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        <title>Economia &amp; Management</title>
        <description>Economia &amp; Management</description>
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        <lastBuildDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</lastBuildDate>
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            <title>Produttività: E&amp;M innesca il dibattito</title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/55</link>
            <description><![CDATA[<p><strong><em>Riproponiamo di seguito l'articolo di Innocenzo Cipolletta, </em>Cercando la produttivit&agrave;<em>, pubblicato sul numero 6/2015 di Economia &amp; Management, accompagnato da un <a href="../it/55/dall-ultimo-numero/137/cercando-la-produttivita-una-critica">commento di Michele Salvati</a> e da una <a href="../it/55/dall-ultimo-numero/138/cercando-la-produttivita-risposta-a-michele-salvati">replica dell'autore</a>.</em></strong></p>
<h4><span style="font-size: 1em;">Di cosa si parla quando si parla di produttivit&agrave;?</span></h4>
<p>In genere, le analisi che indicano la bassa produttivit&agrave; come causa dei nostri mali fanno riferimento alla variazione del rapporto prodotto per addetto o per ora lavorata. Analisi pi&ugrave; sofisticate fanno invece riferimento alla variazione della produttivit&agrave; totale dei fattori, ossia del lavoro e del capitale, valutato quest&rsquo;ultimo in vari modi, come stock del capitale impiegato nella produzione.</p>
<p>I dati confermano questo giudizio negativo sulla crescita della produttivit&agrave; nel nostro paese. Recentemente l&rsquo;Istat ha pubblicato alcune misure di produttivit&agrave; che mostrano (tabella 1) una riduzione della produttivit&agrave; totale dei fattori tra il 1995 e il 2014 (-0,3% annuo) derivante da una crescita limitata della produttivit&agrave; del lavoro (+0,3% annuo) e una riduzione pi&ugrave; consistente della produttivit&agrave; del capitale (-1,2%).</p>
<p><img alt="Tabella 1 Cipolletta" src="getImage.php?id=208&amp;w=900&amp;h=527" style="width: 900px; height: 527px;" title="Tabella 1 Cipolletta" /></p>
<p>Certo, la lunga doppia recessione che dal 2007 ha riguardato il nostro paese e tutta l&rsquo;Europa ha contribuito a deprimere il calcolo della produttivit&agrave;, ma l&rsquo;Italia ha fatto peggio di tutti gli altri paesi europei. Secondo i dati di Eurostat e facendo riferimento a tutta la produzione nazionale (il PIL), la produttivit&agrave; per occupato tra il 2005 e il 2013 &egrave; scesa in Italia del 7,5%, mentre &egrave; scesa solo dello 0,8% in Germania e in Francia. Se invece si prende l&rsquo;area dei 18 paesi dell&rsquo;Eurozona, la produttivit&agrave;, cos&igrave; intesa, &egrave; aumentata dell&rsquo;1,1% (tabella 2).</p>
<p></p>
<p></p>
<p><img alt="Tabella 2 Cipolletta" src="getImage.php?id=209&amp;w=900&amp;h=351" style="width: 900px; height: 351px;" title="Tabella 2 Cipolletta" /></p>
<p></p>
<p>Ce n&rsquo;&egrave; abbastanza per essere convinti che il nostro problema sia la perdita di competitivit&agrave; generata dall&rsquo;abbassamento della produttivit&agrave;. Infatti, le ricette per la nostra economia sono tutte incentrate sulla ricerca di una maggiore produttivit&agrave;, attraverso nuovi investimenti, maggiore educazione e formazione, riforme strutturali eccetera. Di fatto, la maggiore produttivit&agrave; dovrebbe, secondo queste analisi, darci una maggiore competitivit&agrave; attraverso una riduzione del costo del lavoro (per unit&agrave; di prodotto) e una maggiore qualit&agrave; delle nostre produzioni, garantendo cos&igrave; anche maggiori salari. Di questo sono convinti gli imprenditori che chiedono riforme e flessibilit&agrave; del lavoro, ma anche i sindacati dei lavoratori, che per&ograve; accusano le imprese di scarsi investimenti e di bassa capacit&agrave; imprenditoriale.</p>
<p>Ma &egrave; questa la misura della produttivit&agrave; che conta per giudicare della competitivit&agrave; di un paese? Fin qui abbiamo parlato di variazione della produttivit&agrave; (in gergo della produttivit&agrave; marginale) mentre niente sappiamo della produttivit&agrave; assoluta, ossia quella che misura quanto prodotto ciascun lavoratore o ciascuna ora di lavoro produce. E un paese &egrave; competitivo soprattutto se i lavoratori producono mediamente un elevato valore della produzione (produttivit&agrave; assoluta). Allora, vale la pena andare a stimare quanto produce un lavoratore in questi paesi per poter fare una comparazione e capire se e di quanto siamo inferiori agli altri paesi. Qui le statistiche sono molto pi&ugrave; reticenti e i confronti divengono pi&ugrave; difficili sia per la difficolt&agrave; di comparare stime di capitale (per la produttivit&agrave; totale) sia per la diversit&agrave; delle valute prese in considerazione.</p>
<p>Malgrado queste difficolt&agrave;, possiamo fare qualche confronto approssimativo all&rsquo;interno dell&rsquo;Eurozona che ormai ha una sola moneta (l&rsquo;euro). Ma qui troviamo delle sorprese: nel 2013 l&rsquo;Italia ha un prodotto per occupato (72.500 euro) superiore dell&rsquo;1,5% a quello della Germania (71.400) e superiore anche a quello dell&rsquo;Eurozona a 18 paesi (71.000), mentre la Francia supera tutti (82.200 euro). E, se andiamo indietro nel tempo, ossia prima della grande recessione, le distanze erano ancora pi&ugrave; forti sempre a favore dell&rsquo;Italia (+5% rispetto alla Germania). La crisi del nostro paese non sembra dunque da ascrivere alla pi&ugrave; bassa produttivit&agrave;: al contrario, un lavoratore italiano era capace, prima della crisi, di produrre in un anno un valore di reddito superiore a quello della Germania.</p>
<h4>Come interpretare queste differenze?</h4>
<p>Dovremmo dunque concludere che in realt&agrave; Francia e Italia sono pi&ugrave; competitive della Germania grazie a una maggiore produttivit&agrave; assoluta dei loro lavoratori? Non credo, perch&eacute; faremmo un errore analogo, anche se di segno opposto, a quello che fanno gli osservatori della produttivit&agrave; marginale del lavoro che affermano esattamente il contrario. In realt&agrave;, Italia e Francia non stanno meglio della Germania, come appare evidente anche senza bisogno di analisi statistiche.</p>
<p>Infatti, malgrado la maggiore produttivit&agrave; assoluta di Italia e Francia, questi due paesi hanno un reddito pro capite (ossia per abitante) ben inferiore a quello della Germania. Nel 2013 il PIL pro capite dell&rsquo;Italia &egrave; risultato pari a 26.500 euro contro i 34.400 della Germania e i 32.100 della Francia. La differenza fra questi dati sta tutta nel tasso di occupazione, ben pi&ugrave; elevato in Germania che in Francia e in Italia. In particolare, mentre in Germania il rapporto tra occupati e popolazione totale supera il 48%, l&rsquo;Italia &egrave; sotto al 37% e la Francia sta al 39%.</p>
<p>Queste differenze ci dicono qualche cosa di rilevante. Il maggiore reddito pro capite della Germania rispetto a Italia e Francia non deriva tanto da una maggiore produttivit&agrave; dei suoi lavoratori, bens&igrave; da una maggiore occupazione di persone che hanno mediamente una produttivit&agrave; inferiore. Il pi&ugrave; basso prodotto per addetto della Germania rispetto a Italia e Francia, unitamente al pi&ugrave; alto tasso di occupazione, indica che in quel paese sono inclusi nel mercato del lavoro anche lavoratori a pi&ugrave; basso livello medio di produttivit&agrave; (prodotto per addetto). Ecco allora che, se Italia e Francia volessero raggiungere la Germania come reddito pro capite, la via non sarebbe tanto quella di aumentare la produttivit&agrave; degli attuali occupati quanto quella di allargare l&rsquo;area dell&rsquo;occupazione per includere anche persone con una bassa produttivit&agrave;. Infatti, mentre la produttivit&agrave; cresce se si riduce in termini relativi il numero dei lavoratori, il reddito pro capite cresce se aumenta non solo la produzione ma anche l&rsquo;occupazione.</p>
<p>Come fare? Presumibilmente in Germania sono permesse in via legale molte occupazioni che in paesi come l&rsquo;Italia o non vengono svolte oppure scivolano nel mercato illegale e quindi non sono rilevate. L&rsquo;aumento del tasso di occupazione passa dunque anche attraverso un&rsquo;emersione di lavori che vengono negati o svolti in via illegale.</p>
<p>Tutto questo non vuol dire che un paese come il nostro non debba perseguire una maggiore competitivit&agrave; attraverso riforme strutturali (mercato del lavoro, giustizia ecc.), maggiori investimenti e un migliore sistema di educazione, che possono aumentare la produttivit&agrave; dei lavoratori futuri. Al contrario, tutti questi obiettivi sono estremamente importanti in una logica di medio-lungo termine. Ma nel breve termine, se si vuole far crescere il reddito e l&rsquo;occupazione occorre puntare essenzialmente su un aumento della domanda e su politiche che favoriscano un maggior assorbimento dell&rsquo;occupazione, anche in lavori marginali.</p>
<h4>Gli effetti di composizione</h4>
<p>Ce n&rsquo;&egrave; abbastanza per dire che, come noi la intendiamo, la produttivit&agrave; non esiste, ma &egrave; solo un quoziente di dubbia interpretazione, specie se ci riferiamo alla variazione nel tempo della produttivit&agrave; del lavoro, ossia alla misura che pi&ugrave; di tutte viene portata a giustificare valutazioni e interventi di politica economica, almeno nel nostro paese. Infatti la variazione nel tempo della produttivit&agrave;, intesa come rapporto tra produzione e occupati, trascura del tutto gli effetti di composizione, in particolare del denominatore (ossia gli occupati). L&rsquo;occupazione &egrave; influenzata enormemente dalle variazioni di legislazione che mutano le opportunit&agrave; di lavoro e dai movimenti demografici e migratori che alterano l&rsquo;offerta di lavoro e possono determinare risultati che modificano ampiamente la struttura degli occupati anche da un anno all&rsquo;altro, con il risultato di alterare di molto l&rsquo;evoluzione e conseguentemente l&rsquo;interpretazione del fenomeno produttivit&agrave;.</p>
<p>Prendiamo il caso dell&rsquo;Italia a partire dagli anni Novanta. Il paese soffriva di scarsa capacit&agrave; di attivare occupazione. La causa era comunemente ricondotta alla poca flessibilit&agrave; del mercato del lavoro, dove esistevano solo contratti a tempo indeterminato, che emarginavano di fatto tutti i nuovi lavori specie per i giovani, relegati spesso nel mercato nero del lavoro. A quell&rsquo;epoca si valutava che occorresse almeno una crescita del 2% annuo del PIL per avere un minimo effetto sull&rsquo;occupazione (di fatto si diceva che la produttivit&agrave; del lavoro cresceva almeno del 2% all&rsquo;anno). Per ovviare a questo inconveniente, Confindustria e sindacati dei lavoratori negoziarono, assieme al governo di allora (la famosa concertazione), l&rsquo;introduzione dei lavori a tempo determinato e la liberalizzazione del lavoro interinale (pacchetto Treu del 1997). Queste misure determinarono una crescita dell&rsquo;occupazione e del tasso di occupazione, includendo molti lavori che prima erano fuori mercato perch&eacute; illegali o svolti nel mercato nero e quindi non rilevati. Va da s&eacute; che questi nuovi lavori avevano mediamente una produttivit&agrave; pi&ugrave; bassa (prodotto per addetto) rispetto a quelli a tempo indeterminato, sicch&eacute; la produttivit&agrave; marginale del lavoro &egrave; scesa, ovvero &egrave; cresciuto il contenuto di occupazione dell&rsquo;economia italiana, che era proprio l&rsquo;obiettivo di quei provvedimenti. Se poi si tiene conto che dagli anni Novanta &egrave; cresciuta la componente di immigrazione, ne dobbiamo dedurre che anche questa nuova offerta di lavoro ha mediamente contribuito ad abbassare la produttivit&agrave; del lavoro per effetto di composizione, come mostrano le statistiche prima citate. Ma anche questo fenomeno, lungi dall&rsquo;essere negativo, ha contribuito ad allargare la platea dell&rsquo;occupazione e a far salire il PIL, quindi anche il reddito pro capite, perch&eacute; &egrave; aumentata, assieme all&rsquo;occupazione,<a></a>&nbsp;anche la domanda interna.</p>
<p>Poich&eacute; il tasso di occupazione del nostro paese &egrave; ancora basso rispetto alla media europea &egrave; da presumere che la diminuzione della produttivit&agrave; continuer&agrave;, senza che questo debba necessariamente significare una perdita di competitivit&agrave;.</p>
<h4>&Egrave; la crescita che trascina la produttivit&agrave; e non l&rsquo;inverso</h4>
<p>In conclusione, sembra si possa dire che i paesi che sono cresciuti in questi ultimi anni hanno visto aumentare la loro produttivit&agrave; (prodotto per addetto), pur inglobando quote di lavoratori marginali, perch&eacute; la crescita ha compensato l&rsquo;effetto di composizione generato dall&rsquo;assorbimento di lavoratori a pi&ugrave; bassa produttivit&agrave;. Invece, i paesi che hanno subito una riduzione delle attivit&agrave; economiche (come il nostro) hanno conosciuto anche una caduta della produttivit&agrave; (prodotto per addetto) perch&eacute; hanno comunque dovuto inglobare quote di lavoratori marginali pressati dalle condizioni sociali (immigrazione e quant&rsquo;altro) senza poter aumentare l&rsquo;occupazione. Se cos&igrave; &egrave;, ne risulta totalmente invertita la relazione che qualcuno avanzava, ossia che la crescita della produttivit&agrave; favorisce la crescita economica. &Egrave; invece vero l&rsquo;inverso, almeno nel breve e medio termine, ossia la crescita della produzione (e quindi della domanda) favorisce la crescita della produttivit&agrave;. Certo, nel lungo termine &egrave; possibile che la relazione si inverta nuovamente, ma, come diceva Keynes&hellip; nel lungo termine siamo tutti morti!</p>
<p><strong><em><a href="it/55/dall-ultimo-numero/137/cercando-la-produttivita-una-critica">Clicca qui</a>&nbsp;per leggere il commento di Michele Salvati.</em></strong></p>]]></description>
            <author> no_email@example.com (Innocenzo Cipolletta)</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
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            <title>Burocrazia quanto mi costi</title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/56</link>
            <description><![CDATA[<p><strong><em><img alt="Michele Verna" src="getImage.php?id=250&amp;w=350&amp;h=233" style="width: 350px; height: 233px; margin: 0px 20px 0px 20px; float: right;" title="Michele Verna" />Con questo intervento a firma della di Michele Angelo Verna, Direttore Generale di Assolombarda Confindustria Milano Monza e Brianza, E&amp;M inizia la pubblicazione di una mini-serie di articoli sui temi della burocrazia, dei suoi costi e delle principali necessit&agrave; di semplificazione. Negli articoli, frutto di una collaborazione con l<a href="http://www.assolombarda.it/centro-studi/quanto-costa-la-burocrazia" rel="external">&rsquo;Osservatorio sulla Semplificazione di Assolombarda</a>, vengono riportati una serie di casi concreti di mala burocrazia, a partire dalle segnalazioni delle imprese, esaminando anche possibili soluzioni alle criticit&agrave; con cui si scontrano gli imprenditori italiani. La mini-serie consiste di un articolo introduttivo e di cinque interventi su temi pi&ugrave; specifici come l&rsquo;ambiente, l&rsquo;edilizia, il fisco, lavoro e previdenza, e salute e sicurezza.</em></strong></p>
<h4>Semplificare la burocrazia per rilanciare la competitivit&agrave;</h4>
<p><br />Ancora nel 2016, la nostra burocrazia lenta e complessa ostacola la competitivit&agrave; delle imprese e lo sviluppo dei territori: imprenditori e manager devono districarsi tra adempimenti, obblighi informativi, sportelli unici solo a parole, finti servizi digitali e una continua richiesta di documenti da parte delle diverse branche della Pubblica Amministrazione.</p>
<p>La semplificazione delle norme e delle procedure amministrative appare essenziale per recuperare il ritardo competitivo dell&rsquo;Italia e rendere pi&ugrave; attrattivi i nostri territori. Per le imprese, semplificare vuol dire ridurre la complessit&agrave; delle leggi e assicurare tempi e procedure certe, promuovendo una visione unitaria e d&rsquo;insieme dei procedimenti. Sarebbe in tal senso indispensabile una valutazione metodologica <em>ex ante</em> dell&rsquo;impatto delle nuove norme e una migliore accessibilit&agrave; delle informazioni necessarie al processo di adeguamento alle normative vigenti.</p>
<p>Il 58 per cento degli operatori internazionali indicano nel carico normativo e burocratico la principale causa della scarsa attrattivit&agrave; dell&rsquo;Italia, mentre il 41 per cento cita la certezza del quadro regolatorio. In particolare, tre sono gli aspetti chiave: la complessit&agrave; dei procedimenti; la sovrapposizione delle norme e la discrezionalit&agrave; della loro applicazione; la lunghezza dei tempi autorizzativi.</p>
<p>Tutto ci&ograve;, tradotto in termini monetari, significa elevati oneri amministrativi e ingenti costi per le imprese, che vanno ben al di l&agrave; dei costi finanziari diretti (imposte, bolli, tariffe istruttorie ecc.). Inoltre, nell&rsquo;indice che misura l&rsquo;efficacia della Pubblica Amministrazione nei vari paesi, il <em>Government Effectiveness Index</em> 2013 della Banca Mondiale, l&rsquo;Italia &egrave; venti punti al di sotto (67/100) della media OCSE (87/100). Inoltre, fa riflettere il fatto che stando a recenti dati di Confindustria un incremento dell&rsquo;1 per cento dell&rsquo;efficienza della PA porterebbe a un aumento del PIL pro-capite dello 0,9 per cento.</p>
<p>Inoltre, dai dati del primo Osservatorio sulla Semplificazione di Assolombarda Confindustria Milano Monza e Brianza, che ha quantificato l&rsquo;impatto delle pratiche e degli adempimenti burocratici pi&ugrave; gravosi per l&rsquo;attivit&agrave; d&rsquo;impresa, il costo della burocrazia pu&ograve; variare dai 108.000 euro nel caso delle imprese di piccole dimensioni ai circa 710.000 euro nel caso di un&rsquo;azienda media. Emerge dunque che per le piccole e le medie imprese gli adempimenti burocratici richiedono, rispettivamente, circa 45 e 190 giorni di lavoro l&rsquo;anno di un collaboratore dedicato; il valore di questo &laquo;tempo perso&raquo;, al quale vanno sommati i costi ombra dei mancati guadagni dovuti ai ritardi nelle autorizzazioni, oscilla tra il 3 e il 4 per cento del fatturato delle piccole imprese, la solida base dell&rsquo;economia del nostro paese.</p>
