China Watching

25/09/2019 Cecilia Attanasio Ghezzi

Cina: una marcia lunga 70 anni

Secondo il presidente Xi il Paese sta entrando in una nuova era, in cui verranno riaffermati valori e cultura rivoluzionari – senza bisogno di diritti umani

Una parata militare segnerà il compimento dei settant’anni della Repubblica popolare cinese. Il primo ottobre, a piazza Tian’anmen, la leadership comunista si compiacerà di mostrare al mondo i progressi raggiunti da quando Mao Zedong dichiarò la nascita della Nuova Cina: da povera società agricola a potenza economica globale in meno di un secolo. Chi c’era nei primi tempi della fondazione della Repubblica popolare non può fare a meno di ricordare le tessere annonarie, la fame e le crude purghe politiche che raggiunsero l’apice durante il decennio della Rivoluzione culturale. E poi gli anni Ottanta, quando le riforme economiche volute da Deng Xiaoping, trasformarono il paradigma economico della nazione con lo slogan di «lasciate che qualcuno si arricchisca per primo».

In quegli anni un impiegato statale guadagnava sì e no 50 yuan al mese, ma chi si metteva in proprio arrivava senza troppi problemi ai 400. Era l’epoca in cui si sperimentava il «socialismo con caratteristiche cinesi», l’epoca in cui la promessa di benessere cancellava il sangue con cui erano state represse le proteste di piazza Tian’anmen, l’epoca che ha trasformato la Cina nella fabbrica del mondo che abbiamo imparato a conoscere. È in questo contesto che sono cresciute le giovani generazioni che studiano e consumano nella Cina di oggi, un distopico mix di consumismo, nuove tecnologie e sorveglianza di massa. Si può dire che dal primo ottobre del 1949, ogni generazione che ha vissuto in Cina ha visto un Paese completamente diverso, migliore di quello in cui avevano vissuto i propri genitori. Ma non è più così.

La crescita a tappe forzate ha favorito l’esplosione delle contraddizioni. Oggi Pechino si trova a fronteggiare la crescita più bassa degli ultimi 27 anni con conseguente crisi di fiducia verso la propria classe dirigente. In questi settant’anni il Partito comunista ha mantenuto la leadership attraverso la promessa di riscatto sociale ed economico. Ma oggi i consumi diminuiscono, la società invecchia, il debito pubblico si gonfia e aumentano i disoccupati. La guerra commerciale con gli Stati Uniti, inoltre, mette a dura prova la catena di distribuzione globale da cui dipende la sua economia, soprattutto nel settore su cui ha puntato di più: tecnologia e intelligenza artificiale. Per non parlare delle periferie, da sempre il tallone d’Achille dell’impero, che mettono a dura prova una classe dirigente abituata a governare con bastone e carota.

Nella regione occidentale a maggioranza turcofona e musulmana dello Xinjiang, centinaia di migliaia di uiguri (alcuni stimano che si sia arrivati addirittura alla cifra di un milione e mezzo) stanno scomparendo in un’opaca rete di campi di rieducazione. Hong Kong, fiore all’occhiello della politica di «un Paese due sistemi», scende in piazza da oltre tre mesi in ultimo disperato rifiuto del sistema legale di Pechino. Il presidente Xi Jinping, che ha recentemente abolito il limite dei due mandati alla presidenza e alla vicepresidenza della Repubblica, si rende conto delle sfide eccezionali che dovrà affrontare la sua nazione e risponde con pugno maoista.

Meno tolleranza per il dissenso, autocritiche pubbliche e culto della personalità. Da sempre Xi è convinto che la caduta dell’Urss sia da motivarsi con la delegittimazione compiuta dal partito comunista sovietico verso il suo passato rivoluzionario. «Poiché siamo il partito politico più grande del mondo», ha scritto in un recente articolo su Qiushi, l’importante rivista a cui fa riferimento il Comitato centrale del Pcc, «non ci sono forze esterne che possono batterci, possiamo sconfiggerci solo dall’interno». Così ha recentemente ricominciato a parlare di «grande lotta», un termine che non si sentiva dai tempi di Mao, e ha esortato i funzionari di Partito a trasformarsi in «comandanti e guerrieri» per «vincere sui rischi e le sfide» che attentano sovranità, sicurezza e interessi nazionali e che «diventeranno sempre più complessi».

Il punto è che è iniziato quello che la propaganda chiama «il terzo ciclo dei trent’anni». Il primo ciclo ha visto Mao Zedong prendere il potere e guidare la Cina fino alla fine della Rivoluzione culturale; nel secondo, sotto la guida di Deng Xiaoping, si è sperimentato il mercato. Ma dal 2012, quando Xi Jinping è diventato segretario generale del Partito è iniziata una «nuova era», quella che porta il suo nome. In questa nuova fase la Repubblica popolare deve «aver fiducia» nel proprio «sistema», nel proprio «cammino», nella propria «teoria» e nella propria «cultura». 

Il presidente è convinto che «il XXI secolo vedrà il capitalismo perdere fascino a favore del socialismo, guidato dalla Cina» e dal suo punto di vista il ruolo di Pechino nella governance globale è quello di offrire una «soluzione cinese» ai problemi che stanno esplodendo nelle democrazie. «Se il nostro popolo invece di sostenere i valori morali che si sono formati e sviluppati sulle nostre terre abbraccia ciecamente i valori occidentali, come Paese e come popolo è necessario porsi il problema della perdita di una nostra etica indipendente», ha affermato in più occasioni. E, riguardo a chi accusa la Cina di essere carente nel campo dei diritti umani: «La Cina non esporta né rivoluzione né fame né povertà. E non causa problemi. C’è bisogno di aggiungere altro?»

(Cecilia Attanasio Ghezzi è giornalista. Dal 2011 al 2017 ha vissuto a Pechino ed è stata caporedattrice di China Files. Ha lavorato con Internazionale, La Stampa, Il Fatto Quotidiano e molti altri. Attualmente è a Milano, nel gruppo editoriale News3.0)

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