E&M

2020/2

Fabrizio Perretti

Il costo dell’ignoranza

Il basso tasso di scolarizzazione dell’Italia si riflette inevitabilmente sul futuro dei giornali, innanzitutto dal punto di vista della domanda rappresentata dai lettori. A partire dall’iniziale divario storico dei tassi di alfabetizzazione rispetto alle altre nazioni, il nostro Paese ha sempre occupato il fondo delle classifiche in termini di diffusione dei quotidiani. Inoltre, con la scusa di dover fare i conti con il pubblico esistente si corre il rischio di offrire prodotti di qualità inferiore che contribuiscono, invece di elevarne il profilo, a rafforzare esattamente quel tipo di domanda. Un circolo vizioso da cui può diventare difficile sfuggire e che non regge la concorrenza di media alternativi e gratuiti, quali per esempio la televisione prima e internet in seguito.

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L’Italia si trova agli ultimi posti in Europa per abbandono scolastico. Siamo esattamente quart’ultimi, con una percentuale pari al 14,5 per cento e ancora lontani dall’obiettivo del 10 per cento da raggiungere entro il 2020. Peggio di noi solo Spagna, Malta e Romania[1]. La notizia non è recente e, come tutte le notizie, dopo aver occupato i titoli di alcuni giornali per qualche giorno, è poi scomparsa dall’attenzione. Una riflessione più approfondita è però opportuna, anche perché dietro le cifre vi sono definizioni e significati spesso diversi che richiamano a responsabilità e a possibili azioni necessariamente distinte. Innanzitutto è opportuno distinguere tra «abbandono scolastico», cioè il numero di ragazzi under 25 che non va oltre la terza media, senza conseguire ulteriori titoli di studio o qualifiche professionali, e «dispersione scolastica», che riguarda invece l’uscita anticipata, prima dell’ottenimento del titolo di studio, dal sistema scolastico obbligatorio.

Per quanto riguarda la scuola dell’obbligo, secondo i dati più recenti la dispersione nella scuola di I grado (scuola media) è in calo – nell’anno scolastico 2016/2017 è stata pari allo 0,69 per cento (corrispondente a 11.830 studenti) rispetto allo 0,8 per cento (14.258 studenti) dell’anno scolastico precedente – e ha un’incidenza più elevata tra i maschi (0,77 per cento rispetto allo 0,59 per cento delle femmine), nel Mezzogiorno (in particolare in Sicilia, Calabria e Campania) e tra gli stranieri (2,92 per cento rispetto allo 0,45 per cento degli italiani), soprattutto quelli nati all’estero e provenienti da alcune nazioni (in particolare Costa d’Avorio, Bosnia, Egitto e Bulgaria). In valori assoluti è però importante evidenziare che le regioni del Nord Italia rappresentano comunque il 33 per cento sul totale degli studenti che escono dal sistema scolastico e che gli alunni stranieri sono pari al 28 per cento del totale complessivo (il 72 per cento è infatti rappresentato da alunni con cittadinanza italiana)[2].

Entrambi i fenomeni sono preoccupanti perché evidenziano come vi siano persone che non hanno le conoscenze minime di base obbligatorie per legge o che non possiedono quelle conoscenze che, pur non obbligatorie, risultano necessarie non solo per accedere al mercato del lavoro, ma anche per essere cittadini consapevoli, in grado di comprendere la società in cui si vive e parteciparvi attivamente nelle decisioni collettive. È ancora più preoccupante se, confrontandoci con le altre nazioni, l’Italia finisce in coda alle classifiche. Secondo un recente rapporto[3], l’Italia non solo ha una delle percentuali maggiori dei cosiddetti NEET (persone non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione) – il 23,9 per cento rispetto a una media europea del 12,7 per cento e a una media OECD del 13,2 per cento – ma è anche peggiorata rispetto a dieci anni fa (2008) in cui la percentuale era pari al 19,2 per cento. Anche la spesa pubblica destinata all’istruzione ci vede tra gli ultimi: siamo i peggiori tra i Paesi OECD in termini di percentuale sul totale della spesa pubblica (7,4 per cento rispetto a una media europea del 9,6 per cento e una media OECD del 10,8 per cento) e tra gli ultimi in termini di percentuale sul PIL (3,6 per cento rispetto a una media europea del 4,5 per cento e una media OECD del 4,9 per cento).