<p>A strangolare la competitivit&agrave; dei nostri territorio&nbsp;sono la confusione normativa, la sovrapposizione dei poteri e delle responsabilit&agrave; degli enti pubblici e la pesantezza degli oneri amministrativi a carico delle imprese. Tutto ci&ograve; comporta una sostanziale incapacit&agrave; di stare al passo con i tempi di una competizione globale sempre pi&ugrave; giocata sulla rapidit&agrave; e l&rsquo;innovazione: le imprese italiane non possono permettersi di aspettare un&rsquo;autorizzazione, un permesso o una concessione oltre i tempi stabiliti per legge, che gi&agrave; non brillano per velocit&agrave;.</p>
<p>Questa, purtroppo, &egrave; la selva burocratica che imbriglia chiunque cerchi di impegnarsi nell&rsquo;attivit&agrave; di impresa: un eterno girone infernale fatto di lacci, lacciuoli, interpretazioni che si dilatano richiedendo tempi biblici, con il risultato di mettere a dura prova anche il pi&ugrave; intraprendente dei nostri imprenditori.&nbsp;</p>]]></description>
            <author> no_email@example.com (Michele Angelo Verna)</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
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            <title>Whiplash</title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/67</link>
            <description><![CDATA[<h2><strong><em>Whiplash</em></strong></h2>
<h3>Regia: Damien Chazelle</h3>
<h3>Interpreti: J.K. Simmons e Miles Teller</h3>
<h3>Usa, 2015</h3>
<p></p>
<p></p>
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<p>L&rsquo;allievo e il maestro. Quante volte il cinema &ndash; quello americano, ma non solo &ndash; ha raccontato storie basate sul singolare rapporto che si crea fra chi vuole imparare qualcosa e chi invece ha qualcosa da insegnare?&nbsp;<em>Whiplash</em>&nbsp;di Damien Chazelle si inserisce con grintosa autorevolezza in questo prolifico filone e vi lascia un segno energico e originale. Tanto energico quanto la&nbsp;<em>frustata</em>&nbsp;evocata dal titolo originale. Siamo a New York, nella pi&ugrave; prestigiosa scuola di musica della Grande Mela. Andrew vi si &egrave; iscritto per studiare batteria jazz e gi&agrave; al primo anno viene notato da Terence Fletcher, severissimo e inflessibile insegnante che, a sorpresa, lo vuole nella sua band. Il ragazzo &egrave; lusingato ed eccitato: non sa che gli standard richiesti da quel maestro sono altissimi e che per farcela dovr&agrave; sfidare i limiti del proprio corpo e della propria mente, sottoponendosi ad addestramenti a dir poco infernali. Ma i talenti &ndash; sembra suggerire il burbero istruttore &ndash; si forgiano cos&igrave;. Si temprano cos&igrave;. Se non sei allenato a dominare te stesso, non puoi sperare di poter dominare la musica. Ed &egrave; molto probabile, anzi, che sia il mondo a dominare te. La macchina da presa del giovane regista sta addosso al corpo e al volto del giovane interprete, cerca di cogliere il sudore e la fatica delle sedute di allenamento, di far sentire il suo respiro affannoso, di mostrare perfino il sangue che sgorga dalla pelle delle dita lacerate dallo sforzo, cadendo a grosse gocce sui tamburi della batteria. Gi&agrave; visto? Forse. Ma non con questa forza. Con questa energia. Questa determinazione. Oltre che una grande parabola sulla formazione,&nbsp;<em>Whiplash</em>&nbsp;&egrave; anche &ndash; a suo modo &ndash; un apologo sulla leadership. Un racconto sui modi e le forme con cui esercitare, oggi, il potere e l&rsquo;influenza.</p>
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<p><iframe frameborder="0" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/bzGzdWUy7HU" width="560"></iframe></p>
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<p><strong>S.S.</strong>&nbsp;Alcuni commentatori &ldquo;sofisticati&rdquo; hanno arricciato il naso di fronte a questo film. Goffredo Fofi, per esempio, ne ha parlato come di una favola per &ldquo;gonzi di destra&rdquo; che credono alla retorica americana &ldquo;push beyond your limits&rdquo;. Personalmente non sono d&rsquo;accordo perch&eacute; la &ldquo;bilancia ideologica&rdquo; del film di Chazelle non pende tanto verso l&rsquo;esaltazione della vittoria di Andrew quanto in realt&agrave; verso la condanna del prezzo, altissimo, pagato da quest&rsquo;ultimo per conseguirla. Andrew sceglie di sottostare a prove psicofisiche insostenibili, sacrificando volutamente rapporti umani e legami familiari (non opporr&agrave; alcuna reazione, per esempio, agli insulti gratuiti che Fletcher serber&agrave; al padre, oppure decider&agrave; di lasciare la fidanzata per potersi concentrare su prove e performance) per guadagnarsi infine la stima di un uomo che, sino a un attimo prima, aveva cercato in tutti i modi di umiliarlo e distruggerlo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>G.C.</strong>&nbsp;Del resto, &egrave; un modo d&rsquo;essere abbastanza diffuso fra i professionisti dell&rsquo;arte. Tanto quanto il ballerino, il cineasta o il pittore, il musicista pare costretto da una certa tirannia del tempo a spingere all&rsquo;infinito, quasi una specie di Sisifo, l&rsquo;enorme macigno della sua perfettibilit&agrave;. In nessun&rsquo;altra forma d&rsquo;arte, infatti, le leggi del tempo e del ritmo incidono come nello studio e nell&rsquo;esecuzione di un brano musicale, di un passo di danza o di uno spezzone di un film.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>S.S.</strong>&nbsp;La relazione tra il direttore Fletcher e il giovane e ambizioso batterista Andrew aiuta a capire che il talento emerge solo se viene estratto dalla&nbsp;<em>comfort zone</em>. Che il musicista debba suonare bene &egrave; scontato; l&rsquo;eccellenza &egrave; qualcosa di pi&ugrave; ed &egrave; una reazione a uno sforzo straordinario (nel film viene pi&ugrave; volte ripetuto di quando Charlie Parker riusc&igrave; a esprimere il suo meglio solo perch&eacute; sollecitato dal lancio di un piatto, che per poco non lo decapitava&hellip;). E Fletcher stimola fino allo sfinimento il povero Andrew: gli chiede di aumentare il ritmo fino a fargli sanguinare le mani; gli chiede di modificare il tempo incessantemente fino a farlo piangere; gli chiede di lasciare la batteria non appena accenna a un piccolo errore. In poche parole lo mette in una condizione di&nbsp;<em>overstress</em>&nbsp;che, nella pedagogia del direttore, lo spinge a uscire dalla sua zona di comfort e di controllo e pertanto a sperimentare nuove capacit&agrave;. Come dire: il massimo talento non si esprime senza determinazione e abnegazione totali.</p>
<p><strong>&nbsp;<img alt="Whiplash interna" class="center" src="getImage.php?id=91&amp;w=850&amp;h=283" style="width: 850px; height: 283px; border: 1px solid;" title="Whiplash interna" /></strong></p>
<p><strong>G.C.</strong>&nbsp;&Egrave; una lezione su cui dovremmo riflettere in modo non frettoloso. Soprattutto noi europei e occidentali. Negli ultimi decenni abbiamo abolito tutti i riti di passaggio e di iniziazione alla vita adulta che ci erano stati trasmessi dai nostri antenati, dall&rsquo;esame di quinta elementare al servizio militare. Siamo stati presi dall&rsquo;ansia di rendere il processo di crescita dei nostri figli il pi&ugrave; possibile morbido, facile, senza traumi, senza stress. Senza prove da superare. Il risultato, a mio parere, &egrave; disastroso. Sia sul piano della maturit&agrave; dei singoli che su quello della competitivit&agrave; collettiva. Nel film, la figura di Fletcher, certo, &egrave; molto simile al sergente Hartman di&nbsp;<em>Full Metal Jacket</em>: anche l&igrave; il capo non era alla ricerca della semplice disciplina, ma imponeva tensione, lavorando lucidamente su fragilit&agrave; e insicurezze per temprare chi non ne venisse spezzato. La sua sconcertante durezza sembra celare una personale frustrazione, probabilmente dovuta alla mancata accettazione dei limiti del proprio talento come musicista. Ma dal punto di vista formativo il suo &egrave; un modello che non pu&ograve; essere esorcizzato con una levata di spalle.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>S.S.</strong>&nbsp;Il film sottolinea anche il tema della competizione. Quella feroce, senza esclusione di colpi. Quella per cui passi mesi della tua vita a imparare il tempo di quattro canzoni alla perfezione e alla fine tutto si riduce a venti minuti di esibizione sul palco. Mi sembra che il film in generale catturi bene i sentimenti che si provano in un&rsquo;esperienza del genere. Ovviamente lo scenario del film &egrave; il peggiore possibile in assoluto, ma lo stress generale della storia &egrave; molto credibile ed esprime con efficacia una realt&agrave; in cui pi&ugrave; concorrenti competono sulla base di un&rsquo;unica performance dove ti giochi in una sola volta il tutto per tutto.</p>]]></description>
            <author> no_email@example.com (Gianni Canova, Severino Salvemini)</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
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            <title>The Disruptive Power of Fintech in the Banking Industry</title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/98</link>
            <description><![CDATA[<h3><a href="http://ideas.sdabocconi.it/strategy/archives/4140" title="Permanent Link: The disruptive power of Fintech in the Banking industry. An interview with Philippe Gelis*" rel="bookmark">The disruptive power of Fintech in the Banking industry. An interview with Philippe Gelis*</a></h3>
<div>
<p><em>&ldquo;We believe that it is time to make a change in the financial services industry. Technological innovation and efficiency are and will continue to be the vehicles for this change&rdquo;, Philip Gelis, Kantox</em></p>
<p>To Marc Andreessen&rsquo;s famous statement, &ldquo;software is eating the world,&rdquo; Richard Branson, founder of the Virgin Group, added &ldquo;and financial services are no exception&rdquo;. The speed of technology and market changes are forcing financial services to adapt faster and more efficiently than ever before. Most financial services firms understand that digitization is part of their business. Large powerful corporations as well as &ldquo;lean-and-mean&rdquo; start-ups are entering the financial services industry. Industry reports estimate that over 4000 start-ups are ready for the market. Their goal is to revolutionize this conservative industry and gain significant market share.</p>
<p>Kantox is a&nbsp;<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Financial_technology">Fintech</a>&nbsp;company, founded in 2011. It offers a marketplace for SMEs to exchange currency, including peer-to-peer, enabling them to get a better exchange rate than the one offered by banks or traditional brokers. Kantox now serves more than 1.500 corporate clients, ranging from small businesses to mid-cap companies. The company employs 55 staff across its London and Barcelona offices.&nbsp;<br />In this interview, Philippe Gelis co-founder of&nbsp;<a href="http://kantox.com/en/about-kantox">Kantox</a>, describes the main forces that potentially lead to what he calls "marketplace banking" - the worst case scenario or, in other words, the end of many banks that have not started to cooperate with Fintech start-ups yet.</p>
<h4>Mr. Gelis, what is your professional background? How did you come up with the idea of creating Kantox?</h4>
<p>I am from the south of France. I studied at the Toulouse Business School where I gained a Master in Business Administration. From 2007, I worked as a strategy consultant for many consulting firms including Deloitte. When I were at Deloitte, one of my clients was exposed to a foreign exchange deal. With my co-founder, we tried to help him negotiate with banks, but we soon realised that the negotiation was expensive and complex for a mid-sized firm with no access to live rates. We identified a gap in the market. We identified an opportunity for launching a business. Large companies have resources and knowledge to negotiate fair and transparent prices with banks. Differently, SMEs are unable or in trouble to do so.</p>
<h4>How does Kantox work?</h4>
<p>We offer SMEs a cost-effective and transparent alternative to trade with banks and brokers. For example, if you were a company located in Europe, importing from China and paying your Chinese provider in US dollars, our marketplace would enable you to find another company, located in Europe, exporting to the US who has dollars to sell in exchange for your euros. Kantox was born from the idea of disintermediating banks and brokers involved in the foreign exchange process, decreasing efforts and costs for companies. Instead of trading through a bank or broker, with Kantox, two trusted companies trade with each other directly, in a peer-to-peer manner. The Kantox platform gives clients the live mid-market rate updated in real time, ensuring clients that, as long as they are matched with a peer company, they will receive the mid-market rate on their trade.</p>
<h4>Which are the main advantages for SMEs?</h4>
<p>We offer full transparency of prices and very good prices. Then, we offer a completely online solution. With many banks, you need to call to trade. We offer a simple platform with many features. We have a software that is able to manage everything. For example, we give some alerts to our clients; we create the connection between two clients&rsquo; platforms. We want to offer a completely automated and intuitive service. We are evolving more and more towards a complete solution. We obtained great results in a short time. Our strength is executing, executing, executing. We need to be very fast and efficient.</p>
<h4>What about your investors? Which role do they have?</h4>
<p>In 2014, we secured a &euro;6.4 million investment from&nbsp;<a href="http://www.partechventures.com/">Partech Ventures</a>, IDinvest Partners, two leading venture capitalist firms, and Cabiedes Partners. Partech Ventures has co-led a new &euro;10MM financing round in Kantox. It is not just a matter of financial support. Partech, for example, carries out a consultative role in our strategic direction. They are really supportive.</p>
<h4>How do you see the role of "traditional" financial services in the future? Are they in danger?</h4>
<p>In the future, I see a form of coo-petition with banks. Customers are no longer required to rely on one provider for all their financial needs. They are free to choose among different providers. Financial services firms are still at a crossroad. They have not a clear direction in mind. In some cases, they give awards to the best Fintech companies; in other cases, they implement&nbsp;<a href="http://www.inc.com/christina-desmarais/difference-between-startup-accelerator-and-incubator.html">incubators or accelerators</a>&nbsp;to have an overview of what is happening in the market; sometimes they invest or make partnerships with Fintech firms.</p>
<p>There are two kind of banks. The ones that are smart enough to understand that Fintech companies are here to stay and to change the landscape. They try and they want to collaborate in some way. Then there are the old school ones, not feeling comfortable with innovation. They do not want or try to find a way to collaborate. That kind of banks will probably disappear in the future. Every industry will probably be transformed by the digital revolution, but it seems that most financial services firms still think it will be different in their case. Banks and financial services simply do not understand that tech companies are agile enough to take advantage of any piece of the value chain.</p>
<p>We are living different waves. We are now experimenting the first wave of Fintech. Now companies and start-ups compete with banks on specific products (i.e. loans and credits, payments, foreign exchange). Now financial services firms can react monitoring digital trends and key players in the market, opening incubators/accelerators or creating VC funds to invest in start-ups. We can also imagine a second wave of Fintech, the one that will really disrupt the market &ndash; probably in 2-5 years &ndash; in which &ldquo;<a href="http://novobrief.com/fintech-marketplace-banks/">marketplace banking</a>&rdquo; (or &ldquo;Fintech banks&rdquo;) will be created. Successful Fintech entrepreneurs will have enough credibility, experience and funding to get banking licenses and directly compete with banks on their core business. In that case, financial industry will be under immense pressure.</p>
<p>*<em>I thank Partech Ventures for their collaboration in realizing this interview</em></p>
<p><em><br /></em></p>
<p><em>Fonte:&nbsp;<a href="http://ideas.sdabocconi.it/strategy/archives/4140" rel="external">IDEAS OF MANAGEMENT&nbsp;</a></em></p>
</div>]]></description>
            <author> no_email@example.com (Guia Beatrice Pirotti)</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
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        </item>
        <item>
            <title>Identità culturale e crescita di una città. Intervista a Piero Fassino, sindaco di Torino</title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/134</link>
            <description><![CDATA[<p>Per un secolo Torino &egrave; stata una factory town; a cavallo degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso ha conosciuto un momento di grave crisi, in concomitanza con l&rsquo;avvio dei processi di globalizzazione, con il cambiamento radicale dei modi di competere da parte delle aziende e con le scelte delle imprese industriali di delocalizzazione produttiva: Torino, prima di altre citt&agrave; italiane, ha assistito a un profondo ridimensionamento della propria industria manifatturiera, che aveva portato gli abitanti della citt&agrave; da 700.000 alla fine della guerra al picco di 1,25 milioni nel 1974. Al censimento del 2001, la citt&agrave; contava 865.000 abitanti e a quello del 2014 898.000. A fine anni Novanta, la citt&agrave; aveva 10 milioni di mq di aree industriali dismesse; frequente il confronto con la citt&agrave; di Detroit, che ha appena avviato un processo di rilancio, dopo il fallimento del 2013.</p>
<p><strong>Tabella 1 Due factory town a confronto</strong></p>
<p><img alt="Tabella 1" src="getImage.php?id=197&amp;w=800&amp;h=301" style="width: 800px; height: 301px;" title="Tabella 1" /></p>
<p>Fonti: Istat, piano strategico 2015, siti cittadini, bilanci, Forbes</p>
<p>Ed &egrave; appunto del processo di trasformazione del capoluogo piemontese<a href="../it/61/archivio-rivista/rivista/3129308/articolo/3129319#import-1445760639808_0C03P01N001">[1]</a>&nbsp;che parliamo con Piero Fassino, sindaco di Torino da maggio 2011.</p>
<p><strong><em>Sindaco Fassino, uno degli elementi caratterizzanti la strategia di riposizionamento della citt&agrave; di Torino &egrave; rappresentato dalla decisione di mettere la cultura &ndash; intesa innanzitutto come elemento identitario del territorio &ndash; al centro del suo processo di trasformazione e di internazionalizzazione. Perch&eacute;?</em></strong></p>
