Appunti del direttore

01/02/2016

Guido Corbetta

Post-it di un valutatore di start-up


Un blog agli esordi, in fase di start, non poteva non contemplare un contributo sulle start-up. Ho partecipato all’importante iniziativa promossa da Bocconi #startupday, che prevedeva, da un lato, l’assegnazione di un premio alle start-up che seppure in fase iniziale del ciclo di vita avessero prodotto risultati significativi e, dall’altro, uno spazio di marketplace in cui ad alcune start-up selezionate da apposita giuria, veniva data l’opportunità di incontrare potenziali investitori.

Ho accolto l’invito a sedere nella giuria che valutava l’ammissibilità al marketplace, un’esperienza durata diverse settimane, su cui ho voluto prendere un po’ di appunti, perché potessi poi riprenderli a posteriori e trasformarli in una nota sintetica da condividere.    

I punti che ritengo importante sottolineare sono essenzialmente tre:

  1. Domande, domande e ancora domande. L’idea può essere bellissima, ma fine a se stessa, se non viene posta al vaglio critico di terzi, che devono essere innanzitutto i potenziali consumatori e poi persone che non abbiano niente a che vedere con chi ha avuto l’idea (soprattutto evitare parenti fino al terzo grado e affini). Il rischio è, infatti, di innamorarsi della propria idea a prescindere dalla sua sostenibilità. Bisogna interrogarsi sulla motivazione di base dell’impresa in cui ci si vuole tuffare, proprio interrogando i potenziali destinatari e coloro che non hanno alcun motivo di essere entusiasti, gentili o anche acquiescenti con voi. Ovviamente con tutte le buone intenzioni di questo mondo.
  2. Rigore di rigore. Ho avuto modo di toccare con mano quanto l’aspetto quantitativo, assolutamente imprescindibile nel sostenere un business plan, sia sottovalutato. Non manca il business plan, ma c’è spesso poco rigore «numerico» , e in generale metodologico: è frequente un’articolazione del pensiero e delle azioni tutta sbilanciata su possibili ricavi e poco focalizzata sui costi. Non si fa un buon servizio alla propria idea e al suo possibile sviluppo futuro non dedicando attenzione alla quantità di costi da sostenere a fronte di un’enfatizzazione dei ricavi.
  3. Il fascino della comunicazione efficace. L’equilibrio tra aspetti quantitativi e qualitativi dovrebbe essere reso ben visibile. E qui entriamo nel campo della presentazione del proprio progetto, che, ricordiamo, deve convincere a «credere» nell’impresa, attraendo non solo fan, ma anche risorse. Non sono assolutamente un avversario del «racconto» di un’idea, anzi; ma credo che valga la pena, magari in alcune circostanze più che in altre, che questo racconto integri, di più e con più forza, grafici e figure, elaborazioni in immagini, che permettano di visualizzare numeri (e non solo). Oggi si possono rendere accattivanti anche queste forme di comunicazione e adottare una cifra espositiva di questo genere può avere un importante effetto non collaterale: trasmettere ai destinatari che l’idea che si ha in testa è chiara.
GuidoCorbetta