Interventi & Interviste

19/02/2021 Roberto Ruozi

Vecchie e nuove sfide per le banche italiane

Durante questi difficili mesi, i problemi storici delle banche italiane non solo non sono stati risolti, ma in alcuni casi si sono anche accentuati: dai bassi tassi di interesse a un rischio dei crediti molto alto; dal livello eccessivamente elevato dei costi – in particolare di quelli del personale – al forte impatto della variabile tecnologica su tutte le procedure bancarie, fino alla crescita della concorrenza all’interno del sistema. Tuttavia, si intravedono alcuni spiragli sul fronte dell’organizzazione interna e della competitività.

La pandemia che ci tormenta da oltre un anno ha sconvolto anche l’attività economica e finanziaria, innescando una crisi che non sarà facilmente superabile soprattutto in tempi brevi. In questa sede vorrei tentare di descrivere alcune conseguenze del virus sulle banche, con particolare riferimento a quelle italiane.

A questi fini è bene ricordare i problemi con i quali le nostre banche si dibattevano prima dello scoppio della pandemia e che erano i seguenti:

  • tassi di interesse bassi o addirittura negativi;
  • rischio dei crediti molto alto accompagnato dalla non completa definizione del trattamento formale e sostanziale degli NPL;
  • livello eccessivamente elevato dei costi e, in particolare, di quelli del personale, strettamente collegati soprattutto al numero troppo alto di sportelli;
  • impatto della variabile tecnologica, in veloce e intensa progressione;
  • crescita della concorrenza all’interno del sistema da parte degli intermediari finanziari non bancari con in testa le fintech.

Tutto ciò ha già influito e continua a influire sulla redditività delle banche, che rimane bassa e determina anche la modestissima valutazione delle azioni bancarie quotate in borsa.

In effetti, i suddetti problemi durante la pandemia non solo non sono stati risolti, ma si sono anche accentuati. La ricerca di una loro soluzione è diventata spasmodica e i relativi tempi si sono ristretti.

In particolare, il rischio dei crediti bancari e le probabilità che questi si trasformino in insolvenze sono cresciuti. Tutte le banche hanno rafforzato le riserve per farvi fronte e questo sta pesando non poco sul bilancio del 2020 e peserà ancor di più su quello del 2021.

In gioco ci sono la crisi economica in atto e i riflessi dei finanziamenti concessi con la garanzia statale alle imprese i cui fatturati sono stati ridotti dalla pandemia che ha creato loro forti tensioni di liquidità. Tali imprese sono state affidate senza tener conto delle loro prospettive future. Ora, tutto lascia credere che un certo numero di esse abbia usato i fondi ricevuti per risolvere problemi temporanei e che, avendo un buon mercato e una buona efficienza, una volta sistemati quelli, riusciranno a ripartire anche se maggiormente indebitate, ma con buone prospettive di riuscire a far fronte non solo ai nuovi impegni, ma anche a quelli esistenti prima della pandemia. Altre imprese hanno invece utilizzato i nuovi crediti solo per tamponare analoghi problemi di breve termine ma, vivendo una crisi strutturale probabilmente accentuata dalla pandemia, non riusciranno a ripartire dopo che il beneficio dei nuovi crediti sarà terminato, cioè fra non molti mesi.

Tali nuovi crediti non dovrebbero comunque creare troppi problemi alle banche perché sono assistiti dalla garanzia statale e si spera che lo Stato continui a essere un debitore. I problemi sorgono invece per i debiti che queste imprese avevano in essere prima della pandemia e che, con il perdurare della loro crisi strutturale, potrebbero non essere rimborsarti. È essenzialmente per far fronte a questi casi che si sono accantonate cospicue riserve. Il peso degli NPL tornerà ad aumentare annullando i benefici prodotti sui bilanci delle banche dalla vendita di quelli che avevano in portafoglio prima dell’inizio della pandemia. Si dovrebbe, in sostanza, ricominciare da capo e non tutte le banche potrebbero farlo.