<p>A partire dagli anni &rsquo;90 la citt&agrave; ha preso consapevolezza che era necessario abbandonare atteggiamenti nostalgici per un passato che non sarebbe ritornato e reinventarsi. E si &egrave; reinventata lavorando con consapevolezza su due direttrici fondamentali:</p>
<ul>
<li><em>non smarrire le proprie radici industriali</em>, che erano la forza storica della citt&agrave;, ma riqualificarle con un livello di specializzazione tecnologica pi&ugrave; alto, cos&igrave; da poter competere a livello globale. E questo &egrave; stato fatto: trent&rsquo;anni fa le aziende torinesi della componentistica auto vendevano all&rsquo;80% alla Fiat, oggi l&rsquo;80% del loro fatturato deriva da commesse internazionali. Questo rovesciamento &egrave; stato possibile perch&eacute; le imprese hanno investito pesantemente in innovazione, innalzando il livello di qualit&agrave; dei loro prodotti e di efficienza dei loro processi;</li>
<li><em>arricchire le proprie radici con nuove vocazioni</em>. La citt&agrave; si &egrave; resa conto che la sua vocazione industriale non sarebbe stata sufficiente da sola a garantire la prosperit&agrave; come in passato e che era quindi necessario allargare lo spettro delle proprie eccellenze. E ha scelto di farlo nella direzione di tutto ci&ograve; che &egrave; economia della conoscenza: ricerca e start up (in collegamento al suo background industriale), sistema universitario e formativo, cultura.</li>
</ul>
<p></p>
<p>La cultura &egrave; stata un elemento attorno al quale si &egrave; costruita l&rsquo;identit&agrave; della citt&agrave; e investire in cultura &egrave; stato ed &egrave; strategico, perch&eacute; pensiamo che in epoca di globalizzazione la competizione non si giochi pi&ugrave; solo fra imprese, ma anche fra territori. I territori attrattivi e genuinamente accoglienti hanno un pi&ugrave; alto tasso di sviluppo e un pi&ugrave; alto tasso di opportunit&agrave;. Investire in conoscenza, ricerca, formazione e cultura rende un territorio ricco, e un territorio ricco &egrave; interessante e appetibile innanzitutto per chi ci vive e poi per chi ci va a studiare, a lavorare, oltre che per chi investe.</p>
<p>Poco dopo che sono stato eletto sindaco, la Nuance, una multinazionale americana di sviluppo software e di traduzione automatica, ha acquisito un&rsquo;azienda torinese altamente specializzata, Loquendo, che opera nella produzione di sistemi per la sintesi vocale. Ho chiamato l&rsquo;amministratore delegato per discutere i suoi piani e lui mi ha detto: &ldquo;Se devo spiegare a un mio ingegnere americano o canadese che deve trasferirsi, non faccio fatica a convincerlo a venire a vivere in Europa se gli dico che trover&agrave; una buona universit&agrave; dove far studiare i suoi figli, un ambiente di lavoro di eccellenza e una bella citt&agrave; dove andare a divertirsi&rdquo;. Nessuna impresa oggi porta le sue tecnologie, i suoi capitali, le sue risorse in una citt&agrave; desolata, perch&eacute; pu&ograve; scegliere ovunque nel mondo.</p>
<p>La cultura &egrave; per Torino un elemento costitutivo di un modello di sviluppo territoriale, non &egrave; un elemento aggiuntivo. Non stiamo parlando di immaginare un modello di sviluppo e poi spruzzare sopra un po&rsquo; di cultura, o di concentrare le attivit&agrave; culturali in un grazioso quartiere per turisti, ma di rendere la cultura il perno attorno al quale si costruisce l&rsquo;identit&agrave; della citt&agrave;. Per essere elemento costitutivo, la cultura deve permeare tutti gli strati della citt&agrave;, cos&igrave; da essere leva di crescita economica, determinare creazione di ricchezza, creazione di lavoro, applicazione di tecnologie. &Egrave; identit&agrave;.</p>
<p><strong><em>Quali sono state le direzioni di lavoro per costruire l&rsquo;identit&agrave; della citt&agrave; attorno alla cultura?</em></strong></p>
<p>Nel piano del 2000, la linea strategica che aveva a oggetto la cultura si poneva l&rsquo;obiettivo di promuovere Torino come citt&agrave; di cultura, turismo, commercio e sport.</p>
<p>Siamo partiti dalle istituzioni culturali e dal patrimonio e progressivamente abbiamo investito nelle industrie culturali; e poich&eacute; la cultura &egrave; identit&agrave; siamo sempre partiti dalla valorizzazione di competenze, di eccellenze e tradizioni che gi&agrave; erano presenti in citt&agrave;.</p>
<p>Il primo passo ha riguardato l&rsquo;investimento sul patrimonio culturale: restauro dei monumenti, riqualificazione del sistema museale urbano e del sistema delle istituzioni culturali (teatro d&rsquo;opera, di prosa, biblioteche). Molte delle istituzioni culturali della citt&agrave; sono prestigiose e ben gestite; per esempio, nel settore della lirica il Teatro Regio &egrave; uno dei pochi teatri d&rsquo;opera italiani con i conti a posto. Nel realizzare la strategia culturale della citt&agrave; abbiamo cercato di valorizzare e rafforzare i punti di forza.</p>
<p>Non dimentichiamo che la citt&agrave; &egrave; stata capitale d&rsquo;Italia per 300 anni ed &egrave; quindi ricchissima di edifici, di piazze, della maestosit&agrave; necessaria per fare cornice a collezioni e iniziative. Torino ha 15 residenze sabaude, ha il Museo Egizio, il museo nazionale del Risorgimento, il museo nazionale dell&rsquo;Auto, il museo nazionale del Cinema. La citt&agrave; ha una tradizione musicale straordinaria: Teatro Regio, orchestra sinfonica della RAI, Unione Musicale (che &egrave; stata il motore del festival MiTo); la citt&agrave; ha attualmente quattro istituzioni teatrali che hanno avuto il massimo riconoscimento dal ministero dei Beni culturali; ha una tradizione di danza, di prosa.</p>
<p>Torino &egrave; citt&agrave; di arte contemporanea: in quanto citt&agrave; di tradizione industriale, &egrave; stata culla dell&rsquo;arte contemporanea e abbiamo oggi diverse fondazioni specializzate e molto attive, dalla Sandretto Re Baudengo alla fondazione Merz, alla fondazione Pistoletto, al Castello di Rivoli.</p>
<p>Abbiamo investito nel cinema.&nbsp;<em>Cabiria</em>, il pi&ugrave; famoso film italiano del cinema muto e il secondo kolossal della storia dopo&nbsp;<em>Quo vadis?</em>&nbsp;sono stati girati a Torino. Abbiamo recuperato questa tradizione e investito nel cinema, nella radio, nell&rsquo;audiovisivo. Torino &egrave; citt&agrave; editoriale, ha importanti case editrici, il Salone del Libro. L&rsquo;offerta culturale &egrave; quindi ricca e di qualit&agrave; in ogni disciplina.</p>
<p>Abbiamo investito nei festival, con l&rsquo;idea per&ograve; di innestarli su istituzioni culturali forti e di essere un elemento di complementariet&agrave; all&rsquo;offerta culturale stabile, cos&igrave; da avere festival di qualit&agrave; accanto a istituzioni di qualit&agrave;; per fare qualche esempio, mentre investivamo nel museo del Cinema abbiamo rafforzato il coordinamento con il Torino Film Festival e istituito la Film Commission regionale; poich&eacute; il jazz in Italia &egrave; nato a Torino, abbiamo pensato di lanciare un festival internazionale di jazz che alla sua terza edizione ha avuto 250.000 spettatori. Il Teatro Regio ha 16.000 abbonati e una stagione ricca a teatro, ma da tre anni a questa parte ogni estate porta in piazza San Carlo la musica classica a 20.000 spettatori per sera.</p>
<p>Con il passare degli anni, l&rsquo;offerta culturale si &egrave; arricchita enormemente; oltre a essere una bella citt&agrave;, ricca di verde e piacevole, dagli anni Novanta a oggi i musei sono passati da 20 a 50 e la citt&agrave; &egrave; in grado di gestire progetti internazionali, cos&igrave; come eventi e istituzioni specializzate per pubblici particolari. Perch&eacute; la cultura sia elemento identitario deve permeare tutta la societ&agrave;, non essere solo rivolta all&rsquo;&eacute;lite e ai turisti: Torino &egrave; all&rsquo;avanguardia nel welfare culturale e nella ricchezza dell&rsquo;offerta culturale e sociale nei quartieri.</p>
<p>Abbiamo scandito le fasi di sviluppo del processo di trasformazione strategica con alcuni eventi internazionali che fungessero da motore di sviluppo e promozione internazionale: le Olimpiadi del 2006 sono un evento paradigmatico da questo punto di vista perch&eacute; sono state la prima grande occasione per una massiccia campagna di visibilit&agrave; e di attrazione internazionale per la citt&agrave;.</p>
<p>Questo sistema culturale cos&igrave; ricco e articolato &egrave; stato inserito in una rete di cooperazione internazionale stabile. Le nostre istituzioni culturali hanno stretto accordi con l&rsquo;Hermitage, con il Metropolitan, con il Mus&eacute;e d&rsquo;Orsay, con il museo di Arte contemporanea di Barcellona, con il museo di Arte contemporanea di Tel Aviv. Il Regio ha stretto accordi con il Covent Garden, con l&rsquo;Opera nazionale di Pechino, il Musikverein di Vienna e cos&igrave; via.</p>
<p><strong><em>Quali sono stati gli effetti di questa strategia?</em></strong></p>
<p>Un primo risultato &egrave; che Torino &egrave; diventata citt&agrave; turistica. Nel 1990 Torino aveva circa 600.000 visitatori, nel 2000 1,2 milioni, nel 2012 4,3 milioni; oggi siamo a 6 milioni. Durante il ponte del 2 giugno quest&rsquo;anno, i musei cittadini hanno staccato 250.000 biglietti in quattro giorni. Per&ograve; in quei quattro giorni l&rsquo;offerta culturale della citt&agrave; comprendeva la Sindone, che da sola ha attirato un milione e mezzo di pellegrini in due mesi, a Palazzo Madama l&rsquo;autoritratto di Leonardo, alla GAM Modigliani, a palazzo Chiablese Tamara de Lempicka, il Museo Egizio da poco inaugurato, il museo del Cinema con una mostra sul Neorealismo, a Rivoli, Sandretto e Merz un evento sull&rsquo;arte contemporanea, al MAO una mostra sulle lacche cinesi solo per darle un&rsquo;idea della variet&agrave; e della qualit&agrave; dell&rsquo;offerta.</p>
<p>L&rsquo;offerta culturale ha chiamato turismo, che giustifica ulteriori investimenti in cultura, in un continuo miglioramento della qualit&agrave;. Abbiamo venduto nell&rsquo;ultimo anno 130.000 card museali; Venaria ha un milione di visitatori l&rsquo;anno, il Museo Egizio prima della riapertura aveva 700.000 visitatori l&rsquo;anno e nei primi tre mesi dopo la riapertura segna 300.000 presenze. Il museo del Cinema ha 600.000 visitatori anno, il Polo Reale, riaperto come una singola istituzione, dopo che in passato era stato diviso in unit&agrave; poco coordinate, ha oggi 400.000 visitatori. E perfino un museo specializzato come il MAO, il Museo di Arti Orientali, presente in citt&agrave; da otto anni e riaperto lo scorso aprile dopo una riorganizzazione degli spazi, e che aveva in media 50.000 visitatori l&rsquo;anno, nei primi sei mesi ha accolto 60.000 visitatori. Il museo dell&rsquo;Auto ha 180.000 visitatori l&rsquo;anno, quello della Juventus 150.000; la capacit&agrave; di attrazione di Torino riguarda pubblici molto diversi fra loro. I turisti che vengono si fermano in media da due a tre giorni e il tasso di<em>occupancy</em>&nbsp;media su settimana &egrave; del 65%, il che significa che gli alberghi sono pieni durante tutti i fine settimana.</p>
<p>Non avremmo potuto avere questi risultati se non avessimo concepito l&rsquo;investimento in cultura come un asse strategico di sviluppo e non avessimo considerato la cultura come parte integrante della vita della citt&agrave;, per i cittadini&nbsp;<em>in primis</em>. In questo, il legame con l&rsquo;universit&agrave; e il tessuto produttivo &egrave; fondamentale: per esempio, abbiamo investito sulle Olimpiadi, lo sport &egrave; importante per la citt&agrave;, e stiamo potenziando la facolt&agrave; di scienze motorie, cos&igrave; da sfruttare al meglio gli investimenti infrastrutturali. Un prossimo asse di lavoro sar&agrave; la cultura del cibo, che &egrave; un&rsquo;altra eccellenza della citt&agrave;. La cultura &egrave; identit&agrave; e come tale &egrave; fonte duratura di ricchezza, occupazione, capitale sociale.</p>
<p>Le scelte di allocazione degli spazi sono state un motore fondamentale della trasformazione urbana. I 10 milioni di mq di aree industriali dismesse che all&rsquo;inizio sembravano il segno visibile e doloroso di un declino inarrestabile sono diventati una risorsa straordinaria, che abbiamo utilizzato per ripensare la citt&agrave;. E quegli spazi hanno permesso una trasformazione urbana che non &egrave; mai stata solo una trasformazione di carattere immobiliare, ma anche l&rsquo;occasione di allocazione di nuove attivit&agrave; e di specializzazione territoriale.</p>
<p>Prendiamo per esempio l&rsquo;universit&agrave;. La presenza di una sede universitaria &egrave; un elemento di ricchezza per una citt&agrave;, ma in Italia ci sono 108 sedi universitarie. Dico che Torino &egrave; una citt&agrave; universitaria, perch&eacute; attorno alle universit&agrave; si &egrave; creato un sistema formativo che caratterizza la citt&agrave; anche dal punto di vista urbano. Le facolt&agrave; umanistiche si sono trasferite nell&rsquo;ex stabilimento Italgas; si chiama campo Luigi Einaudi, ma tutti per ora lo chiamano ex Italgas. Il campus delle scienze motorie, che partir&agrave; in autunno, &egrave; localizzato nell&rsquo;ex manifattura Tabacchi; la facolt&agrave; di ingegneria dell&rsquo;auto &egrave; ospitata nella parte dello stabilimento di Mirafiori che la FIAT ha dismesso. I master di ingegneria del trasporto sono al Lingotto; abbiamo utilizzato il sistema di contenitori dismessi per organizzare il sistema dei campus universitari e dar vita a un sistema di formazione articolato: due universit&agrave; di eccellenza, 100.000 studenti di cui 13.000 stranieri. E gli investimenti in mobilit&agrave; urbana ed extraurbana permettono di collegare i nodi di un&rsquo;area metropolitana allargata che ha circa 2,3 milioni di abitanti. Pi&ugrave; in generale, la presenza di ampi spazi dismessi ha permesso un grosso progetto di rigenerazione urbana attorno a poli geograficamente dispersi. Pensiamo al Lingotto, che aveva 10.000 lavoratori tra operai e impiegati e che oggi &egrave; un centro fieristico, un centro congressi, un albergo, la sede di Eataly, una sede universitaria e un centro commerciale. Pensiamo alla zona di Porta Susa, che ora ha la stazione dell&rsquo;alta velocit&agrave;, il grattacielo di Piano del gruppo Intesa Sanpaolo, le ex officine grandi motori delle Ferrovie dello Stato, che verranno mantenute come esempio di archeologia industriale e diventeranno un grande centro espositivo, la cittadella giudiziaria, il Politecnico, un nuovo centro direzionale. La zona della Barriera di Milano, verso l&rsquo;autostrada Torino-Milano, &egrave; la parte pi&ugrave; vecchia e fatiscente della citt&agrave; ed &egrave; destinata a essere la prossima area di rigenerazione urbana.</p>
<p>Questo processo cos&igrave; lungo e articolato che ha avuto nella trasformazione urbana il segno e il motore del cambiamento ha modificato la cultura della citt&agrave;, il modo di vedersi dei cittadini. Per un secolo, essendo stata una citt&agrave; industriale, solida, manifatturiera, in cui quello che contava era l&rsquo;efficienza dei processi di produzione, in cui ricchezza e lavoro erano dati, la stabilit&agrave; e la staticit&agrave; erano un valore. Oggi Torino &egrave; una citt&agrave; in cui si &egrave; affermata l&rsquo;idea che il cambiamento &egrave; il motore della storia, che l&rsquo;innovazione &egrave; il futuro.</p>
<p><strong><em>Come si sostiene una strategia cos&igrave; articolata?</em></strong></p>
<p>C&rsquo;&egrave; innanzitutto un tema di determinazione e programmazione. Il primo segreto del successo della trasformazione di Torino &egrave; l&rsquo;assoluta continuit&agrave; di visione, perch&eacute; non si cambia una citt&agrave; in cinque anni. Tre sindaci hanno portato avanti lo stesso progetto e coltivato la stessa visione. Ogni piano strategico ha costruito sui risultati raggiunti e allargato lo spettro di attivit&agrave; in termini di orizzonte territoriale, variet&agrave; di direzioni di intervento, variet&agrave; di pubblici coinvolti. In ambito culturale abbiamo inizialmente lavorato sulle istituzioni e sulle industrie culturali, poi abbiamo posto l&rsquo;attenzione a sostenere l&rsquo;imprenditorialit&agrave; culturale e sociale e a promuovere la cultura come fattore di trasformazione urbana e territoriale. Infine, nell&rsquo;ultimo piano strategico potenzieremo la cultura del cibo: lavoreremo su terra madre, sul Salone del gusto, sulla&nbsp;<em>food commission</em>&nbsp;costruita attorno a&nbsp;<em>slow food</em>. Il tutto in chiave metropolitana e in prospettiva internazionale e con l&rsquo;obiettivo di continuare a migliorare l&rsquo;attrattivit&agrave; della citt&agrave;. Ci stiamo abituando con fatica a ragionare con un orizzonte lungo di programmazione; le iniziative culturali sono programmate per tutto il 2016 e il 2017. Abbiamo costituito un&rsquo;offerta strepitosa, ma dobbiamo diventare ancora di pi&ugrave;&nbsp;<em>audience oriented</em>, e questo richiede ancora lavoro, perch&eacute; il dna della citt&agrave; &egrave; ancora<em>product oriented</em>; la pubblica amministrazione tipicamente non ha la cultura della promozione, ha la cultura della norma. Occorre integrare i flussi informativi per migliorare la nostra capacit&agrave; di lettura e di previsione e tarare al meglio l&rsquo;offerta.</p>
<p>La continuit&agrave; di visione porta costanza di investimento. Negli ultimi 15 anni a Torino si sono investiti ogni anno 100 milioni di euro in cultura, con un cambiamento progressivo del mix fra investimenti pubblici e privati. Inizialmente l&rsquo;investimento &egrave; stato in massima parte pubblico e nel tempo &egrave; andata aumentando la quota di investimento privato. Attualmente i 100 milioni annui si ripartiscono in questo modo: 30 dal Comune, 15 dalla Regione sulle istituzioni e iniziative gestite dal Comune, 22 dallo Stato (che copre 13 milioni dei 38 di volume di attivit&agrave; del Teatro Regio), 28 da privati, con un contributo determinante delle due fondazioni bancarie e i rimanenti 5 da istituzioni varie. Il mix di presenza pubblico/privato consente un&rsquo;offerta culturale molto articolata in termini di pubblici, settori coinvolti, tipologie di iniziative. Dobbiamo rendere pi&ugrave; efficace ed efficiente il coordinamento fra istituzioni; di qui la decisione di costituire la fondazione Torino Musei. Dobbiamo facilitare il processo di raccolta fondi; per questo il Comune ha dato vita alla fondazione per la Cultura, partecipata al 100%, che gestisce il&nbsp;<em>fundraising</em>&nbsp;per 12 eventi in citt&agrave; &ndash; che complessivamente attirano circa un milione di presenze &ndash; e per alcune istituzioni culturali. La fondazione ha un volume di attivit&agrave; di oltre 5 milioni di euro, di cui pi&ugrave; di 4 provenienti da una ventina di aziende nazionali e internazionali.</p>
