E&M

2008/1

Vincenzo Perrone

Elogio della malinconia. Realismo, creatività e possibilità di cambiamento

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Gli italiani sarebbero oggi il popolo più infelice d’Europa. Ecco il tipo di notizia con il quale è bello chiudere un anno e cominciarne uno nuovo, peraltro bisesto! Dobbiamo a un giornalista del New York Times e alla sua capacità di mettere insieme in modo suggestivo una serie di informazioni e brani di interviste questa lapidaria e piuttosto terrorizzante classificazione. Proprio noi, quelli della pizza, del mandolino e del putipù, avremmo ormai sviluppato una sindrome depressiva da fare invidia al più afflitto e tormentato principe di Danimarca (pare anzi che i danesi siano molto più felici di noi…). A questo ultimo tassello del mortificante puzzle fatto di declino, arretratezza in campi chiave come quelli dell’istruzione o della giustizia, sorpasso vero o solo presunto da parte di economie e società ieri messe assai peggio di noi e oggi assai più vitali e aggressive, si è risposto nel solito modo. C’è chi si è giustamente rifiutato di prendere sul serio un’opinione priva di alcuna validità scientifica, formulata da un oscuro corrispondente estero appunto confinato in un paese infelice da un pur autorevole giornale, e magari viziata da un certo interesse ad alimentare uno stereotipo negativo a sfavore del nostro paese. Abbiamo già ricordato in un altro editoriale l’importanza della competizione per il capitale simbolico. In questo momento, per esempio nel campo della moda, è in atto un attacco concentrico portato da New York e da Parigi alla nostra Milano. Sia pure potendo scommettere sulla buona fede dell’autore, è innegabile che articoli come questo, per la risonanza che hanno e per il dibattito che alimentano, diventano armi in questa lotta, con conseguenze pratiche rilevanti: esporreste il meglio della vostra creatività nel paese più depresso d’Europa? Il nostro Presidente ha dato invece voce a chi ha reagito con stizza e irritazione alla provocazione giunta da oltreoceano: ha ricordato le nostre grandi tradizioni e invitato, ricordando Keynes, ad avere fiducia nei nostri “istinti animali” tipici della moltitudine di piccoli imprenditori che tengono a galla l’economia di questo paese e che anche questa volta riusciranno a portarci fuori dai guai. Ci pare, però, che la maggior parte dei commentatori si sia come compiaciuta specchiandosi beata nel ritratto in grigio scuro che è stato posto davanti agli occhi nostri e del mondo. I più vecchi, quelli che crescono meno di tutti, i meno innovativi, quelli afflitti da problemi centenari mai risolti, che hanno finito per ridurre la nostra società in una scomposta poltiglia, e ora anche i più depressi e sfiduciati. Ecco chi siamo ed ecco come siamo conciati. Ora che ce lo siamo detto da soli, non pensiamoci più e tiriamo avanti nello stesso triste modo, perché solo un miracolo ci può, forse, salvare.

Noi pensiamo invece che proprio la malinconia che ci è stata rimproverata potrebbe essere il passaggio utile e necessario per iniziare un cambiamento sostanziale. Occorre riconoscerla, prenderla sul serio e fare in modo che, come dicono gli esperti di comportamento organizzativo, sia uno stato, ovvero una reazione temporanea a cause vere e rilevanti e non divenga invece un tratto, vale a dire un aspetto stabile e permanente del nostro carattere nazionale. Come sanno bene i filosofi, gli psicologi e gli artisti, infatti, un po’ di malinconia può produrre effetti positivi, soprattutto per noi italiani così poco propensi a guardarci dentro, ad abbandonare la superficie che tanto ci piace per scendere un po’ più in profondità. È scendendo in questo pozzo freddo che si può essere finalmente esposti, come scriveva Virginia Woolf, all’assalto della verità. Il malinconico vede la realtà per quella che è ed è capace di coglierne tutti gli aspetti. Anche quelli più sgradevoli. Sa bene che esiste la metà vuota del bicchiere e che questa è parte importante della realtà che ci tocca vivere almeno quanto l’altra. Non ha paura del vuoto, anche se nella forma grave di depressione rischia di esserne ipnotizzato e paralizzato.

Anche agli italiani tocca forse oggi sperimentare lucidamente, fino in fondo e seriamente la stessa fredda oggettività, rinunciando per un po’ di tempo a tutte le consolazioni protettive e assolutorie che fino ad oggi hanno tenuto artificialmente alto lo spirito nazionale. Certe illusioni non possiamo più coltivarle: non possiamo pensare di mantenere i nostri livelli di benessere producendo meno e in settori nei quali ricerca avanzata e innovazione non fanno la differenza. Non possiamo distribuire diversamente una ricchezza che non riusciamo più a creare al ritmo del quale siamo stati capaci in passato. Non possiamo illuderci che ci siano “pasti gratis”; far finta di niente di fronte a metà paese che vive parassitariamente a spese dell’altra metà; non possiamo più combattere e indignarci per gli sprechi di denaro pubblico e tollerare accanto a noi chi, grazie a quegli sprechi, sopravvive e qualche volta addirittura arricchisce. Non possiamo più cullarci nell’illusione che il nostro lungo e glorioso passato ci assegni un seggio permanente nel club delle nazioni più ricche, più colte, più artisticamente dotate e più produttive, senza un impegno nuovo e straordinario da parte nostra, mentre tutto intorno a noi cambia e la nostra crisi è parte della crisi di tutto l’Occidente stretto nella morsa della globalizzazione che sta spostando il baricentro sociale, economico e politico del nostro mondo lentamente verso Oriente.

