E&M

2011/2

L’epica del web


La storia dell’invenzione e dell’affermazione di Facebook narrata nel film di David Fincher The Social Network diventa un’efficace parabola per capire i meccanismi e i processi con cui prendono corpo le grandi innovazioni sociali, e i prodotti destinati a sbancare il mercato.

The Social Network

Regia: David Fincher

Interpreti: Jesse Eisenberg, Andrew Garfield

USA, 2010

 

Molti l’hanno definito un film epocale: il primo che porta sullo schermo con grande chiarezza l’epica del web – se così si può dire – e le dinamiche della civiltà e della cultura digitale. Diretto da David Fincher (noto al grande pubblico per film di successo ma sempre teoricamente complessi e stimolanti come Fight Club e Seven), The Social Network è a suo modo un film storico: racconta infatti di come alcuni giovanissimi “nerd” dell’Università di Harvard, nel 2003, abbiano avuto un’intuizione folgorante e nel giro di pochissimo tempo abbiano ideato e realizzato – con Facebook – una rete sociale globale che avrebbe rivoluzionato tutto il sistema della comunicazione via Internet e avrebbe fatto di uno di loro – Mark Zuckerberg, il più cinico, il più intelligente, il più determinato – il più giovane miliardario della storia americana.

 

G.C. Amicizia, tradimento, successo, avidità, frustrazione, vendetta. Il film di David Fincher e Aaron Sorkin, autore della sceneggiatura, ci dice che Facebook nasce da un cocktail psico-emozionale in cui vengono shakerati, in sostanza, questi elementi. “Se Mark Zuckerberg non fosse stato piantato dalla fidanzata…” “Se non fosse stato respinto dai club più esclusivi di Harvard…” “Se non avesse avuto un’emarginazione da vendicare e un isolamento da riscattare…”. Il film ci dice, insomma, con esplicita chiarezza, che l’invenzione di Facebook nasce da una mancanza, da un’esigenza di riparazione, da una voglia di riscatto…

 

S.S. Sono d’accordo. Il che significa che dobbiamo stare sempre molto attenti a sostenere che la personalità è predittiva del successo nell’economia. Mark Zuckerberg è il classico nerd: un genio dell’informatica che però ha una personalità frustrata, con scarse capacità relazionali, piantato dalla ragazza perché poco attraente, schifato dai club più elitari di Harvard, con un forte complesso di inferiorità, poco interessato a capire i maschi alpha del branco… Come è possibile – pare si chieda e ci chieda a un certo punto il film – che uno così diventi il più giovane miliardario della storia americana?

 

G.C. La risposta che viene suggerita a me pare molto evidente: Zuckerberg diventa ciò che è diventato non nonostante i suoi “handicap” iniziali ma, al contrario, proprio grazie ad essi. È per superare i suoi personali limiti comunicativi che il giovane Mark – ombroso, inquieto, solitario, incapace di rapporti profondi, privo di una vita sociale – mette in piedi il suo sofisticato giocattolo informatico. Il che equivale a dire che il genio si manifesta più facilmente se ha qualche mostro contro cui combattere, qualche vuoto da colmare. Più difficile che si manifesti in personalità già appagate di sé, senza mancanze e senza bisogni…

 

S.S. La sceneggiatura del film, da questo punto di vista, sembra adottare consapevolmente la logica del paradosso, quasi a costruire intorno ad essa una sorta di parabola: Zuckerberg arriva al successo inventando un sito che consente a tutti di ottenere in fretta ciò che mancava a lui (una rete di amicizie). Poi, in una sorta di rovesciamento nemesiaco, il successo ha come prima conseguenza quella di rompere l’amicizia con il suo socio (e, forse, anche unico vero amico) Eduardo Saverin, che lo accusa di averlo estromesso in modo fraudolento dalla società che egli aveva inizialmente finanziato. Da questo punto di vista, The Social Network è anche la storia di un tradimento personale, o di una irreparabile rottura nella tradizionale solidarietà fra nerd. Potremmo anche dire che il film arriva a raccontare la vendetta del reale sul virtuale. Bellissima, in questa prospettiva, la scena finale in cui Zuckerberg, ormai miliardario, aggiunge comunque la sua ex ai suoi contatti su Facebook e passa la serata ad aggiornare la pagina in attesa della conferma di amicizia.