<p>E questo porta al secondo segreto del successo: un governo della cultura genuinamente partecipato. Torino &egrave; centro di sperimentazione di modelli innovativi di governo della cultura e di collaborazione pubblico/privato. Il comune funge da regista della politica culturale della citt&agrave;, ma accanto alla giunta politica e istituzionale lavora un&nbsp;<em>board</em>&nbsp;che riunisce i presidenti delle fondazioni bancarie, il presidente della Camera di commercio, il presidente dell&rsquo;Unione industriali, i rettori delle universit&agrave;, le principali istituzioni culturali per condividere idee e progetti. La disciplina della sostenibilit&agrave; ha stimolato la necessit&agrave; di guardare con occhi nuovi le risorse presenti nei territori e cercare nuovi modelli e forme di gestione collaborative e pi&ugrave; partecipate.</p>
<hr />
<p><span style="font-size: 0.83em;">Nota 1</span></p>
<p>Processo che &egrave; stato scandito dalla pubblicazione di tre piani strategici, pubblicati nel&nbsp;2000&nbsp;(il primo caso in Italia), nel&nbsp;2006, dopo le Olimpiadi, e nel&nbsp;2015.</p>]]></description>
            <author> no_email@example.com (Paola Dubini)</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
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        </item>
        <item>
            <title>Perché un’aranciata non è una spremuta</title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/135</link>
            <description><![CDATA[<p><strong>Estratto da "<a href="http://www.egeaonline.it/ita/prodotti/economia-industriale/futuro-nelle-mani-il.aspx">Il futuro nelle mani. Viaggio nell'Italia dei giovani artigiani</a>" di Marina Puricelli</strong></p>
<hr />
<p></p>
<p>Due giorni dopo incontro <strong>Leonardo Di Vincenzo</strong> (classe 1976) nel birrificio di Spedino, al suo rientro da uno dei moltissimi eventi &laquo;a base di birra&raquo; ai quali prende parte per presentare i suoi prodotti ma, soprattutto, per diffondere la cultura della birra artigianale italiana e non solo. Dalla rete di conoscenze che emergono dopo pochi minuti di confronto &ndash; Carlin Petrini di Slow Food, Oscar Farinetti di Eataly, Teo Musso, fondatore del birrificio artigianale Baladin &ndash; mi rendo conto di essere di fronte a uno dei protagonisti del fenomeno di valorizzazione dell&rsquo;universo enogastronomico italiano, sebbene le movenze da primo attore non facciano per nulla parte dello stile di questo giovane imprenditore.</p>
<p><img alt="di vincenzo" src="getImage.php?id=199&amp;w=800&amp;h=218" style="width: 800px; height: 218px; margin: 10px 10px 10px 10px; float: left;" title="di vincenzo" /><br />Leonardo mi piace da subito proprio perch&eacute;, come dovremmo fare tutti, lascia che siano i risultati del suo lavoro a parlare di lui. In pi&ugrave; gli devo tributare il merito di avermi fatto fare una piccola grande scoperta, ragione per cui, &egrave; bene ammetterlo, sar&ograve; terribilmente di parte nel raccontare la sua storia. All'inizio dell&rsquo;intervista, data anche l&rsquo;afa agostana, al posto del solito caff&egrave;, mi offre una birra. <strong>Sono costretta a confessargli che la bevo assai raramente e, quando mi capita, la miscelo con la Lemonsoda.</strong> Mentre parlo mi rendo conto di proferire la peggiore delle eresie per un mastro birraio. Mi guarda, tra il divertito e lo sconvolto, e poi si mette a pensare, capisco che sta immaginando che cosa farmi provare del suo repertorio. Gli ripeto, scusandomi, che di norma non bevo birra, che proprio non mi va, che non deve disturbarsi. Sorride ancora e chiama un suo collaboratore chiedendogli di portarmi un bicchiere di Duchessa. Chiaro a quel punto che non posso rifiutare. Bevo quindi, quasi per forza, un primo sorso e scopro con sorpresa che mi piace. Penso sia per via della sete di quel torrido pomeriggio. Provo un secondo sorso e va ancora meglio. Sperimento un gusto e una morbidezza completamente nuove per il mio palato. Capisco in quel momento la mia ignoranza.&nbsp;<strong>Comprendo di avere sempre rifiutato prodotti industriali senza mai aver provato gli equivalenti artigianali come se un&rsquo;aranciata possa essere uguale a una spremuta di arance appena colte.</strong></p>
<p>C&rsquo;&egrave; un mondo da scoprire relativo a questa bevanda ed &egrave; un mondo costruito in Italia negli ultimi quindici anni da alcuni personaggi: Leonardo &egrave; sicuramente tra loro. Il giovane birraio &egrave; di Roma e proviene da una famiglia di professionisti. Liceo classico e laurea in Biologia alla Sapienza. Gi&agrave; nella scelta della facolt&agrave; universitaria d&agrave; un primo, leggero, schiaffetto al pap&agrave; che, essendo commissario della Banca d&rsquo;Italia, non disdegnava per lui un rassicurante futuro da economista. Ma il vero colpo verr&agrave;, qualche anno pi&ugrave; tardi, come risultato di una passione nata da un incontro. Nel 1999, Leonardo compra da un amico un kit per produrre birra in casa. Lo sfizio si fa via via pi&ugrave; impegnativo, inizia a frequentare un gruppo di amatori, si sposta da Roma in Piemonte e in Lombardia per confrontarsi con altri &laquo;adepti&raquo;. Si crea una combriccola di &laquo;fissati &raquo; che passano il loro tempo libero a parlare di birre; insieme degustano quelle belghe, inglesi, americane; provano anche a produrle, con il gusto e la creativit&agrave; italiana per dare valore aggiunto a un prodotto fino ad allora importato o realizzato in prevalenza secondo standard industriali. Nel frattempo, dopo la laurea, Leonardo prosegue, come dottorando di ricerca, presso la facolt&agrave; di Biologia e, proprio quando sembra ben avviato alla carriera accademica con un posto da ricer-catore che si profila all&rsquo;orizzonte, con i suoi risparmi, nel dicembre del 2004, decide di aprire il birrificio. Per suo padre e sua sorella maggiore &egrave; una vera follia, un non senso e anche un rischio: trasformare un divertimento da ragazzi in lavoro, lasciare un ambiente prestigioso come quello accademico e avviare un&rsquo;impresa. Per queste divergenze di vedute i rapporti tra loro si interrompono.</p>
<p>Leonardo prosegue per la sua strada, aprendo un piccolo birrificio a Borgorose, paese d&rsquo;origine dei nonni materni, aiutato e supportato solo dalla mamma e dallo zio. L&igrave;, in quel paesino, dove all&rsquo;inizio lo prendono per un po&rsquo; per matto, decide di stabilirsi. <strong>Le difficolt&agrave; iniziali sono enormi. La birra artigianale non &egrave; n&eacute; conosciuta n&eacute; tantomeno apprezzata: gli intermediari commerciali ma anche le enoteche e i locali di riferimento non sono preparati ad accoglierla e a presentarla. Manca la cultura di un prodotto che non &egrave; di tradizione italiana, cultura che ormai si &egrave; ampiamente diffusa nel nostro Paese in quasi tutti gli ambiti enogastronomici: dal vino ai formaggi, dai salumi alla pasta e al pane.</strong> Leonardo, in scia a Teo Musso e altri mastri birrai, prosegue in un&rsquo;opera di alfabetizzazione dei potenziali clienti e consumatori. Iniziano i primi timidi successi: le etichette di Birra del Borgo vincono alcuni concorsi, ma si &egrave; ancora all'interno della stretta cerchia degli addetti ai lavori.</p>
<p><a href="http://www.birradelborgo.it/" title="Birra del Borgo website" rel="external"><img alt="birradelborgo" src="getImage.php?id=198&amp;w=200&amp;h=298" style="width: 200px; height: 298px; float: right; margin: 10px 10px 10px 10px;" title="birradelborgo" /></a>La vera svolta avviene nel 2007. Un anno particolarmente significativo che vede, innanzitutto, l&rsquo;ingresso in azienda del padre Antonino, nel ruolo di responsabile amministrativo e finanziario. Proprio lui, che non aveva creduto nel progetto del figlio, cambia radicalmente atteggiamento, fino al punto di mettere le sue utilissime competenze a supporto dell&rsquo;iniziativa imprenditoriale.</p>
<p>Il secondo avvenimento &egrave; l&rsquo;apertura di un locale a Trastevere dal nome evocativo &ndash; Bir&amp;Fud &ndash; con l&rsquo;intento di creare un luogo dove si fa cultura birraria e gastronomica, proponendo, con la massima cura e ricerca delle materie prime, due prodotti ultra popolari come la pizza e la birra, troppo spesso dequalificati. Bir&amp;Fud riscuote nel giro di un paio d&rsquo;anni risultati sorprendenti, diventando un locale che fa tendenza a partire dal caratteristico quartiere di Trastevere fin oltre confine, perch&eacute; da Roma, &egrave; risaputo, passa tutto il mondo. Prova ne &egrave; che la rivista di Ryanair lo cita tra le tavole imperdibili della capitale. La birra artigianale e le variet&agrave; proposte da Leonardo iniziano afarsi conoscere presso un pubblico molto pi&ugrave; ampio: il successo, dopo tanti sforzi, si propaga a macchia d&rsquo;olio. Le enoteche e i ristoranti diventano sensibili al fenomeno e iniziano a chiedere Birra del Borgo.</p>
<p><strong>Sull'onda dei risultati estremamente positivi, nel 2009, con il collega Teo Musso Leonardo apre un locale: l&rsquo;Open Baladin di Cinzano, cui poi seguiranno quello di Roma e di Torino. Due etichette &ndash; Baladin e Birra del Borgo &ndash; che potrebbero essere naturali antagoniste si mettono insieme, cooperano, per competere contro i colossi del settore.</strong></p>
<p><strong></strong> La conoscenza delle birre artigianali si diffonde e, di conseguenza, i consumi rispetto ai marchi industriali.&nbsp;</p>
<div>Nel 2010 Birra del Borgo, insieme a Baladin, sbarca a New York con l&rsquo;apertura della Birreria, un pub situato all'ultimo piano del grattacielo che ospita la filiale americana di Eataly a Manhattan. Il sogno, in origine un po&rsquo; carbonaro, di Leonardo e dei suoi sodali di iniettare l&rsquo;italianit&agrave; nel mondo della birra diventa realt&agrave;. La passione diventa azienda.</div>
<div></div>
<p><a href="http://www.egeaonline.it/ita/prodotti/economia-industriale/futuro-nelle-mani-il.aspx" target="_blank"><img alt="puricelli pic" src="getImage.php?id=200&amp;w=200&amp;h=309" style="width: 200px; height: 309px; float: left; margin: 10px 10px 10px 10px; border: 1px solid;" title="puricelli pic" /></a></p>
<div><strong>Si passa dai 400.000 euro di fatturato del 2009 ai 5 milioni di euro, da uno spazio di settecento metri quadrati agli attuali cinquemila, da quattro persone a ventidue collaboratori solo nel birrificio di Borgorose.</strong> Leonardo, che con le sue competenze da dottorando in biochimica si trova a suo agio nel risolvere questioni tecniche, si scopre meno preparato nelle problematiche (crescenti) di gestione dell&rsquo;azienda e dei diversi locali.</div>
<div>La sua scelta, quanto mai azzeccata, sar&agrave; quella di avviare un processo di delega, per poter continuare a fare quello che gli viene meglio: innovare, sperimentare, avviare progetti nuovi. Confrontandosi molto con altri operatori, alle prese come lui con le gioie e i dolori della crescita, crea una vera e propria struttura organizzativa, nominando dei responsabili nelle diverse funzioni (produzione, acquisti, commerciale Italia, estero, amministrazione).&nbsp;</div>
<p></p>
<p>Con questo assetto, le sue competenze specifiche possono essere messe al servizio di un&rsquo;altra piccola avventura: l&rsquo;apertura di un birrificio in Australia che lo porter&agrave; a fermarsi a Sidney per sei mesi per garantire l&rsquo;avviamento del nuovo impianto e la diffusione del nuovo marchio Nomad, non volendo riproporre il brand Birra del Borgo all'altro capo del mondo. Le collaborazioni proseguono su scala internazionale: l&rsquo;ultima &egrave; quella con il mastro birraio americano Sam Calagione, per continuare a sperimentare e proseguire nella missione di diffusione della birra artigianale nel mondo.</p>]]></description>
            <author> no_email@example.com (Marina Puricelli)</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
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            <title>Cercando la produttività: una critica</title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/137</link>
            <description><![CDATA[<p><strong><em>Il commento di Michele Salvati all'articolo </em>Cercando la produttivit&agrave;<em> di Innocenzo Cipolletta.&nbsp;</em></strong></p>
<p>Mi ha sorpreso il breve saggio <em>Cercando la produttivit&agrave;</em> di Innocenzo Cipolletta pubblicato su Economia &amp; Management. Enzo &egrave; un caro amico e di lui ho grande stima: &egrave; un economista che non si fa guidare da pre-giudizi di scuola (neoclassica, keynesiana o altra) e guarda ai dati con freschezza e grande esperienza di ricerca. Insomma, da lui ho spesso imparato. Questa volta le sue conclusioni mi sembrano poco convincenti.&nbsp;Come si fa a negare con tanta sicurezza &ndash;anche se alla fine attenua e qualifica un poco il suo giudizio&ndash; che la crescita della produttivit&agrave; favorisca la crescita economica e ad affermare che &egrave; vero l&rsquo;opposto, che &egrave; la crescita economica (e dunque della domanda e dell&rsquo;occupazione) ci&ograve; che determina la crescita della produttivit&agrave;? Naturalmente Cipolletta sa benissimo che il rapporto tra variazioni (positive o negative) della produzione e variazioni della produttivit&agrave; &egrave; un rapporto complesso e che le influenze causali tra le due variabili possono interagire. Ma la vis polemica contro il rilievo predominante attribuito oggi dal <em>mainstream</em> ordoliberale europeo alla produttivit&agrave; come causa della crescita &ndash; credo sia questa la motivazione del suo saggio &ndash; lo ha indotto a un rovesciamento che a me sembra eccessivo, a diminuire il ruolo della produttivit&agrave; in modo troppo drastico. Il che non soltanto &egrave; sbagliato da un punto di vista teorico, ma pericoloso da un punto di vista di <em>policy</em>.</p>
<p>Mi ha sorpreso, oltretutto, che Cipolletta non faccia menzione di un argomento che parrebbe rafforzare la sua tesi, la relazione positiva tra crescita della produzione (<em>explanans</em>) e crescita della produttivit&agrave; del lavoro (<em>explanandum</em>) che un tempo si riscontrava nel corso di cicli economici brevi. Non ho visto studi recenti, ma nei cinquant&rsquo;anni successivi alla guerra mondiale si era notato che durante la fase bassa del ciclo (il <em>downturn</em>) l&rsquo;adattamento dell&rsquo;input di lavoro a quello dell&rsquo;output veniva ritardato, specie nei sistemi di relazioni industriali europei (negli Stati Uniti il fenomeno era meno visibile), e dunque la produttivit&agrave; (il prodotto per addetto, e persino quello per ora lavorata) diminuiva: si aveva dunque <em>labour hoarding</em>. Al contrario, nell&rsquo;<em>upturn</em>, nella fase espansiva del ciclo, il lavoro tesaurizzato consentiva di evitare nuove assunzioni e di conseguenza la produttivit&agrave; aumentava. Insomma: la fluttuazione del numeratore (prodotto) era nettamente pi&ugrave; forte di quella del denominatore, l&rsquo;occupazione. Questa &egrave; un&rsquo;influenza delle variazioni della produzione sulla produttivit&agrave; bene accertata e ben spiegata &ndash;sia in riferimento alla diversa natura delle relazioni industriali che a ragioni organizzative dell&rsquo;impresa&ndash; anche se sicuramente meno rilevante oggi che in passato. Ma Cipolletta neppure la menziona. Su quale altra base, allora, egli sottolinea l&rsquo;influenza positiva del livello di produzione e sembra attribuire minore rilievo alla produttivit&agrave;, al prodotto per occupato? Se la domanda (e i livelli di produzione che ne conseguono) non trascinano una maggior produttivit&agrave;, come avviene nelle fasi di espansione ciclica, qual &egrave; la relazione che deve sussistere tra le due affinch&eacute; un paese possa avviarsi un una fase di crescita sostenuta?</p>
<h4>Produttivit&agrave; e reddito pro capite: Italia e Germania a confronto</h4>
<p>Ponendoci questa domanda siamo al di fuori delle relazioni tra produzione e produttivit&agrave; che abbiamo appena notato nel breve periodo del ciclo economico, e questo probabilmente spiega perch&eacute; Cipolletta non ne abbia tenuto conto. Ma &egrave; possibile, nel medio periodo, sottovalutare il ruolo determinante che ha la produttivit&agrave; nello spiegare il reddito pro capite di un sistema economico e la sua crescita? Il ragionamento che svolge Cipolletta, confrontando nella seconda tabella del suo saggio il prodotto per occupato e il reddito pro capite di Italia, Germania, Francia e Eurozona a 18 paesi non mi sembra che giustifichi una sottovalutazione del ruolo della produttivit&agrave;. Quanto egli mette in evidenza &egrave; che, ancor pi&ugrave; del livello di produttivit&agrave; media (in euro correnti), al fine di spiegare il reddito monetario pro capite di un paese quel che conta &egrave; il tasso di occupazione, la percentuale di occupati sulla popolazione. Dai dati Eurostat che Cipolletta utilizza risulta, nel 2013, un valore medio della produzione per occupato di poco superiore, per i paesi considerati, a 70.000 euro (eccezione &egrave; la Francia, con 82.000). Molto diversi sono invece i tassi di occupazione. Riducendo il confronto a due soli paesi, Germania e Italia, la Germania ha un reddito procapite molto maggiore del nostro (34.400 euro contro 26.500) non perch&eacute; abbia un prodotto per occupato maggiore (&egrave; anzi minore, seppur di poco: 71.400 contro 72.500) ma perch&eacute; ha una percentuale di occupati sulla popolazione molto maggiore (il 48,1 per cento contro il nostro 36,6). Dunque, perch&eacute; l&rsquo;11,5% in pi&ugrave; della sua popolazione &egrave; occupata e produce reddito. Il reddito complessivo in rapporto al totale della popolazione d&agrave; poi luogo al maggior reddito pro capite (e dunque al maggior benessere) che ho appena segnalato.</p>
<p>Questa &egrave; semplice aritmetica. Ma possiamo derivare da questa la sorprendente argomentazione che ne trae Cipolletta? La cito e metto in corsivo le affermazioni che mi hanno pi&ugrave; colpito:</p>