Se guardiamo le cose senza distorsioni, solo per il tempo strettamente necessario, alla luce fredda di quella cometa che domina l’incisione che Dürer dedicò alla Melanconia, non ci sfuggirà l’impossibilità di usare il successo che è stato per assicurarci quello che verrà. La perdita di queste illusioni e il senso di vuoto che essa genera, la nostalgia per il benessere passato e la paura di un futuro che per la prima volta facciamo fatica in troppi a immaginare migliore del presente: sono queste le cause della malinconia. Ma la chiarezza di sguardo che essa ci dà può essere il punto di svolta che ci serve per ripartire. Persino il successo di libri come La Casta di Rizzo e Stella o Gomorra di Saviano, che il giornalista del New York Times coglie solo come sintomo di sfiducia nella nostra classe politica e nella nostra società in generale, potrebbe invece essere segno di una ritrovata voglia di capire, di sapere come stanno davvero le cose, di partire da una visione aggiornata e approfondita di quello che ci circonda per chiedersi cosa è possibile fare per cambiare. Nel momento in cui non abbiamo più voglia di favole, di chiacchiere inutili e inconcludenti si apre la possibilità per un salto di consapevolezza. Per questo sono fondamentali la qualità e la quantità delle informazioni di cui disponiamo sulla situazione del nostro paese. Primario è il ruolo di istituzioni di ricerca e mezzi di informazione relativamente a questa necessaria operazione di trasparenza e verità. Sui dati di fatto oggettivi non dovrebbe poi esserci conflitto nemmeno tra parti politiche così divise, aggressive e rissose come quelle che abbiamo eletto a rappresentarci e guidarci: lo scontro dovrebbe essere sulle possibili soluzioni dei problemi, non sulla loro chiara e informata definizione.

Ma per evitare che il vuoto generato dall’abbandono delle precedenti sicurezze generi l’immobilismo tipico della fase acuta della depressione, occorre che gli oggetti perduti siano al più presto riparati e rigenerati. Esiste, per fortuna, un legame stretto e testimoniato in molti studi tra malinconia e creatività. In un libro Feltrinelli ormai fuori commercio, l’analista francese André Haynal, indagando il senso della disperazione, ben riassume questo rapporto stretto tra l’elaborazione di un dolore determinato da una perdita (reale o simbolica come nel nostro caso) e la ricostituzione di un equilibrio grazie alla creatività con la quale è possibile colmare il vuoto prima di esserne sopraffatti. Esiste, per esempio, un rapporto stretto tra malinconia e creazione artistica. Non solo perché, come ha testimoniato all’inizio della primavera scorsa la bella mostra veronese curata da Giorgio Cortenova dedicata al “Settimo splendore”, il sentimento della malinconia si è prestato nel tempo a essere rappresentato iconicamente da artisti di tutte le epoche e di diverse tendenze, da Botticelli a Modigliani. Ma anche e soprattutto perché l’opera artistica è capace di ricreare l’oggetto perduto e di attenuare la tristezza destata dalla sua mancanza.

Spostandoci dall’arte al piano dell’economia e della società, possiamo allora aspettarci una fase di risveglio creativo se avremo davvero la capacità di elaborare al meglio la malinconia determinata dalla rinuncia a un’identità e a un’immagine di noi che non ci corrispondono più. Guardare in faccia la realtà e farci i conti fino in fondo ci dovrebbe consentire di trovare risposte nuove ai problemi di sempre, di immaginare qualcosa di diverso, di ricominciare a riempire di contenuti un progetto di futuro. A ben vedere, questo è quello che hanno saputo fare le aziende che hanno dovuto affrontare un momento di grande crisi, superandolo. Fino a quando sono rimaste vittime del successo passato, ancorate per questo a schemi percettivi e comportamentali superati, governate da un gruppo dirigente distorto nella propria percezione della realtà o all’oscuro, volente o nolente, di quanto in essa si andava modificando, queste imprese non hanno saputo reagire e hanno corso il rischio di scomparire come molte altre prima di loro. Solo quando hanno imparato a leggere di nuovo fedelmente i segnali provenienti dal mondo esterno hanno accettato di mettere in discussione i propri modelli e le proprie sicurezze, sopportando tutto il dolore e l’incertezza che questo comporta e si sono affidate a manager capaci di rischiare scommettendo sul nuovo e sul diverso dal solito; solo allora hanno trovato la chiave evolutiva giusta per la propria sopravvivenza in un contesto profondamente mutato.

Il nostro paese si aspetta da noi la stessa capacità di rispondere alla sfida. E la malinconia non è cosa di cui vergognarsi o dalla quale farsi spaventare fino all’immobilismo. Può anzi essere un’alleata preziosa per manager e cittadini capaci di attraversare questo momento di verità, arricchendosi interiormente e migliorando il proprio rapporto con la realtà esterna. A farci paura deve essere piuttosto la mancanza di idee, la stasi creativa e l’avvitarsi sterile su noi stessi e sul nostro passato. E l’assenza di qualcuno capace di stimolarci a coltivare nuovi sogni, di indicarci nuove mete da raggiungere, di convincerci che abbiamo tutte le capacità e tutte le risorse necessarie per farle nostre, di guidarci attraverso le difficoltà e di rallegrarsi con noi per i nuovi successi. In fondo è così che si cambia davvero: non perché il presente è insostenibile e triste, ma perché desideriamo più di ogni altra cosa il futuro che ci aspetta. Fuori dalla notte stellata della malinconia. Buon anno!