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29/09/2026 Maurizio Dallocchio

Servono alternativa alla concentrazione finanziaria

La concentrazione finanziaria, a lungo interpretata come segno di efficienza e successo, può trasformarsi in una fonte di dipendenza e vulnerabilità sistemica. Le sue principali forme sono l’accumulazione del debito pubblico in poche grandi economie, la dipendenza delle imprese europee dal credito bancario, la concentrazione dei mercati azionari e della proprietà societaria. Queste dinamiche amplificano gli shock, limitano l’accesso al capitale e accrescono le disuguaglianze. La risposta non consiste nel penalizzare la dimensione, ma nel costruire alternative attraverso fonti finanziarie diversificate, mercati dei capitali accessibili, vigilanza sistemica, politiche antitrust e regole di governance efficaci.

Per molti anni la concentrazione è stata raccontata quasi esclusivamente come un segno di successo. Le imprese più efficienti crescono, acquistano concorrenti, attraggono capitali e talenti; i mercati premiano chi raggiunge la scala necessaria per innovare. Tutto vero. Ma c’è un punto oltre il quale la scala non produce più soltanto efficienza: crea dipendenza. E quando debito, risparmio, tecnologia e potere di mercato convergono nelle mani di pochi soggetti e in pochi luoghi, un problema circoscritto può estendersi al sistema. La parola chiave del nostro tempo, deve essere chiaro, non è soltanto crescita. È equilibrio. E per preservarlo serve pluralità.

 

Il debito concentrato: stati, imprese e banche

Partiamo dal debito. Secondo il Fiscal Monitor del Fondo monetario internazionale, nel 2025 il debito pubblico mondiale ha sfiorato il 94 per cento del PIL e, seguendo la traiettoria attuale, raggiungerà il 100 per cento già nel 2029 (FMI, 2026). Il dato è di per sé preoccupante, ma non descrive ancora il vero pericolo. Il punto non è soltanto quanto debito esiste, ma dove si concentra, chi deve rifinanziarlo e a quali condizioni. Gli Stati Uniti e la Cina, le due maggiori economie del mondo, figurano anche tra i principali centri di accumulazione del debito. Il Fondo prevede per il 2031 un debito lordo vicino al 142 per cento del PIL negli Stati Uniti e al 127 per cento in Cina (FMI, 2026).

Si potrebbe obiettare che una grande economia, soprattutto se emette debito nella propria valuta, dispone di margini che un piccolo Paese non possiede. Anche questo è vero. Ma ogni titolo che scade deve trovare un nuovo compratore. E oggi il rifinanziamento avviene a tassi generalmente più elevati di quelli ai quali era stata emessa una parte rilevante di quel debito. In soli quattro anni, ricorda ancora il Fondo, la spesa mondiale per interessi è salita dal 2 a quasi il 3 per cento del PIL (FMI, 2026). Non è una variazione contabile: sono risorse sottratte a investimenti, istruzione, sanità, transizione energetica e protezione sociale. Questa maggiore spesa alimenta inoltre una gigantesca competizione per il risparmio disponibile.

Fatte queste considerazioni, emerge la prima concentrazione pericolosa: una quota crescente della domanda mondiale di capitali proviene da pochi, enormi emittenti sovrani. Se per collocare quantità sempre maggiori di titoli essi devono offrire rendimenti più elevati, il prezzo del denaro sale anche per tutti gli altri. Il Fondo osserva che gli aumenti dei rendimenti americani determinati dall’offerta si trasmettono quasi integralmente agli altri mercati obbligazionari. In altre parole, una decisione presa a Washington influenza il costo di un mutuo a Milano, di un impianto industriale in Germania e del debito di un Paese emergente. Possiamo ancora parlare di mercati davvero diversificati quando il loro prezzo fondamentale dipende in misura così forte da un solo centro finanziario?