<p>&laquo;il maggior reddito pro capite della Germania rispetto a Italia e Francia, non deriva tanto da una maggiore produttivit&agrave; dei suoi lavoratori, bens&igrave; da una maggiore occupazione di persone che hanno mediamente una produttivit&agrave; inferiore. Il pi&ugrave; basso prodotto per addetto della Germania rispetto a Italia e Francia (<em>vero per la Francia, per l&rsquo;Italia &egrave; quasi uguale</em>) unitamente al pi&ugrave; alto tasso di occupazione, indica che in quel paese sono inclusi nel mercato del lavoro anche lavoratori a pi&ugrave; basso livello medio di produttivit&agrave;&hellip; Ecco allora che, se Italia e Francia volessero raggiungere la Germania come reddito pro capite, <em>la via non sarebbe tanto quella di aumentare la produttivit&agrave; degli attuali occupati quanto quella di allargare l&rsquo;area dell&rsquo;occupazione per includere anche persone che hanno una bassa produttivit&agrave;</em>. Infatti, mentre la produttivit&agrave; cresce se si riduce in termini relativi il numero dei lavoratori, il reddito pro capite cresce se aumenta non solo la produzione, ma anche l&rsquo;occupazione-&raquo;</p>
<p>Lasciamo da parte la Francia in cui la produttivit&agrave; &egrave; particolarmente elevata e forse ci sarebbe spazio per occupazioni a pi&ugrave; bassa produttivit&agrave; senza conseguenze competitive dannose. Limitiamoci, come gi&agrave; detto, al confronto tra Italia Germania dove la differenza tra i livelli medi di produttivit&agrave; &egrave; ai limiti dell&rsquo;errore statistico. Il confronto potrebbe essere pi&ugrave; rapido e preciso sulla base di un modello formale, ma forse pu&ograve; bastare, se il lettore si arma di un po&rsquo; di pazienza, un pi&ugrave; lungo ragionamento verbale.</p>
<p>Come potrebbe, l&rsquo;Italia, <em>con la struttura produttiva di cui adesso dispone</em>, &laquo;allargare l&rsquo;area dell&rsquo;occupazione per includere anche persone che hanno una bassa produttivit&agrave;&raquo;? Inevitabilmente (direi, aritmeticamente) questa inclusione ridurrebbe la sua produttivit&agrave; media, ora paragonabile a quella dei paesi con cui si confronta. E pi&ugrave; vengono incluse persone a bassa produttivit&agrave; allo scopo di aumentare l&rsquo;occupazione e il reddito complessivo, pi&ugrave; si abbasserebbe il livello medio di produttivit&agrave;: dai 72.500 euro dei dati Eurostat 2013 che Cipolletta riporta fino al livello che risulterebbe dopo l&rsquo;ingresso dei lavoratori a bassa produttivit&agrave;. E cio&egrave; fino al raggiungimento di un tasso di occupazione soddisfacente, maggiore del misero 36,6 per cento italiano del 2013 e pi&ugrave; vicino all&rsquo;eccellente 48,1 tedesco. Se questo sia possibile e se condurrebbe a un maggiore reddito pro capite in euro &egrave; per&ograve; tutto da vedere, perch&eacute; mi sembra ben difficile che una riduzione della produttivit&agrave; media di quest&rsquo;ordine di grandezza sia compatibile con l&rsquo;equilibrio macroeconomico senza una riduzione dei salari e dei prezzi italiani, cio&egrave; senza quella &laquo;svalutazione interna&raquo; che Hans-Werner Sinn e i suoi colleghi ordoliberali tedeschi consigliano come rimedio per la nostra disoccupazione e sottoccupazione. Ma su ci&ograve; torner&ograve; ancora.</p>
<p>La produttivit&agrave; media dei dati Eurostat, sia per la Germania che per l&rsquo;Italia, &egrave; la somma di assai diverse produttivit&agrave; individuali, in imprese molto efficienti e competitive e in segmenti del settore pubblico ad alti salari (i salari sono normalmente usati come stima della produttivit&agrave;&nbsp;del lavoro nei settori in cui l'output non pu&ograve; essere calcolato a prezzi di mercato), e in altre imprese e settori che lo sono assai meno: sia in Germania sia in Italia c&rsquo;&egrave; una parte alta e una parte bassa nella distribuzione delle produttivit&agrave; individuali, che poi, in media, danno luogo ai dati che l&rsquo;Eurostat riporta. Il fatto che la produttivit&agrave; media tedesca cos&igrave; definita sia pi&ugrave; o meno il linea con quella dell&rsquo;Italia, tra 71.000 e 72.000 euro, e che per&ograve; la Germania riesca a occupare il 48.1% della sua popolazione mentre noi solo il 36,6, vuol dire che i tedeschi hanno una frazione della popolazione pi&ugrave; alta della nostra <em>sia</em> in settori ad alta produttivit&agrave; (nella parte alta della distribuzione), <em>sia</em> in settori a produttivit&agrave; pi&ugrave; bassa: &egrave; per questo che i tedeschi riescono a tenere una media di 71.400 euro pur con un tasso di occupazione del 48,1 per cento.&nbsp; &nbsp;</p>
<p>Domanda, ed &egrave; la domanda pi&ugrave; importante: esiste una relazione tra questi fenomeni? Se questa relazione esiste, &egrave; allora plausibile l&rsquo;ipotesi che la Germania possa sostenere una maggiore occupazione a bassa produttivit&agrave; (con gli effetti benefici che ci&ograve; comporta in termini di reddito procapite) <em>proprio perch&eacute;</em> dispone di una maggiore occupazione ad alta produttivit&agrave;. Se cos&igrave; fosse l&rsquo;intera argomentazione di Cipolletta perderebbe una buona parte della sua vis polemica e il ruolo della produttivit&agrave; nel sostenere il reddito e l&rsquo;occupazione verrebbe fortemente rivalutato. E frasi come quella che titola la parte finale del saggio di Cipolletta (&laquo;&egrave; la crescita che trascina la produttivit&agrave; e non l&rsquo;inverso&rdquo;) rischiano di dare un messaggio ingannevole: crescita e produttivit&agrave;, nel medio periodo, sono fenomeni strettamente collegati e che devono operare insieme, come le due lame di una forbice. Il che &egrave; poi &ndash;se ci si solleva dalle legittime polemiche&nbsp; contro il <em>mainstream</em> ordoliberale tedesco &ndash; il modo in cui gli storici economici hanno da sempre raffigurato i processi di sviluppo e di trasformazione strutturale dell&rsquo;economia. <em>Insomma, e semplificando: la Germania ha un reddito pro capite assai pi&ugrave; alto dell&rsquo;Italia perch&eacute; &ndash;in proporzione&ndash; ha un numero maggiore di imprese che occupano addetti ad alta produttivit&agrave; e questo le consente anche di sostenere ampi settori pubblici e privati in cui la produttivit&agrave; e le remunerazioni sono pi&ugrave; basse, mantenendo per&ograve; una elevata competitivit&agrave; di sistema e un adeguato equilibrio macroeconomico interno ed esterno.</em></p>
<h4>Occupazione a bassa produttivit&agrave; e svalutazione interna</h4>
<p>Se cos&igrave; stanno le cose, la ricetta che offre Cipolletta e pi&ugrave; sopra abbiamo riportato (&laquo;la via non &egrave; tanto quella di aumentare la produttivit&agrave;, quanto quella di allargare l&rsquo;area dell&rsquo;occupazione per includere anche persone che hanno una bassa produttivit&agrave;&raquo;) pone un&rsquo;alternativa che, forse, ha senso per la Francia dove i livelli di produttivit&agrave; sono sorprendentemente elevati, molto meno per l&rsquo;Italia. Un paese, il nostro, nel quale la via suggerita &egrave; gi&agrave; stata abbondantemente percorsa in un recente passato &ndash; lo ricorda anche Cipolletta&ndash; e dove gli ostacoli a una maggior crescita dell&rsquo;occupazione sembrano oggi risiedere soprattutto nella ristrettezza dei settori di mercato ad alta produttivit&agrave;, nella scarsa efficienza di molti comparti del settore pubblico e nella debolezza competitiva che ne consegue. <em>A parit&agrave; di struttura produttiva</em> &ndash; dunque senza aumentare &nbsp;numero, occupazione ed efficienza delle imprese e dei settori pubblici &laquo;sopra la media&raquo;&ndash; mi sembra assai difficile accrescere l&rsquo;occupazione in settori &laquo;sotto la media&raquo; mantenendo un equilibrio macroeconomico accettabile, sia nel bilancio pubblico, sia nei conti con l&rsquo;estero, a meno che non si accetti un processo di svalutazione interna.</p>
<p><em>Ma aumentare numero e efficienza di imprese e settori pubblici &egrave; un lavoro di lunga lena</em>. E che cosa possa avvenire se si aumenta l&rsquo;occupazione di lavoratori a bassa produttivit&agrave; senza aver compensato il conseguente calo della produttivit&agrave; media mediante un aumento dell&rsquo;occupazione di lavoratori ad alta produttivit&agrave; non &egrave; facile da prevedere. Nell&rsquo;immediato, per mantenere gli equilibri macroeconomici, una riduzione di prezzi e salari, una &laquo;svalutazione interna&raquo;, sembrerebbe una conseguenza inevitabile, una conseguenza che contrasta con le critiche che muoviamo alla visione tedesca oltre a scontrarsi con ben immaginabili difficolt&agrave; politiche e sociali. Procedere oltre senza complicare il quadro, sia a livello micro che macroeconomico, &egrave; per&ograve; impossibile. A me bastava sollevare qualche dubbio sull&rsquo;argomentazione di Enzo come &egrave; stata presentata nel suo articolo e fornire qualche ragione a chi ritiene che il numero di imprese e lavoratori ad alta produttivit&agrave; (e settori pubblici ad alta efficienza) siano nel nostro paese troppo limitati per sostenere a livello competitivo un alto livello di occupazione e reddito pro capite, in una economia aperta e nel contesto del sistema monetario europeo. Ovvero, detto altrimenti: la produttivit&agrave; conta, e non poco.</p>
<p><strong><em><a href="it/55/dall-ultimo-numero/138/cercando-la-produttivita-risposta-a-michele-salvati">Clicca qui</a> per leggere la risposta di Innocenzo Cipolletta a Michele Salvati.</em></strong></p>]]></description>
            <author> no_email@example.com (Michele Salvati)</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
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            <title>Cercando la produttività: risposta a Michele Salvati</title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/138</link>
            <description><![CDATA[<p>Grazie Michele per il corposo commento, che ho letto con interesse e curiosit&agrave; forte, data la stima che ho per te e per quanto da te fatto. &Egrave; vero, non ho citato la famosa, almeno per me che sono stato a lungo un congiunturalista, &laquo;Legge di Verdoorn&raquo;, economista olandese che legava la produttivit&agrave; alla crescita, al punto di aver stimato un coefficiente (<em>b</em>=0,5) nella relazione che faceva dipendere la produttivit&agrave; dalla crescita economica (p= a+<em>b</em>Q, dove p &egrave; la produttivit&agrave; e Q la crescita dell&rsquo;economia). Sarebbe bastato ricordare questi risultati e il suo autore per confutare la proposizione opposta (la crescita dipende dalla produttivit&agrave;), che oggi &egrave; considerata, anche da Salvati, una verit&agrave; inconfutabile? Non credo e non volevo portare il dibattito sul piano accademico, dato che Verdoorn &egrave; ormai dimenticato e la produttivit&agrave; &egrave; diventata un feticcio. Volevo piuttosto verificare quanto viene affermato oggi, ossia che per crescere bisogna aumentare la produttivit&agrave; delle imprese. Detto cos&igrave; sembra tautologico: pi&ugrave; si &egrave; produttivi e pi&ugrave; si &egrave; competitivi, pi&ugrave; si cresce. Ma &egrave; proprio cos&igrave;? E, soprattutto, &egrave; questa una ricetta valida per far ripartire l&rsquo;Italia dopo sette anni di recessione? Non v&rsquo;&egrave; dubbio che ogni politica che favorisca la produttivit&agrave; del nostro paese (dall&rsquo;educazione, all&rsquo;innovazione, alla competizione, alla qualit&agrave; dell&rsquo;amministrazione pubblica, alle infrastrutture ecc.) sia una politica che, alla lunga, favorisce la crescita economica. Ci mancherebbe altro. Ma siccome il nostro problema non &egrave; solo quello di crescere nel medio-lungo termine, ma anche e soprattutto nel breve termine, questa ricetta appare del tutto inadeguata e i richiami alla maggiore produttivit&agrave; finiscono per apparire velleitari e portano all&rsquo;inazione.</p>
<p>Ecco allora che ho voluto guardare un po&rsquo; pi&ugrave; da vicino ai temi della produttivit&agrave; per verificare se &egrave; vero che i paesi che crescono di pi&ugrave; sono quelli con una maggiore produttivit&agrave;, non solo con riferimento alla produttivit&agrave; marginale (variazione del rapporto tra produzione e lavoro), ma soprattutto quella assoluta, che dovrebbe essere ben pi&ugrave; rilevante. La constatazione &egrave; che l&rsquo;Italia per molti anni ha avuto una produttivit&agrave; assoluta superiore a quella della Germania. E non si tratta solo del 2013, come mostrato per brevit&agrave; nel mio articolo. Poich&eacute; noi abbiamo avuto una recessione lunga sette anni, con una caduta del PIL del 10 in termini reali, la nostra produttivit&agrave; assoluta era, prima della crisi, ben superiore a quella della Germania. Ci&ograve; malgrado, noi siamo stati devastati da una recessione drammatica e loro sono riusciti a crescere. Ecco che c&rsquo;&egrave; da dubitare sul salvifico appello alla produttivit&agrave; come fattore che porta automaticamente a una maggiore crescita.</p>
<p>La verit&agrave;, a mio avviso, &egrave; che la produttivit&agrave; del lavoro, in termini macroeconomici, non esiste, ma &egrave; solo un quoziente tra due fenomeni (variazione del PIL rispetto quella dell&rsquo;occupazione) stimati in modo diverso e risultanti da tante componenti che ne alterano il significato complessivo (pura aritmetica direbbe Salvati). Nel mio breve articolo ho provato a citare alcune di queste componenti. Una delle mie conclusione &egrave; che la Germania ha un mercato del lavoro pi&ugrave; ampio perch&eacute; comprende anche molti lavori a bassa remunerazione e produttivit&agrave;. Ma questa maggiore occupazione suscita una maggiore domanda che a sua volta genera una crescita maggiore. Da qui anche una maggiore produttivit&agrave; marginale rispetto all&rsquo;Italia grazie alla crescita maggiore. Detto in questi termini, il mio approccio non &egrave;, come dice Salvati, generato da &laquo;vis polemica contro il rilievo predominante attribuito oggi al <em>mainstream</em> ordoliberale europeo&raquo;. Pur se non apprezzo affatto la politica di austerit&agrave; voluta in Europa e sarei dell&rsquo;opinione che avremmo tutti bisogno di una politica fiscale espansiva, il mio suggerimento, sulla scorta di queste osservazioni, &egrave; di favorire al massimo l&rsquo;occupazione, anche quella precaria, nonch&eacute; l&rsquo;avvio di iniziative private ancora oberate da costi reali e amministrativi, il che credo non possa dispiacere agli ordoliberisti ed &egrave; avversato in Italia dai sindacati dei lavoratori.</p>
<p>Premetto che non credo affatto che una tale ricetta sia sufficiente. Ma se, come tutti dicono, volessimo &laquo;imitare&raquo; la Germania, allora una via dovrebbe essere quella di fare politiche di inclusione dei piccoli lavori, dipendenti e autonomi, liberalizzando al massimo il mercato delle imprese e del lavoro (ben pi&ugrave; di quanto fatto finora, finendola con la definizione a priori delle modalit&agrave; di lavoro e permettendo tutto ci&ograve; che non &egrave; vietato espressamente), il che potrebbe consentire una crescita maggiore di occupazione e di reddito. E questa non &egrave; pura aritmetica, come dice Salvati, ma un suggerimento di politica economica, contestabile se si vuole e sicuramente non sufficiente. Mentre &egrave; pura aritmetica l&rsquo;osservazione che l&rsquo;Italia non cresce perch&eacute; la produttivit&agrave; marginale scende, cos&igrave; come sono vuote di contenuti di politica economica&nbsp; le raccomandazioni ad aumentare la produttivit&agrave;: come? Con quali strumenti e soprattutto con quali tempi? Non ci si pu&ograve; solo riferire genericamente a &laquo;fare pi&ugrave; investimenti innovativi&raquo; o &laquo;puntare su una maggiore formazione&raquo; se poi non si sa quali siano le politiche adatte a tali fini e quanto tempo sia necessario per vedere dei risultati. Ne credo si possa riporre une eccessiva fiducia su una rinnovata politica industriale che produca nuovi campioni ad alta produttivit&agrave;!</p>
<p>Ovviamente io non ho nulla contro gli aumenti di produttivit&agrave;, al contrario. Ma penso che si confondano due piani: quello microeconomico e quello macroeconomico. Sul piano micro (singola impresa, singolo lavoratore, singola famiglia, ecc.) &egrave; necessario puntare su una maggiore efficienza e quindi a progressi di produttivit&agrave;. Ma la somma di tanti sforzi individuali non significa necessariamente che il paese crescer&agrave; di pi&ugrave;. Potrebbe anche essere che gli sforzi di efficienza e di maggiore produttivit&agrave; (che, ricordiamolo, significano produrre le stesse cose con meno lavoro), se inseriti in una fase di domanda calante, non portino a una maggiore crescita, anzi comportino un peggioramento della situazione generale (maggiore disoccupazione e minore crescita del reddito), pur se i soggetti pi&ugrave; efficienti si trovassero a godere di un miglioramento relativo.</p>
<p>Salvati suggerisce, tuttavia, che, se un numero maggiore di imprese e di soggetti hanno un&rsquo;elevata produttivit&agrave;, allora sar&agrave; possibile che essi &laquo;mantengano&raquo; anche imprese e lavori a pi&ugrave; bassa produttivit&agrave; e remunerazione. E questa sarebbe la spiegazione della minore produttivit&agrave; complessiva della Germania rispetto all&rsquo;Italia, per cui la mia teoria sarebbe inficiata. Pu&ograve; darsi, ma pu&ograve; anche essere vero il contrario: la possibilit&agrave; di utilizzare lavori e imprese a bassa produttivit&agrave; e bassa remunerazione consente ad altre imprese di accrescere la loro produttivit&agrave; attraverso l&rsquo;<em>outsourcing</em> di funzioni a costi pi&ugrave; bassi, sicch&eacute; resta imprecisato se nasce prima l&rsquo;uovo della produttivit&agrave; o la gallina della crescita. E in questo concordo con Salvati che nel lungo termine produttivit&agrave; e crescita vanno di pari passo. Ma poich&eacute; lo strumentario di politica economica &egrave; pi&ugrave; guarnito per le misure di crescita della domanda che di misure per migliorare la produttivit&agrave; nel breve termine, resto del parere che occorra stimolare la domanda per ottenere anche incrementi di produttivit&agrave;.</p>
<p>Su un&rsquo;altra affermazione sono d&rsquo;accordo con Salvati: questo processo di allargamento dell&rsquo;occupazione a lavori di pi&ugrave; bassa produttivit&agrave; e remunerazione corrisponde a una svalutazione relativa, perch&eacute; il prodotto per addetto del paese e quindi la remunerazione media del lavoro scenderebbe per un effetto di composizione. Ma sarebbe una svalutazione virtuosa perch&eacute; non toccherebbe i redditi di chi lavora oggi, mentre aumenterebbe i redditi di chi oggi &egrave; disoccupato e farebbe perci&ograve; aumentare il reddito pro-capite di tutti gli italiani: esattamente come ha fatto la Germania e come fanno i paesi anglosassoni dove il prodotto per addetto &egrave; pi&ugrave; basso ma &egrave; pi&ugrave; elevata l&rsquo;occupazione e il reddito pro-capite. Se poi l&rsquo;Europa smettesse di inseguire il mito del pareggio di bilancio e avviasse una vera politica fiscale espansiva, potremmo avere tutti una maggiore crescita e una maggiore produttivit&agrave; e non staremmo qua a discutere, perch&eacute; Salvati e io saremmo finalmente d&rsquo;accordo (credo).</p>]]></description>
