E&M

1996/5

Premessa

Si susseguono giorno dopo giorno gli annunci di interventi di riduzione del personale. Sui giornali anglosassoni non fanno più notizia, se non quando riguardano imprese supposte inossidabili o quando i tagli sono di dimensioni tali da superare anche le attese più pessimistiche. Chrysler fra le prime, poi IBM a più riprese, Citibank, Chase-Chemical Bank, AT&T e tante altre imprese hanno dovuto mettere mano alle forbici. AT&T ha forse segnato l’acme del processo, annunciando in un sol colpo riduzioni di personale per 40.000 unità.

Negli Stati Uniti attraverso due ondate di downsizing – la prima agli inizi degli anni Ottanta e la seconda nei primi anni Novanta – sono stati eliminati 2,5 milioni di posti di lavoro.[1] Nella prima ondata sembrava che i tagli rispondessero a problemi di ciclo economico: quindi rientravano nelle regole del gioco, accettate negli Stati Uniti, che consentono alle imprese di ridurre il personale quando la domanda cala, per riassumerlo quando questa riprende. Ma la seconda ondata di licenziamenti ha preso piede in una fase non più recessiva, in risposta a cambiamenti di natura più strutturale. Nel frattempo il termine utilizzato per indicare questo processo di smagrimento – downsizing – si è fatto più smaliziato ed è diventato “rightsizing”, forse pensando che i lavoratori si sentissero rassicurati dalla nuova espressione.

In Europa non si è fatto molto di meno nell’opera di smagrimento degli organici, ma la presenza di sindacati agguerriti, o almeno in grado di opporsi, ha fatto sì che gli interventi venissero annunciati come rimedio estremo e dopo avere esperito ogni altra alternativa, più che come gloriosa marcia di ristrutturazione. Tuttavia anche in Europa queste operazioni di smagrimento hanno cancellato milioni dl posti di lavoro, specialmente nelle grandi imprese, senza peraltro riuscire a creare posti di lavoro, come invece è accaduto negli Stati Uniti. Volkswagen, Fiat, Pirelli, Deutsche Bank, Olivetti, Bull, Electrolux-Zanussi e molte altre grandi aziende hanno dovuto sottoporsi a drastiche cure dimagranti per non soccombere sotto il peso delle perdite. E non è affatto finita. L’ondata delle liberalizzazioni, la politica comunitaria di lotta ai monopoli, la spinta alle privatizzazioni e la proibizione agli Stati di fornire aiuti alle loro imprese in crisi vanno tutte nella stessa direzione: quella di forzare le imprese ad operare con il personale strettamente necessario e non più con esuberi come spesso avveniva in passato. I vincoli imposti ai disavanzi pubblici producono gli stessi effetti: anzitutto sulla pubblica amministrazione, ma, a cascata, su molti altri soggetti fornitori della medesima.

Solo le imprese giapponesi, per il momento e per quel che si sa, sono sfuggite alla necessità di ripristinare il proprio equilibrio economico attraverso interventi drastici sul personale. Non che siano riuscite ad evitare la pressione che ha colpito le imprese degli altri paesi industrializzati; tutt’al più sono riuscite ad attenuarla, grazie alla loro forte posizione di costo e di mercato e ad una maggiore flessibilità da parte di tutti i fornitori di fattori della produzione. Tuttavia, negli ultimi tre anni anche in Giappone la crisi si è fatta più dura e gli ammortizzatori tradizionali hanno faticato ad assorbire la pressione. Ma anche nel momento di massima difficoltà, la risposta delle imprese di quel Paese è stata diversa da quella delle imprese americane ed europee: esse, quando hanno dovuto snellire le loro strutture, lo hanno fatto di soppiatto, più regolando il turnover che attraverso massicci licenziamenti’e comunque con il senso di colpa di chi adotta una pratica giudicata pur sempre sconveniente. La filosofia che impronta i comportamenti delle imprese giapponesi continua a tenere al centro del proprio processo decisionale la preservazione dei posti di lavoro, anche sacrificando il rendimento degli azionisti.

