China Watching

29/11/2021 Cecilia Attanasio Ghezzi

Il partito comunista incorona il presidente Xi Jinping

Il Partito comunista ha approvato una nuova interpretazione ufficiale della storia, che glorifica il presidente in carica chiamato a guidare il Paese tra le molte incertezze domestiche e globali. Xi vuole restaurare la storica centralità geopolitica della Cina e scuotere l’ordine globale costruito attorno alla leadership statunitense. Ma Xi Jinping deve guardarsi dai nemici politici e insieme gestire una nazione che trema sotto i colpi di una profonda crisi del settore immobiliare, del razionamento energetico e di una sempre più diffusa e potente critica delle democrazie occidentali. Come se non bastasse, la risalita del numero dei contagi mette in seria discussione la politica tolleranza zero sul Covid-19, che Xi Jinping aveva trasformato nel fiore all’occhiello del suo governo autoritario.

Come Mao Zedong, come Deng Xiaoping. Anzi, di più. Xi Jinping è il nucleo attorno cui devono stringersi il Partito, l’esercito e il Paese tutto. E il Xi Jinping pensiero è l’unica strada da percorrere per inseguire il sogno cinese e il rinascimento della Nazione. Non sono ammessi inciampi fino al 2049, quando la Repubblica popolare celebrerà il centenario dalla sua fondazione. Ecco il senso della «risoluzione storica» che ha chiuso l’ultimo importante appuntamento politico prima del Congresso del 2022, quello che, se tutto va secondo i piani, consacrerà il presidente alla leadership perpetua. Se c’era ancora chi si domandava se un’autorità così accentratrice potesse veramente rafforzare il Partito e la Cina, da oggi quest’opinione sarà considerata una spia di infedeltà o tradimento. È la certificazione della fine del primus inter pares. Non è più la crescita economica del Paese che legittima il Partito, ma la leadership personale e personalistica di un principe rosso.

Per la terza volta in cent’anni, il Partito Comunista Cinese-PCC ha ratificato una «risoluzione storica». La prima, nel 1945, aveva fatto piazza pulita di chi dissentiva dalla visione politica del Grande timoniere quattro anni prima della fondazione della Repubblica popolare. La seconda, nel 1981, aveva spianato la strada alle politiche di apertura e riforme dell’architetto della nuova Cina con un giudizio senz’appello sull’operato di Mao: era stato «per il 70 percento giusto e per il 30 per cento sbagliato». Si criticava ufficialmente il leader per permettere al Partito di sopravvivere, si condannava il culto della personalità e si promuoveva una grigia dirigenza collettiva che si facesse garante della crescita organica di politica, economia e società. «Non importa se il gatto è bianco o nero», era lo slogan di quei tempi, «l’importante è che acchiappi i topi». Ma i tempi sono cambiati ed è stato da subito chiaro che il ruolo di primus inter pares a Xi Jinping calzava stretto.

Ripercorrere e riscrivere la storia del Partito e insieme del Paese più popoloso del mondo è un vezzo a cui la Repubblica popolare ci ha abituati. Controllare la narrativa serve a controllare le menti. È così che il Partito è sopravvissuto a sé stesso negli ultimi cento anni. Alla «lotta di classe» di Mao Zedong si sostituì l’«arricchirsi è glorioso» di Deng Xiaoping. Oggi c’è la prosperità condivisa e un uomo forte capace di guidare una superpotenza tra i perigli delle incertezze domestiche e globali. Abbiamo visto il pugno duro contro la pandemia e contro i movimenti democratici di Hong Kong. E vedremo come si evolverà la questione di Taiwan. Non dimentichiamo che Xi Jinping è il figlio di uno dei primi sodali di Mao Zedong e ben conosce l’arte di manipolare la storia a proprio vantaggio. Non è un caso che da molti testi stiano scomparendo le citazioni di Deng Xiaoping che mettono in guardia contro l’uomo solo al comando e quelle che invitano all’umiltà nella politica internazionale.

Quella della Cina comunista è «l’epica più magnifica nella millenaria storia della Nazione cinese», una gloriosa epopea consegnata nelle mani di Xi Jinping che verrà amplificata nella sua «nuova era». D’altronde da quando si è insediato nel 2012, i suoi sforzi sono stati tutti volti a ristabilire il suo controllo sul Partito e quello del Partito sullo Stato. Mettendo il suo pensiero in Costituzione si è assicurato la continuità diretta con i padri fondatori ed eliminando l’obbligo dei due mandati si è aperto la strada per governare a vita. All’apice della seconda economia mondiale, Xi Jinping ha promosso con forza la fedeltà incondizionata al leader, lo studio del suo pensiero e la ripetizione degli slogan, offendendo l’intelligenza di una classe media sempre più raffinata e dei suoi funzionari più navigati. È lui l’uomo forte, è hexin, «cuore e nucleo» della Repubblica popolare, vertice di una complessa piramide politica in cui Stato e Partito si sovrappongono mantenendo i confini dell’impero che fu. Xi vuole restaurare la storica centralità geopolitica della Cina e scuotere l’ordine globale costruito attorno alla leadership statunitense. Ma se oggi il Paese è certamente più integrato, ricco e assertivo di ieri, le disuguaglianze e le contraddizioni aumentano, creando lacerazioni sempre più difficilmente componibili.

Nelle stanze segrete di Zhongnanhai, il Cremlino cinese, Xi Jinping deve guardarsi dai nemici politici e insieme gestire una nazione che trema sotto i colpi di una profonda crisi del settore immobiliare, del razionamento energetico e di una sempre più diffusa e potente critica delle democrazie occidentali. Come se non bastasse, la risalita del numero dei contagi mette in seria discussione la politica tolleranza zero sul Covid-19, che Xi Jinping aveva trasformato nel fiore all’occhiello del suo governo autoritario. Il leader si è messo sulla difensiva. E così il Paese che governa. Le politiche della «prosperità comune» e della «doppia circolazione» segnano la strada più cara alle autocrazie: l’autarchia. Sempre di più si cercherà di incanalare l’innovazione del privato in un percorso economico disegnato dall’alto e portato avanti dalle grandi aziende pubbliche. Sempre più si preferiranno i marchi nazionali, sempre meno gli stranieri saranno benvenuti.

Nel frattempo le purghe all’interno del Partito e la lotta alla corruzione per la propaganda si sono estese alle forze armate, al mondo della cultura, degli affari e delle grandi aziende. E anche se Xi rimarrà al vertice di Stato e Partito, l’anno prossimo buona parte degli uomini che oggi occupano le posizioni apicali del Partito e dell’esercito dovranno lasciare per raggiunti limiti di età o di mandati. Quella che nel dopo Mao è sempre stata gestita collettivamente come una tranquilla transizione di potere, potrebbe trasformarsi in una guerra sotterranea senza esclusioni di colpi. Se anche, come tutto lascia supporre, l’attuale presidente sopravvivrà, quando sarà il suo momento non sarà in grado di garantire una successione ordinata. E allora sarà il Partito a tremare. E con esso la Cina tutta.

 

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