            <author> no_email@example.com (Innocenzo Cipolletta)</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
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            <title>Economia e politica: relazione pericolosa?</title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/142</link>
            <description><![CDATA[<p><em><strong>Il rapporto tra scienze economiche e policy-making &egrave; tradizionalmente uno dei grandi temi di dibattito tra gli economisti. Ne hanno discusso per Economia &amp; Management Francesco Daveri, professore presso l&rsquo;Universit&agrave; Cattolica di Piacenza e docente alla SDA Bocconi, e Tommaso Nannicini, professore di Economia Politica all&rsquo;Universit&agrave; Bocconi, che dai primi mesi del 2014 ha il ruolo di consigliere economico del presidente del Consiglio Matteo Renzi ed &egrave; appena stato nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.&nbsp;<em><strong>Il video completo del dialogo &egrave; disponibile&nbsp;<a href="https://youtu.be/S1x08DdD8uo" target="_blank">qui</a>.</strong></em></strong></em></p>
<p>In virt&ugrave; del suo ruolo, Tommaso Nannicini ha avuto modo di seguire tanti dossier importanti, tra cui il Jobs Act e la stesura della Legge di stabilit&agrave; 2016 da poco approvata dal Parlamento. Per un economista, un simile impegno da &laquo;consigliere del principe&raquo; rappresenta un buon modo per dare il proprio contributo alla societ&agrave;? Vari economisti hanno sostenuto che il compito principale di un economista dovrebbe essere quello di pensare, fare ricerca e insegnare. Il rischio &egrave; che il tempo dedicato alla politica sia sprecato. Tommaso Nannicini non &egrave; il primo a prestare il suo tempo alla politica: solo per fare alcuni esempi, prima di lui Roberto Perotti, Carlo Cottarelli e Enrico Bondi &ndash; tutte persone di grande successo in universit&agrave;, nelle organizzazione internazionali o in azienda &ndash; hanno assunto i panni dei tecnici al servizio della politica. Eppure hanno tutti rinunciato. Ci si pu&ograve; allora domandare se sia possibile individuare un identikit di chi sia pi&ugrave; adatto a prestare il suo tempo alla politica. Non esiste una risposta valida per tutti. La passione conta: c&rsquo;&egrave; chi ha passioni pi&ugrave; speculative e chi ha interesse a sporcarsi le mani per vedere se le teorie funzionano quando messe in pratica. Tra quelli che si cimentano, la capacit&agrave; di ascoltare (le esigenze dei politici) e di farsi ascoltare (dai politici) &egrave; la qualit&agrave; cruciale. E poi ci sono ruoli diversi che possono essere ricoperti dai tecnici in politica: una cosa &egrave; essere commissario alla spending review, altra cosa &egrave; lavorare alla predisposizione e alla limatura di un provvedimento in una legge di stabilit&agrave;. Un altro elemento &egrave; quello della temporaneit&agrave; dell&rsquo;impegno al servizio della politica: solo cos&igrave; un economista pu&ograve; tornare a fare l&rsquo;economista dopo essersi dedicato alla politica.</p>
<p><iframe frameborder="0" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/wNmYPETIrCI" width="560"></iframe></p>
<p>Discutere del rapporto tra politica ed economia significa anche fermarsi a riflettere sulla funzione dell&rsquo;economista. Secondo Milton Friedman (e Daveri con lui), le buone teorie e i buoni economisti sono quelli che arrivano a formulare previsioni azzeccate. Proprio questa &egrave; la richiesta che sembra provenire ai tecnici &ndash; agli economisti e a tutti gli scienziati sociali &ndash; da parte di una societ&agrave; sempre pi&ugrave; smarrita di fronte alla complessit&agrave; del mondo globale. D&rsquo;altro canto, c&rsquo;&egrave; chi ritiene &ndash; e Nannicini &egrave; uno di questi &ndash; che il compito degli economisti sia pi&ugrave; modestamente quello di spiegare con strumenti scientifici ci&ograve; che &egrave; successo: nella speranza che questo consenta di commettere meno errori in futuro. Resta la questione aperta riguardo a se, ed eventualmente come, sia possibile formulare teorie che non si limitino a concludere che in futuro ci sar&agrave; una crisi, ma che diano indicazioni pi&ugrave; precise sul verificarsi delle crisi stesse. In ogni caso, &egrave; fondamentale che gli economisti prendano coscienza dei pregiudizi politici che inevitabilmente ciascuno (inclusi gli scienziati sociali) ha, nel momento in cui tenta di spiegare la realt&agrave; sociale.</p>
<p><iframe frameborder="0" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/KhDWTClceNw" width="560"></iframe></p>
<p>Se la centralit&agrave; del formulare previsioni nel mestiere dell&rsquo;economista resta quindi un punto di dibattito, non &egrave; possibile concludere facendo delle previsioni per il 2016. Piuttosto, si possono solo esprimere due &laquo;auspici&raquo;. Il primo &egrave; che la ripresa &ndash; solo timidamente accennata nell&rsquo;economia italiana nel 2015 &ndash; si consolidi. Il secondo &ndash; pi&ugrave; politico &ndash; &egrave; che le riforme iniziate proseguano e si rafforzino. Una certa gradualit&agrave; di attuazione &ndash; che preservi il consenso sociale sull&rsquo;adozione delle riforme &ndash; non pu&ograve; infatti tradursi nel ritorno all&rsquo;immobilismo dei decenni precedenti.</p>
<p><iframe frameborder="0" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/9jNHwB3mH2o" width="560"></iframe></p>]]></description>
            <author> no_email@example.com (Francesco Daveri)</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
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            <title>La legge del mercato</title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/145</link>
            <description><![CDATA[<h5>La sua ditta &laquo;delocalizza&raquo; e lui, a 51 anni, si ritrova disoccupato. Per un anno e mezzo fa corsi di formazione, colloqui via Skype, test attitudinali, ma non trova niente. Finch&eacute; un giorno riceve una proposta di assunzione da parte di un ipermercato con l&rsquo;incarico di sorvegliare e sventare i piccoli furti che avvengono ogni giorno tra gli scaffali. Lui accetta con entusiasmo, ma presto si vergogner&agrave; di aver accettato.&nbsp;La legge del mercato di Stephane Briz&eacute;: un film freddo e spietato sulle trasformazioni in corso nel mercato del lavoro.</h5>
<h5><span style="font-size: 1em;">Regia: St&eacute;phane Briz&eacute;</span></h5>
<h5>Interpreti: Vincent Lindon e Xavier Mathieu</h5>
<h5>Francia, 2015</h5>
<p></p>
<p>Una volta, non tanti anni fa, il lavoratore &ndash; anche quello addetto alle mansioni pi&ugrave; semplici &ndash; era fiero del proprio lavoro. Indossava con orgoglio la tuta blu, e si faceva vanto di eseguire in modo impeccabile i compiti che in base al ciclo di produzione gli venivano assegnati. Altri tempi. Altro mondo. Oggi una delle cose che sono venute meno nei nuovi assetti produttivi generati dalla mutazione globale dell&rsquo;economia &egrave; proprio la possibilit&agrave; di essere orgogliosi del proprio lavoro. Un numero crescente di lavoratori d&agrave; anzi l&rsquo;impressione di vergognarsi del lavoro che fa. Non solo e non tanto perch&eacute; &egrave; un lavoro dequalificato, ripetitivo e banale, ma anche e soprattutto per il tipo di relazioni che certi lavori inevitabilmente comportano ed impongono.</p>
<p>Il film francese<em> La legge del mercato</em>, diretto da St&eacute;phane Briz&eacute;, &egrave; quasi la dimostrazione tristemente emblematica di questo stato di cose. Thierry, il protagonista, &egrave; un uomo solido, riflessivo, dignitoso. 51 anni, padre di famiglia a capo di un nucleo familiare sfortunato (ha un figlio disabile&hellip;), vive tuttavia con dignit&agrave; e senza lacrimevoli patetismi la sua condizione umana e lavorativa. Un giorno per&ograve; la sua ditta &laquo;delocalizza&raquo; e lui viene licenziato. La sua vita &egrave; come terremotata da questo avvenimento. Sfiduciato, rinuncia alla lotta sindacale collettiva e tenta un riscatto tutto individuale attraverso gli strumenti che lo stato francese gli riconosce: il sussidio di disoccupazione e la riqualificazione con la formazione. Dopo un po&rsquo;, finalmente Thierry trova un nuovo lavoro: viene assunto come sorvegliante in un supermercato. Deve vigilare sui clienti (ma anche sui dipendenti&hellip;) e individuare eventuali furti o furtarelli commessi tra le corsie e gli scaffali. All&rsquo;inizio sembra tutto facile e perfino di un qualche prestigio. Ma ben presto Thierry si rende conto di essersi cacciato in un bel guaio. Per guadagnarsi il pane deve denunciare gente pi&ugrave; povera e pi&ugrave; disperata di lui, gente che ruba non per vizio ma per necessit&agrave;. Se non lo fa, sar&agrave; sbattuto fuori lui e si trover&agrave; nella condizione di quei disperati che ha l&rsquo;obbligo di denunciare. Non c&rsquo;&egrave; via d&rsquo;uscita, &egrave; un vero e proprio cul de sac. Thierry si vergona del lavoro che fa, del ruolo che riveste. Ma sa che se non facesse quello che gli &egrave; richiesto di fare, si ritroverebbe in men che non si dica a dover egli stesso rubare per sopravvivere.</p>
<p>Freddo e rigoroso, La legge del mercato offre un&rsquo;immagine impietosa del mercato del lavoro attuale.</p>
<p>&Egrave; proprio cos&igrave;? Ne discutono <strong>Gianni Canova</strong> e <strong>Severino Salvemini</strong>.</p>
<p><iframe frameborder="0" height="360" src="https://www.youtube.com/embed/TJSEOCkTEbA?rel=0" width="640"></iframe></p>
<p><strong>S.S.</strong> Trovo che il pregio maggiore di questo film sia nella forza con cui ci invita a ripensare la drammatica deriva intrapresa dal mondo del lavoro: &egrave; <strong>uno schiaffo brutale contro l&rsquo;incertezza del futuro e la degenerazione antropologica del lavoratore</strong> (nella speranza che ci&ograve; non sia gi&agrave; definitivamente avvenuto&hellip;). &Egrave; una pellicola molto pessimista, perch&eacute; non crede nelle possibilit&agrave; di un riscatto che possa essere anche decentemente etico.</p>
<p><strong>G.C.</strong> Per me la cosa memorabile sono i primi piani del protagonista, interpretato da <strong>un attore bravissimo come Vincent Lindon</strong> (che per questo ruolo ha vinto a Cannes il premio come miglior attore). Sul suo volto apparentemente imperturbabile riesce a disegnare con piccole espressioni quasi impercettibili tutto il dilemma morale ed esistenziale che lo dilania. Fregare chi sta peggio di lui o rifiutarsi di farlo e diventare come chi avrebbe dovuto denunciare? La &laquo;legge del mercato&raquo; rompe ogni tradizionale solidariet&agrave;, spinge a un individualismo assoluto. Homo homini lupus. Punto e basta. Thierry scopre questa brutale verit&agrave; e cerca di reagire con la sua logica da uomo semplice e retto. A Simple Man, come recita il titolo con cui il film &egrave; stato distribuito sul mercato internazionale.</p>
<p><strong>S.S.</strong> In effetti Vincent Lindon recita pi&ugrave; con i silenzi e con i gesti che con le parole. Ha il volto impietrito, lo sguardo fisso, si muove negli spazi postmoderni di un ipermercato senza convinzione, ascolta assente i consigli per migliorare la sua efficacia negoziale. &Egrave; braccato da una macchina da presa che lo tallona, come se fosse l&rsquo;ultimo testimone di una civilt&agrave; in via di estinzione. Cerca di resistere, anche solo parzialmente, a un processo di normalizzazione che comporta un costo altissimo sul piano umano e sociale.</p>
<p><strong>G.C.</strong> Ma la cosa interessante &egrave; che tutto ci&ograve; &egrave; trattato senza alcun laccio di tipo ideologico. Il regista non ha tesi da dimostrare, o ideologie da propagandare. Il suo film &egrave; quasi <strong>uno studio antropologico sulla condizione del lavoratore nella societ&agrave; contemporanea</strong>. Lindon &egrave; bravissimo nel rendere sul suo volto tutta la gamma di stati d&rsquo;animo che lo attraversano mentre svolge le sue mansioni lavorative: il disgusto, la ripulsa, l&rsquo;indignazione, la titubanza, il dubbio, la solitudine, la paura, l&rsquo;umiliazione. E poi, soprattutto, come si diceva, la vergogna.</p>
<p><strong>S.S.</strong> Una scena del film con un alto valore simbolico secondo me &egrave; quella in cui il direttore del supermercato e il suo capo del personale riuniscono i dipendenti per commentare il suicidio di una cassiera, che era stata scoperta a rubare dei buoni sconto dalle telecamere che l&rsquo;avevano registrata implacabilmente. Il loro discorso &egrave; un capolavoro di ipocrisia: &egrave; evidente e risaputo da tutti che i piccoli furti della cassiera erano originati dalla sua difficolt&agrave; di chiudere il bilancio a fine mese. Ma i due dirigenti ricostruiscono il fatto sostenendo che non c&rsquo;&egrave; relazione tra il suicidio e il basso salario della donna, perch&eacute; la poveretta aveva altri &laquo;problemi suoi&raquo;. E poi aggiungono che comunque il lavoro non &egrave; tutto nella vita.</p>
<p><strong>G.C</strong>. &Egrave; un discorso, il loro, volto a disinnescare l&rsquo;effetto potenzialmente dirompente di quel suicidio: un caso quasi da manuale di una situazione di crisi affrontata con una comunicazione inadeguata. L&rsquo;esatto contrario del film, che invece &ndash; sulla scia dei fratelli Dardenne o di Laurent Cantet (A tempo pieno) &ndash; <strong>trasmette una sensazione di autenticit&agrave; che ti si infila dritto dritto sotto la pelle</strong>. Merito anche di alcune azzeccate scelte produttive: Lindon ha deciso di rinunciare a buona parte del suo compenso per poter pagare dignitosamente tutta la troupe, mentre il casting &egrave; stato effettuato selezionando persone che nella vita di tutti i giorni hanno le stesse mansioni che interpretano sullo schermo: una coincidenza voluta e deliberatamente annunciata, proprio con l&rsquo;intento di raggiungere &ndash; a fronte dell&rsquo;ipocrisia delle &laquo;leggi del mercato&raquo; &ndash; il massimo di verit&agrave; e di autenticit&agrave;.</p>]]></description>
            <author> no_email@example.com (Gianni Canova, Severino Salvemini)</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
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            <title>The Notebook that conquered the World</title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/159</link>
            <description><![CDATA[<p><img alt="Ideas" src="getImage.php?id=275&amp;w=672&amp;h=442" style="width: 672px; height: 442px; vertical-align: top; margin: 5px 5px 5px 5px;" title="Ideas" width="780" /></p>
<h4>Moleskine notebooks, today famous all over the world, were born for the second time in Milan, Italy in 1997. In the first 9 months of 2015 Moleskine Srl revenues exceeded 86 mln Euro (annual revenues in 2014 were 98 mln Euro).</h4>
<h4>With Mr. Arrigo Berni, CEO of the company, we discuss how Moleskine brand is dealing with opportunities and challenges of adaptation to local cultural settings around the globe.</h4>
<h4></h4>
<h5><strong>In SDA Bocconi classrooms while discussing the Moleskine case study (<a href="http://www.thecasecentre.org/educators/products/view?id=108107" target="_blank">link</a>) with Italian or international participants I kept on noticing that Moleskine&rsquo;s brand awareness had been increasing from year to year. How international is Moleskine business?</strong></h5>
<p>Moleskine notebooks, agendas, travel goods are used by millions of passionate consumers across the globe. In 2014 only 10% of Moleskine sales came from the Italian market, 42% of our revenues were originated in EMEA region, 35% in the USA and Canada, 12% in Asia and Far East. We recently opened directly operated retail shops in China, Singapore, Hong Kong, USA, UK, France and Germany. Our global headquarters are in Milan (Italy) while regional subsidiaries are in Cologne (Germany), New York (USA), Hong Kong, Shanghai (China).</p>
<h5><strong>How can the Moleskine brand, with its heritage strongly linked to the European and American culture of XXth century, be appealing to consumers around the world?</strong></h5>
<p>We have to distinguish the brand values from the constructed codes signalling the brand values to consumers: brand story, its symbols, products aesthetics. Moleskine&rsquo;s values &ndash; creativity, talent, exploration, travel, self-expression &ndash; are global and in the past 30-40 years had been progressively increasing their importance in both Western and Eastern hemispheres, in particularly in the East Asia. So the universality of Moleskine&rsquo;s brand values explains its international success. Moleskine products are successfully meeting the needs and the desires of our target consumers around the globe, independently of national culture or region: illustrators, designers and architects, but also more broadly defined Moleskine target clients, people with higher education and intellectual professions living in urban areas. These are people living on the move and Moleskine&rsquo;s notebooks, writing, travelling and reading accessories are faithfully assisting them in their quotidian routines and, as cultural symbols, are also helping them to convey their identity. So while Moleskine brand values are global we find creative inspiration in continuous research on the brand&rsquo;s stories and symbols.</p>
<h5><strong>Shall we say that the communication of Moleskine brand evolved with the company&rsquo;s internationalization?</strong></h5>
<p>The Moleskine brand was introduced to the public together with a legendary notebook diligently reconstructed to remain faithful to the original moleskines used by Picasso, Chatwin, Hemingway. But Moleskine heritage was only the beginning of the brand&rsquo;s global journey and at the initial stages of the company development was perfectly coherent with our internationalization path that started from Europe (Germany, France, UK, Spain) and from the United States. After the launch phase we started giving less emphasis on Moleskine&rsquo;s heritage story as the brand identity could be successfully transmitted via an extremely rich variety of symbols, stories, designs. As we expanded in Asia the brand codification was enriched with local cultural symbols and icons even if the core of the brand communication remained global.</p>
<h5><strong>Is it difficult to search for new &ldquo;brand codes&rdquo; for Moleskine?</strong></h5>
