Fotogrammi

Gianni Canova, Severino Salvemini

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Vecchi media per messaggi nuovi


Un tempo i manifesti pubblicitari servivano a promuovere merci. Nel nuovo film del regista Martin McDonagh innescano invece una nuova forma di comunicazione sociale. Sono un argine alla smemoratezza collettiva e un interrogativo ficcato nel cuore della coscienza civile. Qualsiasi battaglia, ormai, è combattuta prima di tutto sul terreno della comunicazione. E a volte anche mezzi vecchi possono servire a comunicare il nuovo

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Regia: Martin McDonagh

Int.: Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell

USA, 2017.

 

Sono lì, abbandonati. Al bordo di una strada dove non passa quasi più nessuno. C’è una strada nuova, per entrare a Ebbing, Missouri. Logico che nessuno compri più lo spazio per affissioni pubblicitarie al bordo della strada vecchia, su cartelloni condannati a essere visti solo da pochi automobilisti distratti. Logico quasi per tutti, ma non per Mildred Hayes. Lei ragiona con un’altra logica. Non quella della quantità, ma quella della qualità. Non conta quanti li vedono, quei manifesti, ma chi li vede. Conta quello che vuoi comunicare per il loro tramite. Così, fredda e determinata, Mildred entra nell’agenzia pubblicitaria di Red Welby e affitta per un anno i tre billboards dismessi. Sopra, fa stampare tre frasi lapidarie, da leggere in sequenza: «Stuprata mentre stava morendo». «E ancora nessun arresto». «Come mai, sceriffo Willoughby?». Uno, due, tre. Secco e chiaro. Potente come una fucilata. Come una frustata. Nessuna diffamazione. Solo un fatto e una domanda. Che suona come un atto d’accusa potentissimo. Stampate su carta color rosso fuoco, quelle tre frasi bruciano come un rogo nella coscienza e nella memoria della piccola comunità. Perché lo sanno tutti che la figlia adolescente di Mildred è stata stuprata e uccisa, così come sanno che quel crimine è rimasto senza colpevole, ma tutti fingono di dimenticarlo, rimuovono il ricordo, per tornare a vivere nel tran tran di tutti i giorni. È quello che Mildred non tollera. Che il mondo dimentichi. Che il crimine finisca nell’oblio. Che si ritorni alla vita di sempre come se nulla fosse successo. E allora sceglie la comunicazione come terreno di battaglia. Sui cartelloni dove prima si pubblicizzavano merci e dove ancora si vedono frammenti sbiaditi di un vecchio advertising consumista e ormai sorpassato, lei ingaggia un braccio di ferro con il responsabile locale della Legge e della Giustizia, ma lo fa in modo che tutti vengano a sapere della battaglia in atto. Arriva anche la tv, a intervistarla. E allora qui manifesti diventano una bomba mediatica che fa esplodere nel mondo la sua furente denuncia.

Diretto dal regista di In Bruges Martin McDonagh e candidato a ben sette premi Oscar, Tre manifesti a Ebbing, Missouri offre più di una suggestione problematica per ragionare su come stanno cambiando i meccanismi e le tecniche di comunicazione, ma anche sulle strategie più adeguate per raggiungere obiettivi sulla carta impossibili.   

Ne discutono Severino Salvemini e Gianni Canova.

S.S. Io trovo che la vera invenzione del film sia il personaggio di Mildred Hayes interpretata da Frances McDormand. Secca e sagace nel suo linguaggio diretto, durissima nella sua tuta blu di lavoro, capace di prendere a calci i genitali di chi l’ha offesa o di chi non le dà retta, a suo modo rappresenta l’esito estremo di quell’appello alla crescita civile che oggi coalizza tante donne negli USA, soprattutto dopo lo «speech presidenziale» di Oprah Winfrey alla manifestazione dei Golden Globes. Quando attraversa a piedi la strada di Ebbing, schiena dritta e sguardo fiero, somiglia a John Wayne sceriffo che esce dalla prigione e se ne va al saloon senza preoccuparsi se qualcuno gli sparerà addosso…

G.C. Vero. Ma la novità del personaggio sta nella spregiudicatezza con cui agisce sul piano comunicativo. Basta pensare al dialogo con cui liquida il prete della comunità accusandolo di appartenere a una «tribù» che si è macchiata di tante e tali colpe che nessuno di quelli che ne fanno parte può più dirsi innocente. Ma penso poi alla geniale intuizione di rendere pubblico un dolore e un risentimento privato, usando i luoghi della vecchia pubblicità mercantile per innescare nuove forme di comunicazione sociale. Quei tre manifesti sono una chiamata di correo. Non una denuncia, non un piagnisteo. Una domanda. Solo una domanda. Ma più che sufficiente per inchiodare tutti alle loro responsabilità.

S.S. Hai detto bene: nessun piagnisteo. Mildred è un personaggio molto contemporaneo perché è estranea a quella cultura del vittimismo che spesso ha paralizzato la vecchia Europa. Sa di essere sola, Mildred. Per questo è spregiudicata nelle alleanze (si allea persino con il nano del villaggio), determinata nelle scelte e dura quanto basta per non lasciarsi impietosire dal destino di nessuno. Va dritta al bersaglio, e non concede tregua. 

G.C. Anche il suo antagonista, lo sceriffo Willoughby interpretato da Woody Harrelson, usa la parola scritta per comunicare: le tre lettere che scrive prima di togliersi la vita sono l’analogo delle tre frasi scritte da Mildred sui billboards ai margini della vecchia strada. E le parole di quelle lettere pesano nella coscienza di tutti quanto quelle stampate sui manifesti. La parola torna a essere agente sociale, riconquista spazio e ruolo rispetto alla presunta egemonia dell’immagine.  È davvero il fulcro del sistema di relazioni entro cui si muove l’intera comunità.

S.S. Io penso però che la storia funzioni perché è ambientata in un contesto esemplare come la cittadina di Ebbing, nel Missouri. È una tipica città di provincia, retrograda e densa di pregiudizi e razzismo, come ce ne sono migliaia in America. Ricorda Holcomb, la cittadina del Kansas di A sangue freddo di Truman Capote: piccole e grosse violenze da bar; gossip di quartiere; televisione come unico sfogo; alienazione totale; strade periferiche abbandonate.

G.C. Mildred è l’espressione paradigmatica di questo habitat e al tempo stesso ne è il possibile riscatto. Scurrile come il mondo che la circonda, ma più intelligente e lucida di quel mondo, è capace di trapanare il dito di un dentista impiccione, di prendere a calci i compagni di scuola del figlio e perfino di appiccare il fuoco alla stazione di polizia. Ruvida, ma sempre a suo modo elegante. Lontanissima da ogni forma di glamour, sa essere comunque bella. Bella come ogni personaggio che crede in quello che fa, e lo fa perché ritiene giusto farlo, costi quel che costi. Se piace (e piace), e se la sentiamo un po’ tutti come un esempio, è perché viene da lontano. E perché nella sua furia c’è qualcosa di Antigone e di Elettra, e si sente l’odore delle radici da cui tutti proveniamo. 

locandina ebbing