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20/04/2023 Fabrizio Perretti

Poveri ma... poveri

Il dossier del nuovo numero di Economia & Management è dedicato alla povertà. Più che soffermarsi sulle cause, sui fattori e sulle soluzioni, cerca di restituirci i diversi volti delle persone che vivono in questa drammatica condizione. Persone sempre più numerose – parliamo di circa un quinto delle famiglie italiane, nel 2021 – con cui conviviamo quotidianamente, troppo spesso senza averne la consapevolezza. Eppure è da questa consapevolezza che si deve partire per cercare una possibile soluzione. Questo vale anche e soprattutto per le imprese, che sono soggetti importanti nel nostro modello economico e sociale. Perché le imprese non devono avere solo la responsabilità sociale di guardare gli altri, ma anche il coraggio di riflettere su sé stesse e comprendere se, oltre a produrre ricchezza, non generino anche povertà.

Il famoso film di Dino Risi, Poveri ma belli, è del 1956. Ne seguiranno altri due, a comporre così una trilogia[1] in cui la povertà viene richiamata esplicitamente nei titoli, ma è associata ‒ a differenza del cinema neorealista ‒ al genere della commedia. L’Italia degli anni Cinquanta è un Paese povero che è appena uscito dalla devastazione e dalla distruzione materiale della Seconda guerra mondiale. L’indagine parlamentare del 1953 aveva indicato che «in media, le famiglie in stato di miseria risulterebbero 1.357.000, pari all’11,8 per cento del totale; e quelle in condizioni disagiate 1.345.000, pari all’11,6 per cento. Circa un quarto della popolazione italiana vivrebbe dunque in condizioni di povertà». Si tratta di dati drammatici, ma siamo di fronte a un Paese che è in piena fase di ricostruzione ed è in viaggio verso il boom e il miracolo economico che seguiranno a breve. Un Paese ancora povero, ma che è ottimista sul suo futuro.

Nell’ultima indagine Istat (2021), in Italia le famiglie in povertà assoluta sono 1.960.000, pari al 7,5 per cento del totale e quelle in povertà relativa sono 2.895.000, pari all’11,1 per cento del totale. Circa un quinto delle famiglie italiane vive quindi in condizioni di povertà. A distanza di settant’anni, nonostante l’Italia sia da tempo un Paese sviluppato e ricco, la povertà rimane ancora un problema serio che colpisce molte famiglie e individui, compromettendo la loro qualità di vita e mettendo a rischio la loro dignità, con percentuali non molto diverse da quelle degli anni Cinquanta. Il dato preoccupante è che negli ultimi quindici anni le famiglie in povertà assoluta sono aumentate costantemente fino a raddoppiare (erano 819.000 nel 2005).

La povertà in Italia continua a essere un problema complesso che colpisce milioni di persone in diversi contesti e si concentra in alcuni gruppi sociali più vulnerabili, come i giovani, le donne, gli anziani, gli immigrati e le persone con disabilità. Questi dati, tra l’altro, non rappresentano l’intera portata del problema, poiché esistono altre forme di privazione e di esclusione sociale che non vengono misurate dalle statistiche ufficiali. Per esempio, la povertà energetica, ovvero l’incapacità di pagare le bollette dei servizi pubblici come l’elettricità e il gas, è un problema molto diffuso. A differenza di settant’anni fa, all’orizzonte non si intravede però un boom economico paragonabile a quello degli anni Sessanta. Al sogno e alla speranza di salire in alto, di migliorare, si sono sostituiti l’incubo e la paura di scivolare in basso, di peggiorare. Non possiamo quindi più parlare di poveri ma belli, bensì di poveri senza alcun «ma».

Comprendere le cause delle povertà è fondamentale per elaborare soluzioni. Attualmente, milioni di italiani vivono in condizioni di povertà o rischiano di cadere in questa situazione a causa di fattori come la disoccupazione, la bassa retribuzione, la precarietà del lavoro e l’accesso limitato ai servizi pubblici. Un altro fattore che contribuisce alla povertà in Italia è la bassa istruzione. Le persone con bassi livelli di istruzione hanno meno opportunità di lavoro e di reddito, e sono più vulnerabili alla disoccupazione e alla precarietà lavorativa. Inoltre, la mancanza di istruzione limita l’accesso a servizi e opportunità, impedendo alle persone di uscire da condizioni di disagio economico. Se le cause della povertà sono quelle sopra indicate, allora le soluzioni, seppur non semplici, dovrebbero essere altrettanto chiare: aumentare l’occupazione, aumentare i salari, rendere il lavoro stabile, aumentare l’istruzione e l’accesso ai servizi pubblici. Se però i fattori sono molti e interrelati, allora il rischio è come nel romanzo Dieci piccoli indiani di Agatha Christie in cui, alla fine, non sembra esservi alcun colpevole («and then there were none»).

