Articolo 3

04/10/2023 Zenia Simonella

Disabilità psichica: questa sconosciuta

Nonostante la crescente attenzione delle imprese al tema dell’inclusione nel mondo del lavoro, lo stigma nei confronti delle persone che convivono con varie forme di disabilità psichica persiste.  
In una lunga e appassionata intervista, Lucia Borso – direttrice della Fondazione Pino Cova, impegnata sul campo nel progetto Job Stations promosso da Fondazione Italiana Accenture e Progetto Itaca – ci aiuta a fare un po’ di chiarezza sul tema della disabilità psichica e sul suo rapporto con mercato del lavoro e organizzazioni in Italia.  
 
 
 
L’AMBA, Association of MBAs, ha da poco decretato Sda Bocconi School of Management tra i finalisti del premio “Best Culture, Diversity and Inclusion Initiative 2024” per la ricerca “Persone con disabilità e lavoro: oltre le barriere”[1]. La ricerca è stata promossa da Fondazione Italiana Accenture, co-promossa da Accenture Italia in partnership con Sda Bocconi School of Management, e in particolare con l’Osservatorio DIS – Diversità, Inclusione e Smart Working. Alla ricerca hanno collaborato anche il Politecnico di Milano-Tiresia e l’agenzia Free Thinking. 
Il gruppo Sda Bocconi[2] ha curato la parte di ricerca sul campo nella quale sono state coinvolte tre aziende che hanno inserito persone con disabilità: Agenzia per il lavoro e-work, Google Italia, Intesa San Paolo. 
Nel caso di e-work è stata analizzata l’esperienza di inserimento di una persona con disabilità psichica grazie al progetto Job Stations, promosso da Fondazione Italiana Accenture e Progetto Itaca. La Fondazione Pino Cova ne è partner e gestisce una “Station” su Milano.  
  
A proposito di disabilità psichica, mercato del lavoro e organizzazioni, ho intervistato Lucia Borso, direttrice della Fondazione, anche in vista della giornata mondiale della salute mentale (10 ottobre 2023). Sappiamo che il disagio psichico è in aumento, soprattutto tra i giovani, le donne e i soggetti vulnerabili dal punto di vista socio-economico[3].  
 
 
Cominciamo dai dati sulle persone con disabilità psichica occupate. È sempre molto difficile reperirli.  
Sì, difficile sulla disabilità, difficilissimo sulla disabilità psichica, perché le diagnosi sono protette da privacy, quindi è difficile incrociare i dati tra i vari sistemi Da un’analisi secondaria che avevo condotto personalmente non molto tempo fa emergeva che la percentuale di persone con una disabilità psichica o mentale occupate in Italia oscillava tra il 5% e il 10%. Quindi, direi, non più del 10%. Per intenderci, parliamo dell’area – diversa dalla disabilità intellettiva dove rientrano invece ritardi i cognitivi – che comprende i disturbi psichici e psichiatrici: disturbi dell'umore, depressione, passando poi per i disturbi di tipo psicotico (schizofrenia, disturbi paranoidi), disturbi d'ansia, per esempio, e disturbi di personalità. 
 
Sto pensando alla legge Basaglia, siamo nel 1978.  
Franco Basaglia ha avuto il merito di aver liberato queste persone: prima le persone con disturbo psichiatrico erano confinate in istituzioni chiuse. Con la sua azione, ha aperto le porte di queste strutture e considerato le persone con disturbo psichiatrico cittadini con diritti, possibilità e anche potenzialità, liberi di costruirsi una vita nella società, e non esclusi, al di fuori.  Per facilitare questo, si lavora oggi sul fronte clinico (psicologico, psicoterapeutico e farmacologico) e sul fronte sociale, quindi la promozione dell'autonomia della persona. I due assi più importanti per l'autonomia sono l'asse “casa” e l'asse “lavoro”: l'asse casa, ovvero un'autonomia abitativa e tutto quello che ne consegue (dalla gestione dei soldi alla gestione della quotidianità); poi, tema importantissimo, il lavoro. Questi due temi sono veramente delicati perché è molto difficile per le persone con disturbo psichiatrico costruirsi un’autonomia. Come Fondazione, interveniamo sul pezzo lavorativo, cioè cerchiamo di accompagnare le persone ad avere un lavoro vero e un contratto vero, perché di solito in questo mondo ci sono tirocini infiniti e corsi di formazione in organizzazioni che poi non hanno la possibilità di occupare queste persone. Spesso però è molto difficile arrivare a un contratto di assunzione. Così, promuoviamo percorsi di inserimento lavorativo in aziende che hanno dei bisogni reali, cercando di fare il migliore matching tra le capacità della persona e il bisogno dell'azienda. Questo è il lavoro che facciamo attraverso Job Stations.   
 

