E&M

2018/5

L’euro e la missione che l’Italia deve darsi


La classe dirigente deve porsi con urgenza una domanda su che tipo di Paese dovremmo diventare nell’economia globale.

Le difficoltà dell’economia italiana di ritornare su un binario di crescita soddisfacente e le aspre discussioni sull’opportunità per il nostro Paese di abbandonare la moneta unica per tornare a crescere non sono il risultato di un ciclo economico sfortunato né della crisi degli ultimi dieci anni.

Una performance declinante

La situazione di seria difficoltà per l’economia italiana comincia intorno alla metà degli anni Novanta. Come si vede dalla Figura 1, da allora a oggi tutte le grandi economie dell’eurozona – compresa la nostra – sono cresciute.

figura 1 il PIL al netto dell'inflazione (Italia vs Francia, Germania, Spagna; 1995 = 100)

euroscenari

Ma in Italia il PIL al netto dell’inflazione è cresciuto rispetto al suo livello del 1995 solo del 14,6 per cento. Sono circa trenta punti percentuali in meno di crescita rispetto alla media dei tre altri grandi Paesi dell’Eurozona (Francia, Germania, Spagna): fatto 100 il livello del PIL di questi Paesi nel 1995 il loro PIL combinato attuale dovrebbe superare di poco il livello di 145. Negli ultimi 23 anni per l’Italia si è invertita la tendenza in atto dalla fine della Seconda guerra mondiale: su quel lungo periodo di tempo era stata l’Italia a guadagnare ben 23 punti rispetto agli altri grandi Paesi europei. Negli ultimi 23 anni il nostro Paese si è cioè rimangiato più che per intero la rimonta realizzata durante gli anni del boom economico.

Nelle classifiche della World Bank l’Italia rimane un Paese ad alto reddito, con un PIL pro-capite di 35.500 dollari (al netto delle differenze di potere d’acquisto del dollaro nei vari Paesi). È più o meno lo stesso livello di ricchezza della Spagna e della Corea del Sud, anche se è inferiore alla media dei Paesi dell’Eurozona (39.000) e della UE (37.000) oltre che di Giappone (39.000) e Stati Uniti (54.000). La specificità dell’Italia di oggi rispetto alla maggior parte dei Paesi con cui il nostro Paese si misura è che gli italiani hanno visto la performance economica relativa del Paese declinare in modo rilevante negli ultimi anni, il che alimenta un senso di sfiducia.

Che cosa è cambiato?

Certamente la lista delle cose che non vanno in Italia è lunga. La scuola e l’università non aiutano la mobilità sociale. Molti pubblici dipendenti sono comunemente ritenuti fannulloni, così come i politici sono considerati parte di una casta che fa leggi in modo da rispondere solo a se stessa e non a chi la elegge. Molte imprese investono poco e non fanno ricerca. Avvocati, notai, banche, assicurazioni, benzinai e tassisti sono ancora troppo tutelati da leggi e regolamenti compiacenti di fronte ai giovani e ai nuovi business del mondo di Internet. Tutto vero e tutto dannoso per la crescita. Ma, se ci si pensa, la maggior parte delle imprese italiane non ha mai fatto ricerca. Il sistema di istruzione italiano è da sempre caratterizzato da scarso ricambio generazionale, refrattarietà dei docenti e del personale amministrativo a sottoporsi a pratiche di valutazione – altrove normali. I politici di ieri non erano certo meno casta di quelli di oggi, e i notai sono oggi soggetti alla stessa poca concorrenza di trent’anni fa. Per spiegare le difficoltà di oggi bisogna capire che cosa è cambiato da quando le cose hanno cominciato a non funzionare più, non che cosa da sempre – cioè già negli anni del boom economico – non funziona in Italia.

Di sicuro, si è registrata almeno una novità importante tra la prima e la seconda metà degli anni Novanta. Da allora (o meglio dal 1998), il cambio dell’Italia è stato incatenato a quello della Germania, della Francia, della Spagna e di tutti gli altri Paesi dell’Eurozona. Nei 25 anni tra il 1973 e il 1997 la lira si deprezzò mediamente del 6 per cento annuo rispetto al marco. Dal 1997 – almeno rispetto ai nostri partner e concorrenti nell’Eurozona – più nulla.  Dati gli eterni e irrisolti problemi che rendono l’Italia non competitiva, si può capire la difficoltà dei nostri produttori quando ora devono vendere nei Paesi dell’Eurozona senza l’aiuto della svalutazione su cui potevano contare prima. Questa difficoltà si aggrava nei periodi in cui (è avvenuto tra il 2002 e il 2010, e ancora nel corso del 2017) la moneta unica si apprezza nei confronti delle altre valute del mondo, prima di tutto il dollaro.