Quando se ne analizzano o si evidenziano le cause, la povertà diventa un tema delicato e controverso. Le cause non indicano infatti solo un insieme di fattori, ma evidenziano anche responsabilità in capo ad alcuni soggetti. Come sottolineava, ormai mezzo secolo fa, l’arcivescovo brasiliano Hélder Câmara, «quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista». Il vero problema è infatti capire chi è responsabile della povertà e se le soluzioni proposte siano compatibili con l’attuale modello economico e sociale, o se non sia invece proprio questo modello a creare livelli di povertà crescenti e diffusi. In quest’ultimo caso la povertà rappresenterebbe una caratteristica strutturale della nostra società che può essere solo alleviata.

Oscar Wilde ci ha fornito, però, un’interessante argomentazione contro la logica della beneficenza. In L’anima dell’uomo sotto il socialismo lo scrittore sostiene infatti che la beneficenza degrada e demoralizza, non elimina la causa della povertà, ma piuttosto la maschera temporaneamente: «le persone scoprono di essere circondate da una povertà spaventosa, da una bruttezza spaventosa, da una fame spaventosa. È inevitabile che tutto ciò le commuova. Di conseguenza, con intenzioni ammirevoli ma male indirizzate, con la massima serietà e molto sentimentalismo, si impegnano nel compito di rimediare ai mali che vedono. Ma i loro rimedi non curano la malattia, non fanno che prolungarla. Di fatto, i loro rimedi sono parte della malattia […]. L’obiettivo giusto è infatti quello di cercare di ricostruire la società su basi che rendano impossibile la povertà. E le virtù altruistiche hanno impedito il raggiungimento di questo scopo. Proprio come i peggiori schiavisti erano coloro che trattavano gentilmente i propri schiavi, e così impedivano che l’orrore del sistema fosse compreso da coloro che lo subivano e capito da coloro che lo osservavano» [2].

 Come ha ben evidenziato la scrittrice e attivista politica Barbara Ehrenreich, sono i poveri i veri benefattori della società: «quando una persona lavora in cambio di una paga inferiore a quella necessaria per vivere ‒ quando, per esempio, soffre la fame in modo che tu possa mangiare più a buon mercato e comodamente ‒ allora ha fatto un grande sacrificio per te, ti ha fatto dono di una parte delle sue capacità, la sua salute e la sua vita. I «lavoratori poveri», come vengono benevolmente definiti, sono infatti i grandi benefattori della nostra società. Trascurano i propri figli in modo che i figli degli altri siano accuditi; vivono in alloggi scadenti in modo che le altre case siano splendenti e perfette; sopportano le privazioni in modo che l’inflazione sia bassa e i prezzi delle azioni alti. Un povero che lavora è un donatore anonimo, un benefattore senza nome per tutti gli altri»[3].

Il dossier di questo numero è dedicato alla povertà e, più che soffermarsi sulle cause, sui fattori e sulle soluzioni, cerca di restituirci i diversi volti delle persone che vivono in questa drammatica condizione. Sono tra noi, ci conviviamo quotidianamente, spesso senza avere la consapevolezza di quanto siano a noi vicine. È però da questa consapevolezza che si deve partire per cercare una possibile soluzione. Questo vale anche e soprattutto per le imprese, che sono soggetti importanti nel nostro modello economico e sociale. Le imprese non devono infatti avere solo la responsabilità sociale di guardare gli altri, ma anche il coraggio di riflettere su se stesse e comprendere se, oltre a produrre ricchezza, non generino anche povertà.

Oltre al dossier sulla povertà, questo numero affronta, nei suoi due focus, due temi di grande interesse: il primo è dedicato al Pnrr, ai suoi obiettivi, al suo stato di avanzamento e alle sue criticità; il secondo è invece dedicato alla governance delle imprese. Buona lettura! 



[1] Belle ma povere (1957) e Poveri milionari (1959).

[2] O. Wilde (1891), The Soul of Man Under Socialism, trad. it., Il critico come artista. L’anima dell’uomo sotto il socialismo, Milano, Feltrinelli, 2015.

[3] B. Ehrenreich (2001), Nickel and Dimed: On (Not) Getting By In America, Metropolitan Books, trad. it., Una paga da fame: come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo, Milano, Feltrinelli, 2002.

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