racconta la storia di un “non-valido” che si ribella al suo destino di pulito re di latrine e tenta la scalata ai vertici della gerarchia pur non possedendo i prerequisiti genetici ritenuti indispensabili. Ce la farà grazie alla sua ferrea forza di volontà. Alla sua determinazione d’acciaio. E alla sua capacità di trasformare il proprio “handicap genetico” nel trampolino di lancio (emozionale, psichico, motivazionale) su cui costruire la strategia del riscatto.

Con linguaggi diversi e su registri anche molto distanti, il cinema contemporaneo declina il tema della “mobilità” sociale, sia verticale che orizzontale, con stimolante intraprendenza.

E ricorda a tutti come spesso sia Proprio una condizione di estrema necessità (una mancanza, un’esclusione, una perdita) a spingere l’individuo a rimettersi in gioco, a uscire dai binari rassicuranti seguiti fino a quel momento e a ridefinire la propria soggettività in vista di un nuovo e inedito modo di affermare la propria presenza nel mondo. Dalla fiction viene insomma un elogio dello spirito di iniziativa che risulta più che mai in sintonia con le dinamiche e le aspettative del mondo dell’economia.