Fotogrammi

Gianni Canova, Severino Salvemini

Paterson

Far scaturire il diverso dall’osservazione dell’identico


Da dove nasce la creatività? Cosa la stimola meglio? Un’esistenza abitudinaria o una vita giocata sull’innovazione continua? Paterson, il nuovo film di Jim Jarmusch, prova a dare una risposta raccontando l’esistenza quotidiana di un autista di autobus che si chiama come la cittadina in cui svolge il suo lavoro (e come il film che racconta l’uno e l’altra). Ed è una risposta per molti versi inattesa e sorprendente.

Paterson

Regia: Jim Jarmusch

Int.: Adam Driver e Golshifteh Farahani

USA, 2016.

 

La sveglia suona ogni mattina alla stessa ora, le 06:10. Lui si alza, fa colazione nella stessa tazza, esce di casa e comincia a fare il suo lavoro di autista di autobus in una piccola cittadina del New Jersey che si chiama come lui, Paterson. Durante l’intervallo della pausa pranzo, Paterson apre il suo taccuino e scrive versi: è un poeta, cerca le parole giuste per dar forma alle emozioni e al sentimento della vita. Poi torna a guidare l’autobus. Ogni giorno capta stralci di conversazioni fra i passeggeri e incontra coppie di gemelli. Poi, finito il turno, torna a casa e raddrizza ogni sera la cassetta della posta puntualmente storta, poi riabbraccia l’amata moglie Laura (come la donna cantata dal Petrarca, puntualmente citato assieme a Dante), porta a spasso il cane Marvin e beve una birra sempre nel medesimo pub. Tutto qui. La vita gira, tutto si ripete. Sempre uguale, eppure sempre diverso. Perché ogni giorno sono diverse le coppie di gemelli, diverse le poesie che scrive, diversi i discorsi captati sull’autobus tra i passeggeri (sorprendenti quelli fra i due ragazzini anarchici e romantici che parlano con ammirazione di Gaetano Bresci, il libertario italiano che uccise a Monza il re Umberto I e che non fu giustiziato perché in Italia già agli inizi del ’900 non c’era la pena di morte…). Se in altri suoi film – da Ghost Dog a Dead Man – Jarmusch aveva raccontato percorsi e derive, fughe e ritorni, qui mette in scena la ricorsività del vivere. L’azione – almeno in apparenza – non progredisce, circola. La storia scivola. Come Paterson alla guida del suo autobus: stesso percorso, stessi paesaggi. Ma ogni giorno in modo differente dal giorno prima. Nella sua perfetta circolarità, Paterson è un’elegia della routine e celebra l’epos dell’abitudine. Niente di più lontano, in apparenza, dal lavoro di un manager. Eppure.

Eppure, fra il driver interpretato da Adam Driver (anche qui: nomen omen?) e un manager, qualche inatteso e sorprendente punto di contatto c’è. Per esempio, la capacità di ascoltare, la spontanea curiosità nei confronti dei propri simili e più in generale della vita. Ne discutono, come di consueto, Severino Salvemini e Gianni Canova.

 

S.S. In apparenza, Paterson è una di quelle persone che si sono messe il cuore in pace: fa un lavoro che non prevede carriera, che non gli dà nessuna possibilità di crescere e di salire gerarchicamente.

Non c’è competizione, nella sua professione, non c’è autorealizzazione. Paterson si realizza piuttosto al di fuori del perimetro lavorativo, secondo quella che gli psicologi definiscono la motivazione estrinseca del lavoro. Il fatto poi che la sua mansione lo porti a contatto con persone e con ambienti suggestivi, lo spinge alla creatività poetica.