Tutto questo ha un costo economico e sociale rilevante, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni e quindi sul futuro del Paese. Al costo dell’ignoranza si aggiunge poi il costo della fuga dell’intelligenza, dei cosiddetti «cervelli», all’estero. E se il primo è riconducibile al fallimento dello stato, che non riesce a far rispettare le leggi sull’obbligo scolastico o non investe sufficientemente sull’istruzione, il secondo è ascrivibile al fallimento del mercato interno – e quindi anche alle sue imprese – di trattenere e offrire opportunità a persone formate attraverso risorse pubbliche. In questo caso, la fuga dei cervelli evidenzia piuttosto il successo dello stato, in grado cioè – pur in presenza di risorse scarse – di esportare all’estero i «prodotti» e le eccellenze del proprio sistema di istruzione e formazione. Scaricare sullo stato e sulle strutture del nostro modello educativo la responsabilità del divario italiano non solo è semplicistico, ma non è neppure intellettualmente onesto. Oltre ai costi dell’ignoranza bisognerebbe infatti evitare anche quelli della propaganda di coloro che si schierano contro lo stato e poi si lamentano della sua inefficacia che hanno contribuito a creare limitandone le risorse.

Il costo dell’ignoranza si riflette anche sul futuro dei giornali – oggetto del dossier di questo numero – innanzitutto dal punto di vista della domanda rappresentata dai lettori. A partire dall’iniziale divario storico dei tassi di alfabetizzazione rispetto alle altre nazioni[4], il nostro Paese ha sempre occupato il fondo delle classifiche in termini di diffusione dei quotidiani. Nel 1990 – anno in cui si raggiunge il picco di copie vendute – l’Italia occupa una delle ultime posizioni in Europa (119 copie per 1000 abitanti). Peggio di noi solo la Grecia, a breve distanza (116 copie), e la Spagna (83 copie) che però ci sorpasserà nel 1995[5]. La persistenza di un divario educativo rispetto alle altre nazioni non è quindi un segnale positivo in un mercato dei lettori che è stato tradizionalmente più debole. Il costo dell’ignoranza si riflette però anche dal lato della qualità dell’offerta. Con la scusa di dover fare i conti con il pubblico esistente si corre infatti il rischio di offrire prodotti di qualità inferiore che contribuiscono, invece di elevarne il profilo, a rafforzare esattamente quel tipo di domanda. Un circolo vizioso da cui può diventare difficile sfuggire e che non regge la concorrenza di media alternativi e gratuiti, quali per esempio la televisione prima e internet in seguito.

L’esplosione di internet, oltre ad aver ulteriormente accentuato questo fenomeno, ha anche evidenziato alcune differenze importanti rispetto a quanto avvenuto in altri settori. Nella maggior parte dei casi il web ha infatti permesso la nascita e l’ingresso di nuovi soggetti (si pensi ad Amazon, Uber, o Airbnb) che hanno esercitato una pressione concorrenziale molto forte nei confronti dei soggetti tradizionali. Nel caso dei giornali tutto questo non è avvenuto. Inizialmente non è infatti comparso alcun soggetto nuovo che abbia fatto concorrenza ai quotidiani esistenti. Non si erano nemmeno manifestati i fenomeni di pirateria che avevano pesantemente colpito settori come quello discografico prima e cinematografico in seguito. Sono stati invece gli stessi quotidiani già presenti e consolidati che, alla ricerca di mercati pubblicitari più ampi, hanno deciso di cambiare il proprio modello economico offrendo gratuitamente quello che prima era a pagamento. Per poi scoprire in seguito che, in questo modo, avevano di fatto minacciato la loro stessa sopravvivenza. Anche in questo caso l’ignoranza – intesa come incapacità di valutare i rischi e di sovrastimare le opportunità – ha avuto un costo. Capire cosa succederà in futuro è importante per tutti noi sia come cittadini, perché i quotidiani hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nella formazione dell’opinione pubblica, sia per coloro che operano nelle imprese e si trovano di fronte a scenari e a dilemmi simili. Come i giornali affrontano il loro futuro può infatti essere un utile insegnamento, sia che si tratti di un caso da imitare sia di un esempio da evitare. Buona lettura!

2

Si veda il rapporto del MIUR La dispersione scolastica nell’a.s. 2016/2017 e nel passaggio all’a.s. 2017/2018 (luglio 2019) e la deliberazione della Corte dei Conti La lotta alla dispersione scolastica: risorse e azioni intraprese per contrastare il fenomeno (26 luglio 2019). 

3

«Education at a Glance 2019», OECD Indicators, 10 settembre 2019: https://www.oecd.org/education/education-at-a-glance/.

4

Nel 1870 il tasso di analfabetismo in Italia era pari al 68 per cento, di gran lunga superiore rispetto alla Francia (31 per cento), al Regno Unito (24 per cento) e agli Stati Uniti (20 per cento). Nel 1970 il nostro tasso si riduce al 6 per cento, ma è comunque sempre superiore a quello della Francia (3 per cento), del Regno Unito e degli Stati Uniti (entrambi all’1 per cento). Il divario con questi Paesi si è colmato solo nel 2010. 

5

Si veda Mancini P., Il sistema fragile, Milano, Carocci, 2000.