<p>At our disposal is the whole world of modern design, fashion, art, pop-art, architecture, photography and other means of self-expression. Take, for instance, pop-art. Modern pop-art, mostly American pop-art, symbols are global and are well-received in many cultural settings. But in the pop-art we are working with real cultural icons. Our limited edition notebooks, for instance, celebrate 100 years of Coca-Cola&rsquo;s bottle design. Our other limited editions were dedicated to Batman, Star Wars, Le Petit Prince. These symbols represent Western society but are well received and understood in many national settings, in particularly in East Asia.</p>
<h5><strong><img alt="moleskine" src="getImage.php?id=262&amp;w=300&amp;h=235" style="width: 300px; height: 235px; float: right; margin: 5px 5px 5px 5px;" title="moleskine" />Would you make some examples of &ldquo;local&rdquo; Asian cultural symbols or icons employed in the communication of Moleskine brand values?</strong></h5>
<p>We successfully use the local icons of pop culture. We created limited edition notebooks using images of <strong>Doraemon</strong>, a cartoon born in Japan that is gaining popularity in Korea, China and the rest of Asia. Another successful launch was Hello Kitty! and Line Friends notebooks. Line is a very popular and interesting business case in Korea, I bet very few SDA Bocconi students heard about it! Line was developed as an app in the Japanese subsidiary of Korean Naver corporation, to respond to the communication failures after 2011 earthquake. Line Offline, a cartoon series on employees of Line Corporation, became hugely popular in Korea and in other Asian cultures, turning into a real pop culture phenomenon with its fans, merchandising, even coffee shops.</p>
<p>Moleskine Line Friends: The colours used in these &ldquo;local&rdquo; notebooks are completely different from our &ldquo;heritage&rdquo; sober black cover. But the values underlying Doraemon&rsquo;s bright blue or traditional black cover are the same: thinking, creativity, escape from the frameworks and daily routines. As other examples, we may quote Shanghai Tang limited series notebooks for the Chinese market and Starbucks Asia limited series notebooks, following the tradition of Asian coffee shops to offer quality merchandising.</p>
<h5><strong>Now Moleskine is much more than a notebook: your company sells all kind of travelling, reading and writing products and accessories. Do cultural differences impact somehow the choice of products for different markets?</strong></h5>
<p>Our core products &ndash;notebooks, travelling, reading, writing accessories &ndash; are global. The story of Moleskine on the paper band that is partly wrapping the notebook&rsquo;s cover is in English and French &ndash; two international languages. The cross-cultural differences do impact Moleskine diaries: different languages, different festivities, different ways to transcript days of the week. So the adaptation decisions are taken as in any multinational corporation &ndash; through the careful analysis of costs and benefits.</p>
<h5><strong>Your company operates globally only through four regional headquarters. How do you manage to uncover the relevant local cultural icons, symbols, codes &ndash; to employ them in the brand communication?</strong></h5>
<p>Let us say that our company is fortunate enough to be able to attract &ldquo;right&rdquo; people. Our brand is attractive not only for customers, but also for potential employees. Many people, many of our product fans, are attracted by the idea to work for Moleskine. So while evaluating potential employees, we are looking not only at their &ldquo;hard&rdquo; skills, such as university diploma and previous experiences, but we also are asking questions and carefully evaluating answers about the person&rsquo;s free time, hobbies, travelling and reading preferences. Having opened overseas subsidiaries also helped in the adaptation efforts: for instance, Doraemon and Line Friends limited editions have been suggested by our colleagues working in Asia.people</p>
<h5><strong>Would you say that Moleskine&rsquo;s example can be useful for other companies searching for a &ldquo;right&rdquo; balance between global and local content.</strong></h5>
<p>I do not think there is one recipe for all. The balance between global and local content depend strongly on the product type, and it will certainly be different for different consumer goods. Secondly, companies have to carefully evaluate the global potential and the eventual need for the local adaptation of the brand values, particularly important for the lifestyle products. In case of Moleskine we are fortunate enough to work with the universal values speaking the language that is comprehensive across cultures.</p>
<p><em>*The interview with Mr.Arrigo Berni, CEO of Moleskine Srl, took place in Moleskine headoffice in Milan on January 14, 2016.</em></p>
<p><em><a href="http://ideas.sdabocconi.it/strategy/archives/4740" target="_blank">FONTE: Ideas of Management on Strategy and Entrepreneurship&nbsp;</a></em></p>]]></description>
            <author> no_email@example.com (Olga Annushkina)</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
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            <title>Letture</title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/171</link>
            <description><![CDATA[<p><em><strong>Marcello Foa (Milano, 1963) cittadino italiano e svizzero, &egrave; Direttore generale e Amministratore delegato del gruppo svizzero mediaTI Holding e del Corriere del Ticino. Laureato in Scienze politiche all&rsquo;Universit&agrave; degli Studi di Milano, assunto al Giornale da Indro Montanelli come responsabile degli Esteri, &egrave; un analista ed editorialista di politica internazionale, con particolare attenzione alle questioni geostrategiche per Russia, Francia, Germania, Turchia, Stati Uniti. Docente di giornalismo all&rsquo;Universit&agrave; della Svizzera Italiana, &egrave; vicepresidente dell&rsquo;associazione Asimmetrie, fondata dall&rsquo;economista Alberto Bagnai.</strong></em></p>
<p>Sto leggendo tre libri in contemporanea: <em>Guerra e Pace</em> di Lev Tolstoj, strepitoso nella prosa e folgorante nell&rsquo;analisi di quanto stiamo vivendo oggi. Poi<em> Il nome di Dio &egrave; misericordia</em>, dove il vaticanista Andrea Tornielli ha raccolto le riflessioni di Papa Francesco. Infine <em>Rimetti a noi i nostri debiti</em>, di Luca Ciarrocca, un giornalista indipendente che ha una visione anticonformista ed eticamente liberale dell&rsquo;economia e, soprattutto, della finanza.</p>
<p><img alt="Ciarrocca" src="getImage.php?id=304&amp;w=200&amp;h=267" style="width: 200px; height: 267px; float: right; margin: 10px 10px 10px 10px;" title="Ciarrocca" /></p>
<p><strong>Ciarrocca propone una tesi che condivido, come giornalista e come manager: non potr&agrave; esservi ripresa e sviluppo senza abolire, cancellare, rimettere il debito pubblico, che soffoca la crescita e impoverisce i cittadini.</strong></p>
<p>L&rsquo;attitudine a leggere libri in parallelo nasce dalla fortuna che ho avuto, di crescere in parallelo tra due culture, la Svizzera e l&rsquo;Italia, un ambiente che mi ha esposto a contaminazioni ancor pi&ugrave; internazionali. Seguendo le orme di mio padre, bocconiano di scuola einaudiana e che di mestiere faceva il manager, dopo il liceo m&rsquo;iscrissi alla Bocconi ma dopo pochi mesi mi parve che quella non fosse la mia strada. Cos&igrave;, mi laureai in Scienze politiche alla Statale di Milano, quando per&ograve; avevo gi&agrave; iniziato a fare il giornalista, a Lugano, prima alla Gazzetta ticinese e poi al Giornale del Popolo. A distanza di anni e delle frasi fatte posso davvero dire che furono esperienze davvero formative. Soprattutto, mi dettero un&rsquo;opportunit&agrave; unica, anzi due: iniziare a occuparmi di vicende internazionali in maniera non conformistica e potermi presentare a soli 26 anni con una laurea e soprattutto gi&agrave; 5 anni di esperienza lavorativa. Fu cos&igrave; che nel 1989 fui assunto al Giornale realizzando il mio sogno d&rsquo;infanzia: Indro Montanelli era infatti il mio idolo. E mi offri il posto di viceresponsabile degli Esteri del Giornale, nominandomi poco dopo caporedattore. Cos&igrave;, a 26 anni, mi trovai in una condizione incredibile: ogni giorno, dopo aver parlato con personaggi del calibro di Vittorio Dan Segre, Fran&ccedil;ois Feijto e Alberto Pasolini Zanelli, scendevo in riunione e seduto al tavolo con Montanelli, Mario Cervi, Egisto Corradi, Gian Galeazzo Biazzi Vergani, indicando come sarebbero state le pagine degli esteri del giorno successivo. A pensarci mi tremano ancora i polsi!</p>
<p>I libri che mi hanno segnato risentono felicemente dell&rsquo;esperienza di quegli anni, oltre che di quelli dell&rsquo;adolescenza, e per me rappresentano dei punti di riferimento ancora assoluti, di un modo di ragionare fuori dagli schemi e soprattutto dal conformismo di massa. Per questo continuo a proporli ai miei studenti, nei corsi che tengo all&rsquo;<strong>Osservatorio Europeo di Giornalismo</strong> e all&rsquo;Universit&agrave; della Svizzera Italiana: perch&eacute; credo che siano molto formativi, soprattutto diano strumenti per farsi opinioni proprie. <img alt="wolkoff" src="getImage.php?id=302&amp;w=200&amp;h=326" style="width: 200px; height: 326px; margin: 10px 10px 10px 10px; float: left;" title="wolkoff" />Fra questi non posso dimenticare<strong> <em>Il montaggio</em> di Vladimir Volkoff, un incredibile romanzo di spionaggio dove l&rsquo;ironia si scontra con il terrore e il dubbio che i servizi segreti delle grandi potenze del 900 abbiano forgiato anche dinamiche sociali in apparenza spontanee prende una dimensione reale</strong>. Volkoff ha spiegato bene come il KGB s&rsquo;infiltrava nella cultura occidentale, usando gli strumenti della manipolazione e dei massi media ispirati dalla grande lezione strategica di Sun Tzu, il generale cinese autore dell'<em>Arte della Guerra</em>, altro libro per me insuperabile.</p>
<p>D&rsquo;altra parte anche <em>Gli intellettuali e la CIA</em> di Stonor Saunders resta una delle pi&ugrave; lucide fotografie di come la CIA riusc&igrave; a fare contropropaganda all&rsquo;influsso sovietico in occidente. A proposito di propaganda, non posso non citare due libri con questo titolo: <em>Propaganda</em>, di Jacques Ellul e di Edward Bernays. Nella differenza di riferimenti e delle intenzioni, la loro tesi &egrave; molto semplice: quando la tecnologia supera ogni cultura e societ&agrave; il risultato non &egrave; la libert&agrave; ma la propaganda, ai fini della manipolazione delle coscienze e della formazione dell&rsquo;uomo. Un concetto del resto analizzato molto bene anche dal generale Fabio Mini, introducendo in Italia un libro di strategia cinese poco noto ma fondamentale, <em>Guerra senza limiti</em>.</p>
<p>Tornando al mio percorso, nell&rsquo;estate del 2010 le impressioni giovanili si dimostrarono errate: lasciai infatti il Giornale e la direzione del suo sito internet per assumere prima il ruolo di direttore generale e poco dopo quello di amministratore delegato del gruppo editoriale svizzero Ti Media (oggi mediaTI) e di una testata importante come il Corriere del Ticino. Per fortuna, la mia cultura manageriale negli anni si era giovata della relazione dell&rsquo;amicizia con esponenti importanti del mondo dell&rsquo;impresa e dell&rsquo;economia. Fra questi Gianni dell&rsquo;Orto, uno dei pi&ugrave; importanti head hunter, da cui ho appreso insegnamenti preziosi, ma anche Alberto Pirelli, Antonio Cressi, Alberto Siccardi, fondatore di Medacta, il finanziere svizzero Tito Tettamanti; colleghi di grande visione come Ferruccio de Bortoli o di straordinaria saggezza come Vittorio Dan Segre.</p>
<p>Cos&igrave;, negli anni la mia biblioteca di economia e management &egrave; cresciuta, dai classici Ricardo, Adam Smith e Federico Caff&eacute; fino ad arrivare a un pensatore anticonformista come Alberto Bagnai, che mi ha offerto la vicepresidenza del centro di studi economici Asimmetrie.</p>
<p><strong>Sia come giornalista che come manager ho imparato che a far la differenza &egrave; l&rsquo;Uomo</strong> e, per chi ricopre il ruolo di amministratore delegato, &egrave; il coraggio di anteporre logiche di potere e di mero ritorno personale al desiderio di ricercare e di valorizzare il talento all&rsquo;interno della propria squadra, come insegna un classico che adoro come Napoleon Hill. E quando la squadra brilla, in armonia, l&rsquo;azienda prospera, sa adeguarsi al cambiamento ed &egrave; pronta ad affrontare qualunque stagione.</p>
<p></p>
<hr />
<p></p>
<p>(testo raccolto da<strong> Walter Mariotti</strong>)</p>]]></description>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
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            <title>Purché sia semplice: le aziende italiane e il digitale</title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/188</link>
            <description><![CDATA[<p><em><strong><img alt="ideas2" src="getImage.php?id=311&amp;w=733&amp;h=411" style="width: 733px; height: 411px; vertical-align: top; margin: 10px;" title="ideas2" /></strong></em></p>
<p></p>
<p><em><strong>&ldquo;Le organizzazioni efficaci sono garrule, maldestre, superstiziose, ipocrite, mostruose, ottopodi, erranti e scontrose&rdquo;.</strong></em></p>
<p>Quando Karl Weick, il geniale teorico dei legami deboli, scrisse quest'affermazione non si riferiva necessariamente alle aziende italiane. Ma le sue ipotesi possono contribuire a spiegare come mai l'utilizzo di Internet ed in generale il digitale in Italia rimanga strutturalmente sotto la media europea, mentre da oltre 20 anni il Bel Paese &egrave; leader nell'adozione della telefonia mobile. Vediamo perch&eacute;, in tre punti.</p>
<h4>Un'economia euristica, basata su legami laschi e processi "late bound"</h4>
<p><strong>Primo punto:</strong> in Italia economia e societ&agrave; sono euristiche e non algoritmiche. Mostrano di essere pi&ugrave; a loro agio nel procedere per tentativi ed errori, invece di applicare procedure rigidamente codificate. Questo pu&ograve; spiegare la preferenza per la telefonia mobile rispetto a soluzioni di tecnologia dell'informazione pi&ugrave; strutturate e formali. Alle prese con uno Stato eccessivamente procedurale e spesso immobile, la reazione di imprese e famiglie &egrave; stata di rendere il pi&ugrave; possibile informali i processi economici e sociali. Nei rapporti personali come in quelli di business, una telefonata, un messaggio su Whatsapp non richiedono investimenti di programmazione, e spesso ne rappresentano il miglior surrogato.</p>
<p>Scottati dalla debolezza dello Stato di diritto, gli italiani non si fidano solo delle regole e vogliono rassicurazioni personali: anche per questo siamo tra gli ultimi nell'acquisto tramite e-commerce di beni e servizi (per quanto si evidenzino recentemente buoni tassi di crescita), e ad una ricerca di informazioni sul sito aziendale preferiscono ancora una telefonata al centralino, rigorosamente dal cellulare e all'ultimo minuto. L'approccio euristico spiega anche l'idiosincrasia per i libretti di istruzione ed il successo di strumenti che non ne hanno bisogno, come l'iPhone o l'iPad, nonch&eacute; la preferenza per l'immediatezza d'uso che porta a non utilizzare le funzionalit&agrave; pi&ugrave; sofisticate delle tecnologie.</p>
<p><strong>Secondo punto:</strong> le nostre organizzazioni sono largamente basate su legami laschi (loose coupling), che le rendono flessibili ed adattabili a contesti in forte cambiamento. Legami non troppo stretti tra diverse unit&agrave; organizzative abbassano costi e necessit&agrave; di coordinamento e controllo, anche se hanno lo sgradito effetto collaterale di ostacolare la crescita dimensionale di lungo termine.</p>
<p>Per un imprenditore o un manager italiano &egrave; prassi comune utilizzare il telefonino per gestire di volta in volta, e a voce, le emergenze quotidiane determinate dalle strutturali carenze di deleghe e di procedure formali. Attivit&agrave; che oggi trovano perfetta estensione sui social network, in particolare tramite device mobile.</p>
<p>Mentre telefono fisso o PC desktop sono strutturalmente legati ad un luogo, e non ad una persona, un cellulare &egrave; l'indirizzo logico di un individuo, e ne costituisce il naturale nodo di appartenenza alla rete sociale. Inoltre l'interfaccia naturale basata sull'uso della voce (e i maniera crescente di foto, video e contenuti) abbassa i costi di apprendimento e di interazione, migliorando l'inclusione sociale dei membri marginali della rete.</p>
<p>Le organizzazioni a legami deboli presentano altre caratteristiche che le associano naturalmente all'uso di tecnologie nomadiche ed informali, come la telefonia mobile, invece che a piattaforme rigide e strutturate tipiche dei sistemi informativi tradizionali. Mentre un sistema informativo integrato &egrave; altamente efficiente ma non consente di gestire eccezioni e discontinuit&agrave;, il souk informativo dei mille flussi di comunicazione vocale facilita l'adattamento locale a specifiche situazioni, rendendolo rapido, poco costoso ed efficace; affidare al rimbalzo del passaparola vocale la gestione delle organizzazioni a legami deboli produce s&igrave; ridondanza di funzioni, ma ne aumenta l'affidabilit&agrave; e ne previene il blocco in caso di malfunzionamento di una parte.</p>
<p>Dal punto di vista economico, utilizzare un modello di coordinamento organizzativo basato sulla mobilit&agrave; e sull'interazione personale abbassa le barriere per la partecipazione di singoli ai processi decisionali e garantisce un livello di ambiguit&agrave; sufficiente a lasciar spazio all'iniziativa individuale e all'autodeterminazione. In parole povere, coordinarsi al telefonino lascia cos&igrave; tanto nel vago da favorire, nel lungo periodo, l'assunzione di responsabilit&agrave; e quindi l'imprenditorialit&agrave;. Quando si afferma che le aziende italiane non sanno &ldquo;fare sistema&rdquo;, si trascura di evidenziare che proprio per questo sono efficaci nell'apprendimento e adattamento lasco: in sintesi, sanno &ldquo;fare mercato&rdquo;.</p>
<p><strong>Terzo punto:</strong> i processi organizzativi caratteristici di molti settori economici italiani, come la moda e il turismo, sono improntati al &ldquo;late binding&rdquo; ovvero agli adattamenti dell'ultimo minuto. Il concetto di &ldquo;late binding&rdquo;, ovvero collegamento dinamico e posticipato, &egrave; caratteristico della moderna scienza informatica e consente di associare una funzione ad un identificatore solo in fase di esecuzione di un programma, invece che al momento della compilazione dello stesso (&ldquo;early binding&rdquo;). In metafora, vuol dire programmare le ferie mettendo in macchina sia le pinne sia le scarpe da trekking, e decidere la destinazione finale solo quando si &egrave; gi&agrave; partiti, in base al traffico o alla chiamata sul telefonino degli amici.</p>