Chi sono le aziende che si rivolgono a voi? O siete voi che andate a cercare le aziende? Come funziona l'incontro tra domanda e offerta? 
Molto spesso sono le aziende che si rivolgono a noi: lavoriamo per lo più con aziende grosse e strutturate, spesso multinazionali, ma anche con piccole e medie imprese. Nel sistema “Job Stations” sono una ventina le aziende coinvolte. Spesso hanno già attivato percorsi di inclusione, magari di diverso tipo, ma che hanno delle scoperture (in relazione alla 68/99), quindi vogliono ottemperare a un obbligo di legge ma hanno voglia di provare un modello diverso, innovativo per la gestione delle persone con disabilità. La sfida è ambiziosa. 
 
Le aziende in genere si spaventano di fronte alla disabilità psichica; stiamo parlando di contesti preparati ad accogliere queste esperienze? 
Sono aziende preparate, spesso hanno sviluppato politiche interne; oppure sono aziende che hanno delle persone con disabilità, però non hanno ancora attivato delle vere e proprie politiche di inclusione, ma si fidano del modello “Job Stations” che ormai ha inserito più di 100 persone al lavoro. Il percorso è questo: le persone entrano all'interno della job station, fanno un percorso e, se ci sono le condizioni, passano gradualmente a lavorare dentro l’azienda. Le Job Stations sono centri presso le associazioni che hanno una competenza specifica sulla salute mentale. 
 
A tuo avviso, quali sono gli ostacoli all’inserimento e i fattori lo che facilitano? 
La disabilità psichica soffre del maggiore stigma: c’è un grande pregiudizio, ma anche un grande timore: nel contesto aziendale è percepita come correlata all'incertezza, alla scarsa produttività, a volte anche alla pericolosità, perché c'è un'informazione sbagliata o distorta sui disturbi psichiatrici. Non si capisce che si tratta di persone che hanno un disturbo psichiatrico, come una depressione che è diventata invalidante, ma che in realtà soffrono di quello che soffre una gran parte della popolazione, solo a un livello più intenso. I dati sui disturbi psichici li vediamo tutti; tra l'altro sono in aumento, in tutte le fasce d'età, quindi, si tratta di un'esperienza comune e diffusa. E rispetto alla consueta dicotomia “sano/malato”: ormai la teoria più accreditata è che ci sia un continuum e ognuno in modo dinamico, a seconda della fase della vita, di quello che succede, si colloca in un punto di questo continuo. Quindi, questo è quello che cerchiamo di far arrivare alle aziende. Il modo migliore per l'azienda per capirlo è conoscere queste persone.  
I punti che possono essere facilitanti all'inserimento lavorativo sono lo stare in un luogo protetto che può essere appunto un ufficio adibito presso un'associazione, un luogo tranquillo, dove magari non c’è quella frenesia che si percepisce a volte nelle aziende, un luogo accogliente e protetto. 
E soprattutto la presenza dei tutor, che è quello che fa la grande differenza, nel senso che nelle Job Stations c'è sempre un'équipe pronta a sostenere la persona: non tanto dal punto di vista tecnico (perché – e questa è un'altra cosa che spesso non si sa – le persone con disabilità psichica a livello cognitivo sono normodotate e magari hanno studiato, si sono laureate, hanno già lavorato) ma dal punto di vista affettivo, emotivo, relazionale. Per esempio, la persona si può agitare per un piccolo errore e il tutor la aiuta a gestire quello stress, magari rassicurandolo sul fatto che l’errore si può recuperare. Forniamo aiuto nel gestire lo stress legato al lavoro, non forniamo invece un supporto clinico perché per quello ci sono i centri di salute mentale.  

Quindi, le persone hanno due livelli di interazione, cioè interagiscono con le persone che sono nella job station e poi con i colleghi dell'azienda, perché immagino che vadano lì per non creare l'effetto isolamento.   
La maggior parte dei nostri lavoratori fa dei giorni in azienda e dei giorni da noi, nella job station. 
 
Quali sono gli elementi che favoriscono il fatto che la persona venga poi assunta dall’azienda? 
Sicuramente la figura del tutor, utile in primo luogo per la persona perché si sente supportata, non si sente abbandonata. E anche per l'azienda avere un riferimento competente ed esperto è molto rassicurante. 
Poi sicuramente la formazione: forniamo una cassetta degli attrezzi ai colleghi che devono interagire con la persona.  
Ma soprattutto, secondo me, la conoscenza della persona, perché spesso si ragiona per categorie, eppure come spesso succede quando vedi la persona quelle categorie crollano.   
 
Hai osservato un cambio nell’atteggiamento da parte delle aziende in relazione alla disabilità mentale? 
A volte le aziende, quando vado a presentare il progetto mi dicono: “Non mi portare il pazzo”. E invece, poi, quando si conosce una persona, si comprende che sono persone come noi che hanno una sofferenza un po’ più forte, però sono persone che hanno lavorato su di loro, con una grande consapevolezza dei propri limiti e delle proprie fragilità. Il pregiudizio c'è ancora. C’è un po’ più di sensibilità rispetto al tema della salute mentale, perché è un tema su cui le aziende stanno facendo sempre più formazione. Poi con la pandemia la sofferenza psichica è aumentata. Basti guardare quanto siano aumentate le richieste di supporto psicologico, la diffusione di disturbi legati ad ansia e depressione e la diffusione degli psicofarmaci. Quindi non è più vista come una cosa lontana. Franco Basaglia ci ha permesso di superare la logica dei manicomi, quindi queste persone hanno ricominciato a vivere inserite nella società. Però a volte il senso comune, per paura e non conoscenza, le confina ancora mentalmente in un luogo diverso, a parte.  
 