Il debito, inoltre, non è concentrato soltanto negli Stati. Anche le imprese e le famiglie sono indebitate. Finché redditi, fatturati e valore degli attivi crescono, questa sovrapposizione sembra gestibile. Ma se arriva uno shock – inflazione, recessione, guerra, caduta dei prezzi immobiliari o correzione dei mercati tecnologici – tutti gli operatori possono trovarsi a cercare liquidità nello stesso momento. Gli Stati devono rifinanziarsi e sostenere l’economia; le imprese devono rinnovare prestiti e obbligazioni; le famiglie riducono i consumi per pagare rate dei mutui più elevate. Il tentativo, individualmente razionale, di ridurre il rischio diventa, collettivamente, un acceleratore della crisi. È la vecchia trappola della corsa alla liquidità, ma in un sistema molto più grande, interconnesso e veloce.

Per l’Europa questa vulnerabilità presenta una caratteristica ulteriore: il finanziamento delle imprese dipende in larga misura dal sistema bancario. Secondo i dati raccolti dalla Banca Centrale Europea alla fine del 2025, quasi l’80 per cento del debito delle imprese non finanziarie dell’area euro proviene dalle banche, contro meno del 25 per cento negli Stati Uniti. Qui il mercato obbligazionario svolge invece un ruolo fondamentale, apportando oltre il 75 per cento del debito delle imprese (BCE, 2025a). Parliamoci chiaro: per decenni le banche hanno sostenuto il tessuto produttivo europeo, soprattutto le piccole e medie imprese. È la constatazione che un sistema a una sola gamba rimane fragile anche quando quella gamba è solida. La quasi-assenza del sostegno dei mercati del debito espone le imprese europee a un rischio assai elevato di concentrazione sul sistema bancario.

Immaginiamo per un momento che le banche europee riducano l’esposizione verso le imprese per esigenze di capitale, per il peggioramento del ciclo economico, per la crescita dei rischi o semplicemente per orientarsi verso attività considerate più redditizie. Un’ipotesi non peregrina se si considera che nessuna banca europea compare strutturalmente nelle prime venti al mondo per capitalizzazione di borsa, pur a fronte di ingenti patrimoni contabili (SIFMA/Bloomberg, 2025). Non è possibile che, a un certo punto, gli azionisti di questi istituti chiedano una revisione del modello di business, per avvicinare i rendimenti a quelli delle aziende di credito americane e cinesi?

In un quadro del genere, con le banche europee ipoteticamente in ritirata dal mercato dei prestiti alle imprese e alle famiglie, una grande azienda può emettere un bond, accedere a investitori internazionali o negoziare credito privato. Una media impresa familiare spesso non può farlo, oppure può farlo soltanto a costi proibitivi e con tempi lunghi. Se il credito bancario si restringe e non esiste un mercato alternativo sufficientemente profondo, aziende economicamente sane possono fallire per illiquidità. Il default, in quel caso, non segnala necessariamente un cattivo progetto industriale, ma l’assenza di un ponte finanziario. Nel primo trimestre 2026 la BCE registrava un divario ancora positivo percepito tra il fabbisogno e la disponibilità di credito e, nella rilevazione semestrale, un suo aumento al 5 per cento. Le imprese segnalavano inoltre tassi e costi di finanziamento più elevati, insieme a requisiti di garanzia più stringenti (BCE, 2025b).

Le conseguenze non restano nei bilanci. La scarsità di credito colpisce investimenti, produttività e occupazione; indebolisce le filiere locali e favorisce chi dispone già di cassa o di un accesso diretto ai mercati. La concentrazione finanziaria finisce così per alimentare quella industriale. I più forti acquistano attività e concorrenti a prezzi convenienti, mentre gli altri rinviano l’innovazione o escono dal mercato. È un circuito cumulativo: chi è grande raccoglie capitale più facilmente e, proprio per questo, cresce ancora, diventa più liquido, entra negli indici di borsa e attira nuovi flussi.

