Fotogrammi

14/03/2017

Gianni Canova, Severino Salvemini

Vi presento Toni Erdmann

Lo striptease della manager in carriera


Candidato all’Oscar come miglior film straniero, Vi presento Toni Erdmann della regista tedesca Maren Ade mette a fuoco in modo originale il rapporto fra un padre burlone e una figlia manager, riuscendo a evidenziare con problematica ironia alcuni dei nodi irrisolti e dei problemi aperti dell’economia contemporanea.

Vi presento Toni Erdmann

Regia: Maren Ade

Int.: Peter Simonischeck e Sandra Huller

Germania/Austria, 2016.

Ines Conradi è una manager tedesca in carriera. Lavora per una società di consulenza che imposta piani di ristrutturazione di aziende in crisi. Vive da mesi a Bucarest, in Romania, dove sta cercando di chiudere un accordo strategico per un’azienda che vuole ristrutturare ed esternalizzare. Bionda, elegante, tailleur nero d’ordinanza con tacchi e trucco leggero, Ines vive attaccata al telefono, è imbattibile nelle pubbliche relazioni e non si concede distrazioni se non qualche raro (ed estroso…) incontro sentimentale con un collega di lavoro. Ma un giorno le piomba in ufficio all’improvviso suo padre Winfried, insegnante di pianoforte in pensione con la passione dei trucchi e degli scherzi. Goffo, un po’ invadente, trasandato con i suoi jeans e le sue camicie stropicciate portate sempre fuori dai pantaloni, Winfried accompagna la figlia a party e ricevimenti, seminando ovunque imbarazzo e disagio. Tanto che lei, dopo un po’, esasperata, lo invita apertamente a tornarsene a casa, in Germania. Lui finge di acconsentire e di partire, salvo riapparire poco dopo mascherato da Toni Erdmann: parrucca nera, denti finti, giacca scura e cravatta allentata, dice di volta in volta di essere un consulente, un coach o un ambasciatore, frequenta party e feste, importuna le signore e dispensa consigli tattici ed empirici sui problemi più disparati. Toni Erdmann, di fatto non esiste. È una maschera, una finzione. Ma proprio la sua presenza “aliena” finisce per allentare i freni inibitori di tutti gli ambienti con cui entra in contatto e per mettere a nudo i veri meccanismi relazionali che si nascondono dietro le strategie aziendali e il galateo sociale.  Ne discutono Severino Salvemini e Gianni Canova.

    

S.S. Il film mette efficacemente a confronto due identità diverse e due diverse filosofie di vita: la figlia Ines è un’agguerrita e glaciale manager operante nelle più reputate società di consulenza direzionale (nel film, Morrison e McKinsey), totalmente rampante, anaffettiva e autocentrata; il padre invece è un artista, romantico e folle, anarchico e sguaiato con i suoi travestimenti che combattono le ipocrisie beneducate dell’establishment dirigenziale.

Il simbolo di queste due differenti identità di ruolo professionale è una protesi di denti posticci, fuori misura per qualsiasi bocca. Il padre la indossa quando prende di mira le regole sociali del luogo in cui si trova, indossando anche un travestimento capace di lasciare nel dubbio i suoi interlocutori.

 

G.C. Verissimo. Ma io trovo che uno dei pregi del film sia nel fatto che il mondo manageriale in cui si muove la figlia è rappresentato senza pregiudizi e senza preclusioni ideologiche. Il dialogo sui nuovi manager rumeni, che hanno una visione internazionale, ma non capiscono più la Romania e vanno troppo veloci rispetto al loro paese, mi sembra davvero illuminante. Come lo è l’analisi psicologica delle motivazioni per cui molte aziende affidano a società di consulenza il lavoro sporco: vogliono liberarsi dal peso della responsabilità e dal senso di colpa per aver provocato tagli e licenziamenti. Ines lo dice chiaramente: “Dobbiamo essere categorici. Dobbiamo decidere per loro. Dobbiamo essere noi a spiegare loro cosa vogliono veramente…”.

 

S.S. …il che conferma che siamo di fronte a una donna risolutamente votata a una professionalità che richiede più durezza di quanto (forse) è capace. Quando suo padre, il padre eternamente immaturo, il padre degli eterni scherzi burloni, arriva a farle una visita a sorpresa a Bucarest, dove lei sta lavorando su un progetto di consulenza nel settore petrolifero, Ines non riesce a non guardare con irritazione all’irriverente naiveté del genitore. L’invasione pacifica del padre nella sua vita la mette in grande imbarazzo (quante volte i figli sono stati in imbarazzo per l’intrusione dei genitori nella loto vita…!). E quanto più il padre mette in scena un personaggio tenero ma socialmente indigesto, ispido e imprevedibile, che cozza contro quel mondo spaventosamente ripetibile e programmato, tanto più lei si sente a disagio. Prima colpevolizza il padre, poi a poco a poco comincia anche a guardare dentro se stessa.  

 

G.C. Il padre in fondo le svela piano piano la sua solitudine (fatta anche di simboli estetici come tailleur scuri, appartamenti minimal, lounge bar asettici). Nell’ossessione dell’efficienza, nell’ingranaggio della perfezione (Ines si sta occupando di un gigantesco processo di outsourcing, dove ci saranno centinaia di licenziamenti a seguito di un grande recupero di produttività) Winfried si infila come un folletto e le dimostra che lei ha rinunciato all’animo umano e quindi a se stessa.

 

S.S. Il comportamento di Winfried è il tentativo estremo di un padre di recuperare il rapporto con la propria figlia, di spezzare le consuetudini di una relazione asfittica e inaridita da troppi anni di rancorosi silenzi, di colmare una distanza emotiva prima ancora che geografica. Un tentativo fuori tempo massimo, dettato dalla disperazione e dall'incapacità di entrambi di affrontare le proprie emozioni, di trasgredire i ruoli e i rituali ai quali si sono consegnati ormai da tempo.

 

G.C. Mentre il padre si traveste, la figlia invece si sveste: nella scena madre del film, quella della festa per il suo compleanno, dopo aver invano armeggiato con un vestitino troppo stretto ed aderente, Ines decide di levarselo e di presentarsi nuda, chiedendo a tutti gli invitati di fare altrettanto. La scena del party nudista segna davvero il climax del film: via gli abiti e i costumi di scena, finalmente ognuno si vede per quello che è. Solo il padre non si denuda e si traveste ancora una volta. Questa volta da scimmione in stile King Kong. Forse per ricordarci che siamo tutti sempre travestiti. Anche quando siamo nudi. E quale che sia il lavoro che facciamo.

 

S.S. Sì, ma il film non finisce così. Finisce con Ines che infila nella sua bocca i denti finti del padre. Gesto simbolico di grande portata: alla fine la figlia coglie l’eredità dell’insegnamento paterno e sembra imboccare una scelta professionale a quel punto veramente adulta.

 

 

toni erdman