Un problema meno grave che potrebbe tradursi invece in una buona opportunità per le stesse banche riguarda il forte incremento dei depositi bancari, variabile che da parecchio tempo non dava segni di crescita anche perché le banche non la sollecitavano essendo piuttosto liquide e non avendo grandi opportunità di impiego soprattutto nei crediti. L’incremento massiccio dei depositi non era stato previsto ed è stato dovuto al clima di incertezza e di preoccupazione che la pandemia ha generato riducendo gli investimenti in obbligazioni, azioni e fondi comuni di investimento, nonché al desiderio di gestire tale nuovo risparmio riducendo i consumi e predisponendo riserve monetarie da utilizzare in caso di bisogno nell’attesa del ritorno alla normalità.

Questo fenomeno inaspettato può essere interpretato in vario modo e può avere conseguenze diverse. L’aumento della propensione al risparmio e alla liquidità delle famiglie, in effetti, è un bene o un male? In prima istanza lo si deve considerare favorevolmente. Altri pensano invece che sia frutto di un’eccessiva riduzione dei consumi che non aiuta la ripresa. Il fatto che i nuovi risparmi finiscano poi nelle casse delle banche ha allarmato chi li ritiene in tal modo sterilizzati e non utili per il finanziamento degli investimenti di cui il Paese, specie in questo momento, ha tanto bisogno. Altri, per contro, pensano che essi non sarebbero per nulla sterilizzati in quanto, giungendo alle banche, aumenterebbero la capacità di queste ultime di concedere credito alle imprese e quindi di sostenere gli investimenti. In realtà bisogna vedere se l’aumento di tale capacità sarà accompagnato da un correlato aumento della propensione alla concessione del credito. A questo proposito i dubbi sono effettivamente molti. Nonostante che negli ultimi anni disponessero di liquidità abbondante, le nostre banche hanno infatti ridotto tale propensione sia per motivi di rischio sia per i vincoli patrimoniali cui la concessione dei crediti è sottoposta. Così stando le cose e quindi in presenza di un maggior rischio dei crediti e di vincoli patrimoniali immutati, è difficile che, a parità di altre condizioni, l’aumento dei depositi induca le banche a concedere maggiori affidamenti. In questo senso coloro che temono la suddetta sterilizzazione del risparmio non avrebbero tutti i torti.

Bisogna però considerare che le nuove tecniche di selezione e di valutazione degli affidamenti che le banche hanno iniziato a usare anche grazie all’impiego di tecnologie più avanzate, riducendo le probabilità di insolvenza dei debitori e quindi i rischi dei relativi affidamenti, potrebbero indurre le banche a rivedere la loro propensione in merito, specie se nel frattempo si verificasse la ripresa economica che tutti aspettano con ansia. In ogni caso bisogna poi considerare che detti crediti non sono l’unica forma di impiego dei depositi bancari, i quali possono in effetti essere investiti anche in valori mobiliari di natura pubblica e privata e in altre forme tecniche con cui gli investimenti potrebbero comunque essere finanziati.

L’unico problema relativamente nuovo che la pandemia ha scatenato è comunque quello delle modalità con cui si lavora. Per combattere il virus con il distanziamento sociale una parte consistente del personale bancario – come del resto quello di altri settori economici – è stata allontanata dalle sedi tradizionali di lavoro ed è stata impiegata in modalità smart woking. L’impatto di questo fenomeno riguarda l’utilizzo degli immobili in cui si lavora, la produttività, le modalità con cui si svolge l’attività anche nelle sedi tradizionali e soprattutto negli sportelli e la combinazione fra vita personale e vita lavorativa. È presto per fare un bilancio di quest’esperienza, ma è certo che un ritorno al passato non sarà possibile e che le modalità organizzative del lavoro bancario sia a livello produttivo sia a livello distributivo, insieme agli influssi dello sviluppo tecnologico, produrrà banche molto diverse da quelle attuali.

Non è comunque possibile generalizzare su come le banche riusciranno a risolvere i problemi appena esaminati. Occorrerà vedere caso per caso, ma nel complesso gli effetti della pandemia le ha obbligate ad affrontare e metabolizzare meglio i loro problemi con una decisione maggiore di quella che hanno dimostrato finora.

 

Roberto Ruozi è Professore emerito dell'Università Bocconi

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