Una volta ho sentito il commento di una persona che ha detto: “Sì, la legge Basaglia, però non sarebbe meglio anche per loro che stessero non in manicomi, ma comunque in luoghi a parte? Fanno del male, ma magari si fanno anche male”.  
Secondo me bisogna sempre partire dal presupposto che ogni persona è unica, cioè non si può pensare a una categoria separata dal resto. Cioè non c’è la categoria dei “matti” e poi ci siamo noi.  Non è così: ogni persona ha la sua storia, la sua esperienza, la sua sofferenza. Bisogna capire quale sia il percorso più giusto per quella persona.  
  
Oggi si parla tanto di diversità e inclusione. C’è tanta retorica, e anche tanta fuffa. Cosa ne pensi?
Bisogna avere il coraggio e la lungimiranza di fare azioni che magari sul breve periodo sembrano controproducenti, ma sul lungo periodo pagano; coraggiose rispetto all’inclusione reale delle persone, quindi offrire lavoro di qualità, lavoro pagato dignitosamente, un ambiente di lavoro sano e davvero inclusivo. Secondo me, è molto utile fare delle esperienze: la conoscenza passa più per l’esperienza concreta che per i grandi slogan. Ecco. Conoscere da vicino le situazioni, le persone e sperimentare. Provare concretamente cosa vuol dire. Cosa vuol dire lavorare con una persona con disabilità? Poi ecco un’altra cosa: non partire sempre dalla retorica del successo.  Cercare di vedere i percorsi nelle loro criticità e nei loro punti di forza. In modo molto realistico. 
La retorica genera false aspettative. Per esempio, una cosa che ci succede spesso: adesso che abbiamo aperto le job stations anche alle persone con sindrome dello spettro autistico: lì c’è una falsa credenza al contrario, cioè, così come ci si aspetta che “i matti” siano pericolosi, si crede che le persone con autismo siano tutte geniali.  Invece le persone vanno guardate senza giudizi e pregiudizi, con le loro potenzialità, i loro limiti, le loro fatiche: secondo me, solo una visione realistica e concreta di questi percorsi può far mettere in atto azioni adeguate e realmente utili. 
 
Per concludere, hai qualche aneddoto da raccontarmi? In positivo o in negativo.  
Avere un lavoro ha a che fare con l’identità di una persona: abbiamo avuto persone che sono ritornate al lavoro dopo anni di depressione, parliamo di persone che non si muovevano dal letto. Hanno ritrovato una professione, una quotidianità, un senso di auto-efficacia, e poi nel tempo hanno ricominciato a fare sport, a uscire con gli amici, a viaggiare… Penso a due nostri job stationer che qualche estate fa si sono trovati a Londra insieme perché avevano ripreso a viaggiare dopo anni, e si sono ritrovati lì, hanno bevuto un caffè insieme: sono soddisfazioni enormi.   
Non tutti i percorsi però sono semplici o lineari: ad esempio, un ragazzo che ha cominciato in job station, era un informatico, super ricercato. Uno sviluppatore molto bravo. L'azienda vedeva che era velocissimo, bravissimo, gli dava sempre più lavoro fino a quando la persona ha dovuto modificare i suoi ritmi e non ce l’ha fatta più, è andato in difficoltà e alla fine mi ha detto: “Voglio fare giardinaggio”. 
 
Questo anche per dire che il percorso lineare non esiste.  
Esatto. Ovviamente l’ottimo per noi è che poi la persona alla fine vada a lavorare in azienda.  Ci sono dei casi, invece, in cui la persona affronta dei momenti di difficoltà; ma la difficoltà non è la fine del mondo: viene gestita anche grazie al fatto che c'è un contenitore (Job Stations) che è pronto ad accoglierti. 
 
Per chiudere, in tema di mercato del lavoro e formazione cosa si può fare?  
Ci sono tante posizioni per le persone con disabilità, ma si fa fatica a trovare i candidati perché manca probabilmente una formazione di qualità, cioè ci sono i corsi di base di informatica, di inglese etc., ma manca una formazione molto specifica legata ai bisogni del mercato. Non una formazione generica a pioggia su tutto, ma legata alle necessità delle aziende, in modo che questi candidati siano pronti per ricoprire le posizioni di cui il mercato ha bisogno. Bisogna quindi partire dalle risorse e dalle capacità delle persone e parallelamente rilevare i bisogni concreti delle aziende e basarsi su quelli per costruire percorsi di formazione di qualità e realmente utili.  



[1] Per questo ringraziamo Manuela Brusoni e Angelica Orfino, dell’ufficio accreditamenti della SDA, per averci offerto l’opportunità di partecipare.  
[2] Simona Cuomo, Silvia Cinque e Zenia Simonella 
Foto iStock / Eoneren

iStock_Eoneren (3)