L’Eurozona che va

Ma le difficoltà delle aziende italiane si possono capire solo fino a un certo punto. Dopo tutto, anche le altre imprese dell’Eurozona hanno subito la stessa sorte. Eppure, in questo periodo di tempo, nell’Eurozona si contano tanti casi-Paese di successo. I tedeschi hanno faticato a digerire l’unificazione della Germania Ovest con la Germania Est, cioè con un Paese di venti milioni di persone, linguisticamente affine ma arretrato, a cui con l’unificazione è stato garantito da Helmut Kohl una specie di reddito di cittadinanza, consentendo loro di convertire alla parità un marco dell’Est in un marco dell’Ovest. Ma poi la Germania unificata ha confermato la sua leadership mondiale nelle produzioni manifatturiere, dalle automobili di alta qualità ai treni ad alta velocità. Ora se la giocano con i cinesi come primi esportatori del mondo. I francesi, che condividono molte delle attuali difficoltà italiane, sono comunque da sempre capaci di esprimere attori di eccellenza nei settori più disparati (da Airbus nell’aeronautica a LVMH nell’abbigliamento), essenzialmente grazie alle eccezionali capacità gestionali dei manager sfornati dal suo sistema universitario e dalle scuole di alta formazione. Anche la Spagna dopo Franco ha modernizzato il Paese, personalizzando e inventando sempre nuovi marchi per i prodotti manifatturieri tradizionali come Zara e Camper. E poi la Spagna è andata ben oltre il manifatturiero, provando a garantire, anche con appropriate politiche del lavoro e assistenza sociale, decenti carriere lavorative alle donne spagnole. Dopo il 2011 ha subito una grave crisi del settore immobiliare e bancario ma poi si è risollevata, anche grazie all’azzeccato uso di fondi europei. E dal 2014 il PIL spagnolo è cresciuto del 16,4 per cento, quello italiano del 4,7 per cento.

Elaborare una visione e trovare una missione da svolgere nel mondo globale senza l’aiuto di una propria moneta è stato anche più importante per altri Paesi europei più piccoli. Due di questi, l’Olanda e l’Irlanda, hanno costruito la loro fortuna diventando basi per la localizzazione delle multinazionali di tutto il mondo. L’Olanda ha potuto contare sulla formidabile rete logistica intorno a Rotterdam, il più attivo porto del mondo tra il 1962 e il 2004 (prima del sorpasso di Shanghai), e ai sette milioni e mezzo di abitanti del Randstad. L’Irlanda ha saputo coniugare il vantaggio di un serbatoio naturale di tre milioni e mezzo di persone che parlavano inglese madrelingua con l’entrata nell’Unione Europea e sussidi e incentivi fiscali alla localizzazione di multinazionali. Il successo irlandese non è (solo) quello di un Paese che fa sleale concorrenza fiscale agli altri partner europei come piacerebbe credere agli invidiosi Paesi del Sud Europa; è molto di più. È il Paese di Ryanair ma anche quello in cui piccole aziende locali di software si sono sviluppate in simbiosi con le multinazionali americane come Oracle e Microsoft.

Quale futuro?

Che cosa hanno in comune tedeschi, francesi, spagnoli, olandesi e irlandesi? Forse niente. Tranne che sembrano essersi chiesti per tempo quale fosse la loro missione, il loro posto, nell’economia globale. E la risposta che hanno trovato non c’entrava nulla con la possibilità di svalutare la loro moneta. L’Italia, una missione credibile, invece, non se l’è data. Per molto tempo la colpevole omissione di responsabilità della nostra classe dirigente non ha prodotto effetti dirompenti perché l’urgenza di darsi una missione più definita è stata nascosta da varie circostanze. Il boom economico successivo alla fine della Seconda guerra mondiale ha consentito all’economia italiana di crescere a tassi eccezionali rispetto agli altri Paesi, grazie ai bassi costi del lavoro e dell’energia. Alla fine del boom, la crescita è proseguita, anche se a tassi inferiori, grazie alle periodiche svalutazioni della lira che hanno tenuto in piedi il tradizionale modello di specializzazione italiano basato su produzioni di livello tecnologico basso (tessile, abbigliamento, calzature e prodotti alimentari) e intermedio (la meccanica). Quando, con un po’ di incoscienza e con l’ottimismo della volontà, l’Italia è entrata nell’Unione Monetaria, lo ha fatto con l’idea che l’euro «fosse» il rispetto dei parametri di Maastricht – cioè l’algebra inventata dai tecnocrati di Bruxelles e Francoforte per garantire all’opinione pubblica tedesca e del Nord Europa che i Paesi tradizionalmente irresponsabili come il nostro avrebbero tenuto sotto controllo i conti pubblici e l’inflazione anche in futuro. Si è pensato che fosse sufficiente seguire alla lettera le indicazioni degli «eurocrati» – spesso pubblicamente additati come i «cattivi burocrati» che imponevano sacrifici – e dimostrare agli altri Paesi europei che eravamo in grado di rispettare un vincolo imposto dall’esterno. Gli ultimi anni di crisi (2008-2012), stagnazione (2013-14) e lenta ripresa (2015-18) hanno però insegnato che per rimanere dentro l’Unione occorre fare di più che non rispettare i vincoli di bilancio. Per questo la parola «riforme» è diventata la parola chiave della politica economica italiana. Senza riforme che rimettano l’economia italiana su un binario di crescita emergerà che l’entrata nell’euro è stata un salto in avanti tecnocratico di cui la società italiana non ha accettato a fondo le implicazioni. La classe dirigente italiana ora deve porsi con urgenza una domanda su che tipo di Paese dovrebbe diventare l’Italia nell’economia globale, date le sue caratteristiche geografiche e il suo attuale modello di specializzazione, in modo da calibrare l’intervento o il non intervento pubblico in funzione di questo obiettivo.