 

Mercati e proprietà: la finanza in poche mani

È ciò che osserviamo con molta preoccupazione nei mercati azionari. Nel 2025 le società dell’S&P 500 rappresentavano circa il 67 per cento della capitalizzazione dell’MSCI World, cioè l’indice dei principali mercati azionari sviluppati. Negli Stati Uniti, inoltre, il valore complessivo del mercato azionario ha superato il 220 per cento del PIL (SIFMA/Bloomberg, 2025). A settembre 2026 le prime otto società mondiali si avvicinano complessivamente a un valore di 30 mila miliardi di dollari: circa dodici volte il corrispettivo delle prime otto del 2005. Sette sono americane e tutte appartengono, in senso ampio, allo stesso ecosistema tecnologico: piattaforme digitali, semiconduttori, cloud e intelligenza artificiale. La concentrazione è dunque contemporaneamente dimensionale, geografica e settoriale.

Queste aziende hanno creato innovazioni straordinarie. Il problema nasce quando la loro dimensione viene confusa con l’assenza di rischio. Lo suggeriscono moltiplicatori estremamente generosi: voi comprereste un’azienda pagandola più di 100 volte il fatturato? È quello che a un certo punto è successo a SpaceX. Un indice globale che dipende in larga misura da poche società, a loro volta legate allo stesso ciclo di investimenti, non è diversificato quanto il suo nome suggerisce.

La crescita degli strumenti passivi può rafforzare il meccanismo: più una società pesa nell’indice, più capitale riceve dai fondi che lo replicano; più capitale riceve, più il suo peso può aumentare. Il prezzo diventa così, almeno in parte, causa di nuova domanda e non soltanto conseguenza dei fondamentali.

C’è un altro tipo di concentrazione che non può essere ignorato: quella proprietaria. Grandi gestori internazionali compaiono contemporaneamente tra i principali azionisti di numerose società. I dati dell’OCSE mostrano che, persino nei mercati in cui la proprietà è più distribuita – Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Giappone –, i tre maggiori azionisti detengono in media tra il 25 e il 30 per cento del capitale di ciascuna impresa quotata; i primi venti arrivano complessivamente al 50-60 per cento (OCSE, 2019). Accanto ai fondi vi sono poi fondatori come Elon Musk e Jeff Bezos, i cui patrimoni individuali hanno ormai raggiunto dimensioni un tempo associate soltanto agli Stati. Non è corretto sommare senza cautele ricchezza personale e valore delle imprese, ma il confronto aiuta a comprendere l’ordine di grandezza. Un aumento di capitale pari anche solo al 10 per cento della capitalizzazione delle dieci maggiori società raccoglierebbe quasi 3 mila miliardi di dollari, una cifra pari a quasi al doppio del valore dell’intero comparto bancario europeo quotato (elaborazione su SIFMA/Bloomberg, 2025). Quando pochi soggetti dispongono di una simile potenza finanziaria, il confine tra mercato e potere diventa sottile.

La somma di queste concentrazioni modifica anche il rapporto tra finanza e società. Se il patrimonio finanziario cresce soprattutto grazie a pochi titoli posseduti in misura prevalente dalle fasce più ricche, aumenta la distanza tra chi beneficia dell’apprezzamento degli attivi e chi vive principalmente di reddito da lavoro. D’altra parte, se le piccole imprese hanno un accesso limitato al capitale, le opportunità economiche si spostano verso pochi territori e poche professioni. Se il debito pubblico assorbe una quota crescente del risparmio, diminuisce lo spazio per finanziare nuovi progetti. E se gli stessi giganti controllano infrastrutture digitali, dati e capacità di calcolo, la concentrazione economica diventa anche concentrazione informativa e, inevitabilmente, politica.

