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2007/3

A chi lo vide discendere dalla scaletta dell’aereo, il capo squadriglia giapponese apparve di un pallore spettrale. In fondo non c’era da stupirsi: era appena rientrato da una missione pericolosa. Scrutava l’orizzonte per scorgere da lontano il ritorno dei suoi piloti. Solamente quando fu certo che tutti avessero fatto rientro alla base si diresse verso il quartiere generale per fare rapporto. Dopodiché, stramazzò a terra. Tutti pensarono a un malore e si avvicinarono per soccorrerlo, ma si accorsero che aveva una pallottola conficcata nel petto e che le sue membra erano gelate, come quelle di un cadavere. Era già morto da tempo. Era stato il suo spirito, spinto dal forte senso dell’onore e del dovere, a guidare il suo corpo senza vita.

L’episodio surreale ci porta per mano in un contesto dove sono nati infiniti stili di combattimento, dal kamikaze al judo. Che cosa li unisce? Lo Zen, dove il significato non è affidato alle sole parole. “Tirando di scherma, gli occhi devono esprimere la volontà, ma non lasciate che rivelino la vostra mente.” Per smettere di pensare servono enigmi insolubili: “Circondato da cento nemici, come farai a vincere senza arrenderti e senza combattere?”.

I samurai furono i grandi guerrieri di un tempo ma, con l’avvento dei Tokugawa, le lotte finirono. Per sopravvivere alla pace dovettero conservare le proprie qualità belliche anche in assenza degli scontri sul campo. Serviva forte capacità di concentrazione, alla ricerca di un’energia interiore svincolata dalle dinamiche psicologiche consuete. Vivevano di onore. Anche la donna del samurai sapeva ricorrere al suicidio. Una moglie era oggetto delle attenzioni di un altro uomo che, pur di averla, organizzò l’omicidio del marito. L’agguato avvenne durante la notte. Il rivale sferrò un colpo con la spada, ma mozzò la testa della donna che si era coricata al posto del marito. Aveva così salvato il proprio onore e la vita dell’uomo che amava.

Dei terribili guerrieri di un tempo sopravvivono i kamikaze. Il termine risale al tredicesimo secolo, quando la flotta mongola che stava per invadere il Giappone fu distrutta da un “vento divino” (kamikaze). Battezzarono con questo nome i piloti suicidi che, durante la Seconda guerra mondiale, si schiantavano sulle navi della Marina statunitense. Costituiscono la massima espressione della foga guerriera giapponese.

Alcuni modi di combattere sono diventati attività sportive. Nel karate, per esempio, i principi sono gli stessi delle arti marziali imperniate sulla spada. Oggi, al posto delle armi si usano le mani e i piedi, ma restano immutati il dominio interiore e la capacità di muoversi per sfuggire agli assalti degli avversari. Il judo, disciplina olimpica, è l’arte marziale più conosciuta in Occidente. Si basa su tecniche di immobilizzazione invece che sullo scambio di pugni e calci, e ciò fa apparire i combattimenti meno duri di quello che sono in realtà. Esige la dolcezza nella forza e la forza nella dolcezza.

Non li capiremo mai. Al termine delle lezioni, il maestro si inchina agli alunni perché, dopo che lui se ne sarà andato, toccherà all’allievo continuare tutto quello che lui gli ha insegnato. “Devi inchinarti verso tuo figlio, con il massimo rispetto, perché un giorno prenderà il tuo posto e tutto comincerà da capo.” Ma, da loro, i figli crescono subito. Un bambino di sette anni sale solo in funivia. È in corso una tempesta di neve. Gli adulti gli domandano se qualcuno lo stia aspettando lassù, all’arrivo. “No, scio da solo.” “Ma non hai paura di perderti nella bufera?” “Sono gli altri che possono perdermi. Io sono sempre qui. Come faccio a perdermi?”