 

G.C. Non sono d’accordo. I passeggeri che salgono sull’autobus di Paterson non sono «suggestivi» di per sé. È il suo sguardo che li rende interessanti. È lui che sa cogliere l’inatteso in ciò che a un qualsiasi altro osservatore potrebbe sembrare banale. Non sono d’accordo neanche sul fatto che la sua sia una motivazione estrinseca: Paterson non riscatta con la creatività poetica un lavoro anonimo e frustrante, ma riesce ad applicare al mondo uno sguardo poetico anche e proprio perché fa quel lavoro. La creatività non scaturisce dal genio e dalla sregolatezza, ma spesso – sempre più spesso – ha bisogno di regolarità, di certezze quotidiane, di ripetizioni e conferme. Proprio perché fa un lavoro che ogni giorno si ripete, Paterson può cogliere le minime variazioni nel tragitto e allenarsi ad applicare quello sguardo di dettaglio, quell’osservazione sghemba e obliqua del mondo che è alla fonte del linguaggio poetico.

 

S.S. Su questo hai ragione: Paterson fa della sua attitudine all’ascolto una precisa strategia di comprensione del mondo. In lui c’è quella capacità di ascoltare che è una delle doti indispensabili di ogni bravo manager. Gli mancano però, rispetto a un manager, la voglia di competizione e di successo, il desiderio di crescere e di cambiare, la propensione a esplorare strade nuove.

 

G.C. Non è vero! Paterson imbocca ogni giorno una strada nuova. Fa lo stesso tragitto, è vero, ma lo fa ogni volta in modo diverso. Dobbiamo smettere di pensare che la creatività nasca dalla sperimentazione quotidiana del diverso, Spesso, scaturisce al contrario dall’osservazione dell’identico. Anche storicamente era così: penso a Monet che dipingendo in 31 tele diverse la facciata gotica della cattedrale di Rouen raggiunge quello che per molti storici dell’arte è il culmine dell’impressionismo… Per tre anni, dal 1892 al 1894, Monet affitta una camera che dà sulla facciata della cattedrale e ogni giorno non guarda altro che quella.  Fa scaturire l’innovazione dall’osservazione dell’identico…

 

S.S. Paterson, in effetti, fa una cosa analoga sedendosi ogni giorno davanti alla cascata. È osservando ripetutamente il medesimo paesaggio che riesce ad accendere la sua creatività. Ed è proprio in quella postazione che avviene il dialogo finale con il turista giapponese, il quale intuisce in Paterson una sensibilità non comune e gli suggerisce una soluzione semplicissima ma efficace per ricominciare a scrivere dopo la catastrofe della distruzione del taccuino su cui aveva scritto a mano le sue poesie da parte del mastino Marvin. È una reazione molto zen…

 

G.C. Tutto nel film è molto zen. È un film quieto, Paterson. Non urla, sussurra. Non corre, pattina. Non scalpita, attende. C’è qualcosa di zen nell’atteggiamento di stupore e meraviglia con cui Paterson e la moglie vivono la vita di tutti i giorni, e nel piacere delle chiacchiere (come già nel delizioso Coffee and Cigarettes) che scandiscono la loro storia.

 

S.S. A proposito del rapporto con la moglie, io ho trovato molto interessante il connubio fra lui e lei, anche perché esprimono due diverse forme di creatività. Lui sogna e compone a colori, lei invece è ossessionata dal bianco e nero, con disegni astratti molto poco armonici, un po’ nello stile che in Italia trova espressione nella linea di Corso Como 10. Lei non prevarica lui, e lui è disponibile nei confronti dei tentativi creativi di lei. Sono due tipi di creatività (e forse anche due «voglie» di successo) diverse, che si tollerano e si sostengono reciprocamente.

 

G.C. …e non è casuale che tutto ciò avvenga a Paterson, la cittadina in cui nacque il poeta William Carlos Williams e in cui crebbe il poeta Allen Ginsberg. Il luogo in cui una ragazzina imberbe scrive poesie quasi più belle di quelle del «poeta» Paterson. La poesia, a Paterson, si respira nell’aria. Fa parte del genius loci. Non dipende dalla bellezza del luogo, né dalla particolare cultura degli abitanti. È qualcosa di più ineffabile, che riguarda la sensibilità collettiva. Non tutti i luoghi sono equivalenti quanto a capacità di stimolare azioni creative. Ed è un tema, questo, su cui tutti, forse, dovremmo cominciare a riflettere un po’ di più. 

paterson