Sia negli Stati Uniti sia in Europa gli interventi di riduzione del personale si sono spesso accompagnati ad operazioni acquisizione, di fusione, di scorporo di break-up. Anche molte scissioni sono effettuate per aumentare l’efficienza delle imprese: ma questo tipo di operazioni parte spesso dall’idea  di sollecitare le imprese che nascono dalla separazione a ricercare aumenti di produttività o revisione dei contratti di lavoro aziendali, proprio per evitare tagli di personale: ma, se i risultati non arrivano, anch’esse sfociano in riduzioni di organico. Come già accennato, in Europa si tendeva a ricorrere a questi interventi come risorsa estrema, sia per le resistenze dei sindacati, sia perché la stessa collettività e le forze politiche giudicavano negativamente le imprese che non difendevano ad oltranza i posti di lavoro. Negli anni Settanta si era arrivati al punto di mantenere in vita perfino imprese de cotte pur di salvare l’occupazione. Ma ora si è fatta strada l’idea che spesso il modo migliore di difendere almeno una parte dei posti di lavoro è quello di sacrificarne alcuni di essi. Anche i sindacati, pur giocando il loro ruolo di opposizione senza rinunce, hanno mostrato maggiore comprensione.

Nonostante ciò, queste operazioni da noi vengono pur sempre gestite per quanto possibile nell’ombra. Quando l’obiettivo non è quello di tamponare delle perdite rovinose e di evitare il fallimento, ma quello di realizzare un margine di profitto in linea con quanto atteso dal mercato dei capitali, l’accortezza nel gestire sottotono è ancora maggiore. Nel nostro modo di pensare non è ancora accettato che si possano effettuare tagli di personale semplicemente per portare il rendimento degli azionisti in linea con quello che pretende il mercato.

Negli Stati Uniti invece molte operazioni di downsizing sono annunciate a viva voce – oserei dire pubblicizzate deliberatamente – come interventi intesi ad aumentare la redditività, magari già positiva, per portarla al livello del tasso di rendimento richiesto per attività caratterizzate da quel grado di rischio. Molti interventi di ristrutturazione vengono presentati come il frutto dell’applicazione della teoria della massimizzazione del valore degli azionisti. E nessuno si scandalizza (o meglio si scandalizzava) se migliaia e migliaia di lavoratori vengono licenziati sull’altare di un tasso di rendimento sul capitale di rischio da raggiungere ad ogni costo.

Come vedremo, ci sono diversi fenomeni che provocano questi massicci aggiustamenti di organico in capo alle varie imprese, In sé e per sé stessi non sono altro che la manifestazione di un processo di cambiamento profondo nel sistema economico che per manifestarsi nei suoi aspetti positivi ha bisogno anche di interventi di demolizione, Il problema sorge allorché questa componente prevale su quella costruttiva, dando forma a tassi dì disoccupazione duratura e alla esclusione dal lavoro di uno strato eccessivo di popolazione. Questo è precisamente il caso dell’Europa, in particolare dell’Italia, e più in particolare del Mezzogiorno. Quando si verificano tali situazioni si creano tensioni di ogni genere nella società: dal malessere dei disoccupati alla perdita di prodotto, dal depauperamento delle competenze di coloro che rimangono per troppo tempo estranei al mondo della produzione ai costi sul bilancio pubblico dei sussidi alla disoccupazione, dai rischi che i disoccupati possano essere attratti nell’area dell’illegalità alla tendenza al separatismo delle aree forti.

In breve, se nel corso della trasformazione la pars destruens prevale su quella construens, l’ambiente dentro il quale operano le imprese si impoverisce e si deteriora. Con il rischio che si determini un risultato paradossale: quello di avere imprese snelle ed efficienti in un contesto invivibile e senza mercato, perché evapora la domanda sotto il peso della disoccupazione e delle paure di coloro che pur avendo il posto di lavoro temono di perderlo. Per questi motivi è nell’interesse delle imprese prendersi cura del problema. Ma lo è anche perché solo le imprese possono creare i posti di lavoro in sostituzione di quelli che esse devono eliminare perché non sono più difendibili. Ultimamente, la questione è ritornata fra le mani delle imprese anche per un’altra ragione: alcune di esse che si sono mosse più aggressivamente in operazioni di downsizing, senza impegnarsi con altrettanta energia in interventi propulsivi, sono finite in un pericoloso stato di anoressia, perfino quando ha tenuto il contesto dentro il quale esse operano.

Ma, affinché le imprese possano esercitare, nei confronti dell’occupazione, oltre ai necessari interventi di potatura, anche una politica costruttiva, è necessario anzitutto che esse comprendano la natura dei fenomeni che sospingono la radicale trasformazione che ha investito le economie occidentali.

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V. Lester Thurow, The Future of Capitalism, N. Brealey Publishing, Londra, 1996.