 

G.C. È un finale che ribadisce come la socialità sia la vera “ricchezza” del nostro tempo. E come uno dei problemi fondamentali, oggi, sia quello di capitalizzare le relazioni, e di estendere al massimo la rete delle relazioni possibili. Uno degli aspetti più suggestivi del film sta nel modo acuto e intelligente con cui mette continuamente a confronto la socialità in rete e quella nella vita dei ragazzi. Nella vita degli universitari di Harvard la società è gerarchicamente stratificata (i club esclusivi di Harvard, le palestre di canottaggio, l’organizzazione accademica rigidamente piramidale...), mentre l’invenzione di Zuckerberg è una rete orizzontale che rende tutto accessibile a tutti.

 

S.S. E in questo passaggio da un paradigma relazionale verticale a uno orizzontale sta forse uno dei segreti del successo di Zuckerberg. Che non è un cattivo, ma uno pseudocattivo, per certi versi simile al giovane Gordon Gekko di Wall Street di Oliver Stone. Come lui, anche Zuckerberg stravolge le regole, è ambizioso, spietato. Eppure non riesce a essere antipatico; è una specie di “idiota emozionale”. Ed è più ambizioso che avido. Il denaro, almeno all’inizio, più che a lui fa gola a quelli che ruotano intorno a lui. Poi, a poco a poco, il denaro diventa il vero protagonista, muove i personaggi, li incattivisce. Non si diventa così spudoratamente ricchi e influenti senza farsi dei nemici. E Zuckerberg se ne fa parecchi.

 

G.C. Proviamo a riassumere. Zuckerberg ha successo perché in un dato momento storico, usando in modo quasi “istintivo” le nuove tecnologie, offre agli esseri umani ciò che in quel momento essi maggiormente cercano: restare in contatto, reperire facilmente informazioni sulle persone, crearsi una rete virtuale che sopperisca ai buchi, ai vuoti e alle miserie della rete reale.

 

S.S. Il film racconta questo successo facendo dei giovani inventori di Facebook quasi gli epigoni dei pionieri del vecchio West, padri fondatori di una nuova nazione. “Abbiamo vissuto nelle fattorie, abbiamo vissuto nelle città, ora lo faremo su Internet”: è come se Zuckerberg e i suoi fossero i padri fondatori di un nuovo stato virtuale che in pochi mesi arriva a contare oltre mezzo miliardo di “abitanti”. Per questo mi pare si possa dire che The Social Network è un film epico. Racconta, a suo modo, la “nascita di una nazione”.

 

G.C. Posso essere d’accordo a patto che si riconosca poi che uno dei pregi di The Social Network sta nella lucidità con cui accanto all’epos di Facebook ne mette in luce anche le ombre. Fincher e Sorkin formalizzano cioè una visione che a me non pare affatto apologetica della comunità Facebook, sottolineando come essa sia anche un’aggregazione di solitudini che spesso di basano sul solipsismo dei punti di vista e sull’impossibilità di distinguere fra menzogna e realtà. Facebook non emerge dal film solo come un’opportunità di liberazione tecnologica dalla solitudine contemporanea, ma anche come un estremo inganno (Zuckerberg alla fine si ritrova comunque solo, nonostante sia a capo di un impero con 5000 milioni di iscritti) che facilita l’intrusione e il controllo del sistema nella vita delle persone. E poi, a ben guardare, anche il personaggio di Zuckerberg non è poi così inedito nel suo essere un nativo digitale: un critico francese, non a caso, ha detto che potrebbe essere l’avatar contemporaneo di un personaggio come Eugène de Rastignac nella Commedia umana di Balzac.