Stabilità ed equilibrio sociale non sono separabili dal mondo della finanza. Un sistema nel quale i guadagni rimangono nelle mani di pochi, mentre le conseguenze negative della concentrazione vengono distribuite alla collettività, genera disagio e sfiducia. E queste due sensazioni crescono ulteriormente in presenza di soggetti troppo grandi, troppo connessi o troppo strategici per poter fallire; semplicemente perché il mercato smette di disciplinarli pienamente. Ma l’assicurazione implicita concessa ai grandi operatori rappresenta un costo per tutti gli altri: riduce la concorrenza, incoraggia ulteriore leva e rende plausibile il ricorso al sostegno pubblico. Il rischio non è soltanto una nuova crisi finanziaria. È l’erosione progressiva della legittimità e della credibilità del sistema economico.

 

Costruire alternative alla concentrazione

Che fare? La risposta non consiste nel penalizzare la dimensione o nel rimpiangere mercati piccoli e protetti, ma nel costruire alternative alla concentrazione. L’Europa deve completare davvero l’unione dei mercati dei capitali: favorire emissioni obbligazionarie anche di taglio medio, private placement, minibond, cartolarizzazioni trasparenti, fondi di credito diversificati. E deve favorire convintamente l’accesso al capitale di rischio. Fondi pensione, casse previdenziali e assicurazioni possono e devono sostenere una quota maggiore dell’economia produttiva europea, purché lo facciano con competenza, trasparenza e corretta remunerazione del rischio. Bisogna però evitare che la dipendenza dalle banche venga semplicemente sostituita dalla dipendenza da pochi grandi fondi privati e da un credito meno visibile perché privato.

Anche imprenditori e amministratori devono cambiare prospettiva. Diversificare le fonti finanziarie prima che servano, distribuire le scadenze, mantenere riserve di liquidità e coltivare relazioni con investitori differenti non sono costose cautele: sono investimenti per la continuità aziendale e la mitigazione del rischio. Per gli Stati servono traiettorie credibili del debito, scadenze equilibrate e istituzioni capaci di preservare la fiducia senza dipendere dalla benevolenza momentanea dei mercati. Per la vigilanza occorre guardare all’intero circuito – banche, fondi, assicurazioni, credito privato e derivati – perché il rischio trasferito fuori da un bilancio non scompare: spesso diventa soltanto meno leggibile.

Infine, occorre difendere la contendibilità. Politiche antitrust, interoperabilità, portabilità dei dati, mercati pubblici accessibili e regole di governance efficaci non sono ostacoli all’innovazione: impediscono che l’innovazione di oggi diventi la rendita di domani. Un’economia vitale deve consentire a un nuovo concorrente, a un’impresa media e a un territorio periferico di trovare capitale e spazio, se lo meritano. La diversificazione non è soltanto una tecnica di portafoglio. È una solida politica industriale e sociale, una forma di assicurazione di sistema e, in ultima analisi, una condizione della democrazia economica.

Per anni ci siamo preoccupati soprattutto dei soggetti troppo grandi per fallire. Oggi dovremmo preoccuparci anche dei sistemi troppo concentrati per assorbire un errore. Quando tutti dipendono dagli stessi debitori, dagli stessi titoli, dagli stessi intermediari e dalle stesse tecnologie e alla fine dalle stesse persone dotate di potere senza limiti, non occorre un evento epocale per provocare una crisi enorme: basta che venga meno uno dei pochi pilastri comuni. L’affermazione della libera economia di mercato non consiste nell’affidare tutto al vincitore del momento, ma nel conservare abbastanza pluralità perché il fallimento di uno non si trasformi in un crollo per tutti.

 

Riferimenti bibliografici

BCE (2025a), Supervisory banking statistics, quarto trimestre 2025.

BCE (2025b), Survey on the Access to Finance of Enterprises, quarto trimestre 2025.

FMI (2026), Fiscal Monitor, aprile 2026.

OCSE (2019), Owners of the World's Listed Companies.

OCSE (2023-2025), Corporate Governance Factbook, edizioni 2023 e 2025.

OCSE (2026), Global Debt Report 2026.

SIFMA (2025-2026), Capital Markets Fact Book; dati Bloomberg.

 

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