<p>In economia, i collegamenti &ldquo;late bound&rdquo; riducono le incertezze e le asimmetrie informative. Riescono a far adattare organizzazioni basate su legami deboli al contesto dell'ultimo minuto in modo pi&ugrave; veloce ed efficace rispetto ad altre forme economiche pi&ugrave; rigide. Una pubblicit&agrave; di un noto produttore di device mobili per il mercato business proposta alcuni anni fa in USA recitava cos&igrave;: &ldquo;Il successo? 1% pianificazione, 99% cambiamenti dell'ultimo minuto&rdquo;.</p>
<h4>La tecnologia, purch&eacute; sia semplice</h4>
<p>Con queste caratteristiche di approccio euristico, a legami laschi e adattamenti dell'ultimo minuto, economia e societ&agrave; italiane vengono definite da molti, statistiche alla mano, come lente. E' vero che l'Italia viaggia lentamente, se ci limitiamo a considerare la velocit&agrave; come un rigido rapporto spazio/tempo. Ma quella italiana &egrave; un'economia non necessariamente basata su spazio lineare e tempo sequenziale, e quindi sulla media matematica del loro rapporto. Piuttosto su spazio casuale e disperso, in un tempo occasionale e sincopato. Molto pi&ugrave; &ldquo;anywhere&rdquo; e &ldquo;anytime&rdquo;, che in un luogo e in un momento stabiliti dalla commissione governativa di turno. Anche questo spinge verso l'utilizzo dei device mobili, con la sua apparente casualit&agrave; d'uso, piuttosto che verso tecnologie dell'informazione strutturata. Se queste premesse sono vere, e grazie alla buona rete 3G esistente e alla ampia base di device, &egrave; legittimo attendersi che l'Italia sar&agrave; tra le prime al mondo nell'adozione della banda larga mobile di prossima generazione e dei suoi specifici servizi. Purch&eacute; siano immediati, facili da usare, e non ci tolgano il gusto di una bella chiacchierata con amici.</p>
<p></p>
<p><em><a href="http://ideas.sdabocconi.it/strategy/archives/3086" target="_blank">Fonte: Ideas of Management on Strategy and Entrepreneurship</a></em></p>]]></description>
            <author> no_email@example.com (Carlo Alberto Carnevale Maffè)</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
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            <title>China Watching su E&amp;MPLUS</title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/189</link>
            <description><![CDATA[<p><em><strong>Presentazione video della nuova rubrica China Watching, a cura di&nbsp;Fabrizio Perretti: articoli che terranno aperta una finestra su&nbsp;economia, societ&agrave; e mondo del business di un paese che non si finisce&nbsp;mai di conoscere.</strong></em></p>
<p><iframe frameborder="0" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/Gteic2l1xks" width="420"></iframe></p>]]></description>
            <author> no_email@example.com (Fabrizio Perretti)</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
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            <title>Andare oltre il guanxi</title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/194</link>
            <description><![CDATA[<p>Innanzitutto chiariamo il concetto di <em>guanxi</em>, un concetto di non semplice definizione che spesso &egrave; stato impiegato per descrivere comportamenti molto diversi: scambio costante e reciproco di doni, corruzione, relazioni che si concretizzano in cerimoniali fondati su lunghi pranzi e sulla regola di non far &laquo;perdere la faccia&raquo; (reputazione) al proprio interlocutore, connessioni personali ecc.&nbsp;</p>
<p>Sebbene alcune di queste manifestazioni possano essere presenti, <em>guanxi</em> indica innanzitutto una relazione tra persone e il suo significato dipende dal contesto in cui lo si utilizza. In Cina, il termine <em>guanxi </em>pu&ograve; essere utilizzato con riferimento alla relazione tra un bambino e i suoi genitori, tra una persona e il suo amante, tra un manager e i suoi dipendenti, tra colleghi e compagni di scuola, ma anche tra imprese o tra persone non necessariamente legate da vincoli di sangue, di amicizia o di appartenenza a uno stesso gruppo.&nbsp;</p>
<p>Pi&ugrave; che descrivere specifiche relazioni tra individui o gruppi, <em>guanxi</em> indica l&rsquo;esistenza di condizioni di privilegio connesse a tali relazioni. L&rsquo;esistenza e lo sviluppo del <em>guanxi</em> ha quindi la finalit&agrave; di determinare condizioni di vantaggio reciproco. Nel campo del management, il concetto di <em>guanxi </em>&egrave; stato introdotto a met&agrave; degli anni Ottanta (soprattutto da studiosi di origine asiatica) come un concetto cardine, ma soprattutto specifico della cultura cinese, con il quale i soggetti stranieri devono necessariamente familiarizzare per poter operare con successo in Cina. In realt&agrave; non &egrave; proprio cos&igrave;.</p>
<p>Innanzitutto il fatto che alcune relazioni determinino condizioni di privilegio lo si ritrova in tutti le nazioni; questo fenomeno si pu&ograve; manifestare nelle situazioni pi&ugrave; banali (in una coda salto la fila se conosco un mio collega che &egrave; davanti a me) o pi&ugrave; complesse (una pratica amministrativa viene evasa in tempi pi&ugrave; rapidi se ho una relazione di amicizia con il responsabile dell&rsquo;ufficio preposto). Qui non si discute se questo rapporto tra relazioni e privilegi sia giusto o meno, ma solo della sua effettiva esistenza.</p>
<p>Agli occhi di osservatori stranieri, provenienti da culture differenti, potrebbe sembrare un fenomeno specifico. Nel 1958, per esempio, il politologo statunitense Edward Banfield introdusse il concetto di &laquo;familismo amorale&raquo; per descrivere la societ&agrave; italiana e i comportamenti diffusi che massimizzano unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare. Ma anche nei paesi anglosassoni l&rsquo;appartenenza a circoli e club privati o l&rsquo;essere alumni<em> </em>di una determinata universit&agrave; permette di accedere a una rete di relazioni che pu&ograve; determinare vantaggi e privilegi<a href="file:///C:/Users/Editoriale1/Dropbox/Economia%20&amp;amp;%20management/E&amp;amp;M%20PLus/Andare%20oltre%20il%20guanxi%20LG.docx#_ftn1" title="">[1]</a>. Cambiano le tipologie di relazioni, ma le conseguenze sono le stesse. &nbsp;</p>
<p>Quello che viene definito <em>guanxi</em> in Cina corrisponde agli stessi comportamenti che nei paesi arabi vengono definiti come <em>wasta </em>(e anche in questo caso<a href="file:///C:/Users/Editoriale1/Dropbox/Economia%20&amp;amp;%20management/E&amp;amp;M%20PLus/Andare%20oltre%20il%20guanxi%20LG.docx#_ftn2" title="">[2]</a> vi sono pubblicazioni che ripetono come questo sia un concetto specifico e fondamentale nel mondo arabo), in Brasile con il termine <em>jeitinho</em> o nei paesi anglossasoni con l&rsquo;espressione <em>pulling strings</em><a href="file:///C:/Users/Editoriale1/Dropbox/Economia%20&amp;amp;%20management/E&amp;amp;M%20PLus/Andare%20oltre%20il%20guanxi%20LG.docx#_ftn3" title="">[3]</a>. Questo non significa che il concetto di <em>guanxi </em>non sia importante in Cina. Lo &egrave; sicuramente. Ma &egrave; importante evitare quello che Edward Said<a href="file:///C:/Users/Editoriale1/Dropbox/Economia%20&amp;amp;%20management/E&amp;amp;M%20PLus/Andare%20oltre%20il%20guanxi%20LG.docx#_ftn4" title="">[4]</a> definiva il rischio dell&rsquo;orientalismo, ovvero la tendenza della cultura occidentale a interpretare l&rsquo;Oriente come una realt&agrave; esotica, nascosta e misteriosa, profondamente diversa dall&rsquo;Occidente.</p>
<p>Andare oltre il concetto di <em>guanxi</em>, inteso in questa prospettiva, ha alcune conseguenze per le imprese italiane. Innanzitutto non &egrave; un concetto cos&igrave; estraneo o lontano dalla realt&agrave; nazionale in cui operano. Questo non significa che le imprese non debbano per questo comprendere la realt&agrave; e le caratteristiche culturali della Cina. Ma non devono commettere il doppio errore di considerare la Cina troppo &laquo;lontana&raquo;, evitandola del tutto (&laquo;non ho relazioni e quindi non ho speranze di successo&raquo;) o concentrandosi solo su alcuni elementi di supposta specificit&agrave;, oppure di considerare per contrasto altre nazioni come erroneamente &laquo;vicine&raquo;, non dedicando loro la necessaria attenzione anche su questo fronte. In secondo luogo, le imprese non devono fare affidamento su formule semplicistiche: il discrimine tra successo e insuccesso in Cina si fonda innanzitutto sulla forza della propria offerta e non sullo scambio di regali e cortesie. &nbsp;</p>
<div><br clear="all" /><hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a href="file:///C:/Users/Editoriale1/Dropbox/Economia%20&amp;amp;%20management/E&amp;amp;M%20PLus/Andare%20oltre%20il%20guanxi%20LG.docx#_ftnref1" title="">[1]</a> S.R. Khan, <em>Privilege: The Making of an Adolescent Elite at St. Paul's School</em>, Princeton (NJ), Princeton University Press, 2011.</p>
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<p><a href="file:///C:/Users/Editoriale1/Dropbox/Economia%20&amp;amp;%20management/E&amp;amp;M%20PLus/Andare%20oltre%20il%20guanxi%20LG.docx#_ftnref2" title="">[2]</a> R.B. Cunningham, Y.K. Sarayrah, <em>Wasta: The Hidden Force in Middle Eastern Society</em>, Westport (CT), Praeger, 1993.</p>
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<p><a href="file:///C:/Users/Editoriale1/Dropbox/Economia%20&amp;amp;%20management/E&amp;amp;M%20PLus/Andare%20oltre%20il%20guanxi%20LG.docx#_ftnref3" title="">[3]</a> P.B. Smith, H.J. Huang, C. Harb, C. Torres, &laquo;How Distinctive Are Indigenous Ways of Achieving Influence? A Comparative Study of Guanxi, Wasta, Jeitinho, and "Pulling Strings"&raquo;, <em>Journal of Cross-Cultural Psychology</em>, 43(1), 2011, pp. 135-50.</p>
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<p><a href="file:///C:/Users/Editoriale1/Dropbox/Economia%20&amp;amp;%20management/E&amp;amp;M%20PLus/Andare%20oltre%20il%20guanxi%20LG.docx#_ftnref4" title="">[4]</a> E. Said, <em>Orientalismo. L'immagine europea dell'Oriente</em>, Milano, Feltrinelli, 2002.</p>
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</div>]]></description>
            <author> no_email@example.com (Fabrizio Perretti)</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
            <guid isPermaLink="false">http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/194</guid>
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            <title>Enoplastic: quando l’imprenditore fa notizia</title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/198</link>
            <description><![CDATA[<p>A met&agrave; gennaio, la notizia &egrave; rimbalzata di media in media, secondo le regole della moderna comunicazione. <strong>Francesco Piero Macchi, fondatore di <a href="http://www.enoplastic.com/home.php?lan=it" target="_blank">Enoplastic</a>, ha destinato con un lascito testamentario un milione e mezzo di euro ai propri dipendenti, come segno di attenzione e di gratitudine verso tutti coloro che hanno contribuito a costruire una storia aziendale di grande successo, quella di Enoplastic.</strong> La domanda &egrave; spontanea: se non ci fosse stato il lascito, cosa avremmo saputo dell&rsquo;imprenditore e dell&rsquo;azienda? Clienti, fornitori e concorrenti molto. Il resto del mondo poco o nulla. Qualche parola sull'imprenditore, qualche altra sull'azienda e, per concludere, una provocazione.</p>
<p>I genitori di Francesco Piero producevano vino e lui cresceva con quella che per gli accademici &egrave; un&rsquo;idea-guida e per i comuni mortali un chiodo fisso: cosa posso fare per migliorare la chiusura della bottiglia, per proteggere la qualit&agrave; del prodotto, per generare alternative al tappo di sughero? Qualche analogia con Mister Head, quando trafficava nel suo garage per porre la parola fine agli sci in legno e per lanciare quelli in plastica? (Per la cronaca, Harvard gli ha dedicato un caso, scritto nel 1950 e discusso da migliaia di studenti). Analogie a parte, nel 1957 l&rsquo;imprenditore fonda Enoplastic, con l&rsquo;obiettivo di produrre chiusure di garanzia per l&rsquo;industria enologica.</p>
<p><strong>Francesco Piero Macchi</strong> &egrave; stato un imprenditore &laquo;tecnico&raquo;, alla ricerca sistematica di innovazioni nei materiali utilizzati, nelle funzioni d&rsquo;uso del prodotto, nella tecnologia di produzione, sempre sviluppata all&rsquo;interno. <strong>&Egrave; stato un imprenditore proteso all&rsquo;apprendimento</strong>. Raccoglieva stimoli girando per le cantine dei clienti, presidiando la fabbrica, vivendo l&rsquo;associazione e la fiera di settore. &Egrave; stato un imprenditore visionario, come documentato dalla tensione alla crescita (fino all&rsquo;ultimo diceva &laquo;chi non fa investimenti &egrave; fuori!&raquo;), dall&rsquo;apertura di sedi all&rsquo;estero (a cominciare dalla Nuova Zelanda, nel 1972) e dall&rsquo;apertura del capitale alla famiglia Moglia, concretizzatasi nel 2001, allo scopo di dare una pi&ugrave; robusta prospettiva di continuit&agrave; all&rsquo;azienda. Da ultimo, &egrave; stato un imprenditore sociale, che ha sempre considerato l&rsquo;azienda come un bene privato di interesse pubblico.</p>
<p>Enoplastic sviluppa ricavi per circa 70 milioni di euro, ha quasi 300 dipendenti e opera in 80 paesi.<img alt="enoplasticview" src="getImage.php?id=337&amp;w=300&amp;h=225" style="width: 300px; height: 225px; float: left; margin: 5px;" title="enoplasticview" /> Vanta una forte specializzazione nelle capsule per le bottiglie di spumante, con un reparto dedicato in cui si producono quasi 800 milioni di capsule l&rsquo;anno. Insieme a un altro gruppo francese, riveste una posizione di leadership all&rsquo;interno di un settore che lascia ancora qualche spazio per piccoli produttori, a carattere locale. Ma effetti di scala, complessit&agrave; della supply chain e standard di servizio ai clienti rendono la piccola dimensione sempre pi&ugrave; vulnerabile e la crescita una strada obbligata. <strong>Grazie alla forza finanziaria (per espressa volont&agrave; del fondatore, l&rsquo;azienda si &egrave; sempre sostenuta con risorse proprie), Enoplastic alimenta progetti di investimento ad ampio spettro, finalizzati a migliorare l&rsquo;efficienza produttiva, a proteggere la posizione di mercato e lanciare nuovi prodotti.</strong></p>
<p>Un primo esempio. Impegnata fin dalle origini nella ricerca di materiali e soluzioni in grado di rappresentare un&rsquo;alternativa al sughero, l&rsquo;azienda sta sperimentando LunaPlus, un concentrato di tecnologia racchiuso in 7,5 grammi, in grado di offrire tutte le garanzie di una chiusura perfetta. Realizzato con macchine e tecnologie all&rsquo;avanguardia, consente un&rsquo;opportuna ossigenazione del vino, tale da proteggerne ed esaltarne le caratteristiche qualitative senza incorrere in inconvenienti di ossido-riduzione. Un secondo esempio, il sistema di chiusura Green Leaf, che introduce radicali cambiamenti nel mondo del tappo a vite. Le sfide non mancano, nella prospettiva della tutela ambientale, della gestione delle scorte a beneficio dei clienti, dell&rsquo;evoluzione del modello organizzativo. Ma coraggio e determinazione, apertura al nuovo e spirito di gruppo, da caratteristiche del leader sono diventate patrimonio dell&rsquo;azienda.</p>
<p>Dunque, si va avanti. La provocazione: dello spread e di quanto bruciano le borse mondiali bisogna parlare, non si pu&ograve; prescinderne. Ci&ograve; non toglie che, per restare nel campo delle imprese e degli imprenditori, sia sempre pi&ugrave; stringente la necessit&agrave; di un giornalismo che sappia guardare dentro i bilanci e le strategie delle aziende, che provi a cimentarsi nell&rsquo;arduo compito di discernere tra buona e cattiva imprenditoria, di portare a esempio i casi di successo, di comunicare ci&ograve; di cui le aziende hanno realmente bisogno per crescere.</p>
<p>In poche parole, dedichiamoci alle tante Enoplastic che, per fortuna, continuano a sostenere l&rsquo;economia del nostro paese. Se fosse, i lasciti farebbero meno notizia.</p>]]></description>
            <author> no_email@example.com (Federico Visconti)</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
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            <title>Qual è il tuo stile manageriale? </title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/202</link>
            <description><![CDATA[<p>&laquo;Il manager agisce i propri comportamenti in funzione di numerose variabili organizzative, interne ed esterne. Quindi saperle individuare e analizzare opportunamente rappresenta una capacit&agrave; critica per l&rsquo;azione manageriale. Conoscere il proprio stile manageriale &egrave; un importante step in questa direzione. Per questo motivo pi&ugrave; di 2300 manager italiani hanno gi&agrave; compilato il questionario di autovalutazione, con l&rsquo;obiettivo di avere una prima lista di suggerimenti relativi al proprio stile&nbsp;manageriale utili poi come base di analisi e sviluppo.&raquo;&nbsp;</p>
<p>(Leonardo Caporarello, Direttore Learning Lab - SDA Bocconi School of Management)</p>
<p>Tra i partecipanti al <a href="http://learninglab.sdabocconi.it/scopri-il-tuo-stile-manageriale/?src=sdalpspa">questionario Scopri il tuo stile manageriale</a>, realizzato dalla Executive Education Open Programs Division, spicca l&rsquo;elevato numero di quadri (34 per cento del totale), con ogni probabilit&agrave; &laquo;aspiranti manager&raquo;, e dirigenti d&rsquo;azienda (22 per cento). Come illustra la Figura 1, a dimostrare un certo interesse per il proprio approccio manageriale sono stati in ogni caso anche molti impiegati (19 per cento) e liberi professionisti (10 per cento).</p>
<p><strong>Figura 1 Qualifica contrattuale dei partecipanti</strong></p>
<p><img alt="Stile manageriale 1" src="getImage.php?id=349&amp;w=600&amp;h=421" style="width: 600px; height: 421px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; border: 0;" title="Stile manageriale 1" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dato forse ancora pi&ugrave; significativo, i partecipanti sono prevalentemente manager e collaboratori esperti: come mostra la Figura 2, la maggioranza assoluta dei <em>respondents</em> ha alle spalle oltre 15 anni di lavoro; un altro 27 per cento &egrave; composto da individui con un&rsquo;esperienza lavorativa compresa tra gli 11 e i 15 anni.</p>
<p><strong>Figura 2 Anni di esperienza lavorativa dei partecipanti</strong></p>
<p>&nbsp;<img alt="Stile manageriale 2" src="getImage.php?id=347&amp;w=600&amp;h=473" style="width: 600px; height: 473px; margin: 10px 0px 10px 0px;" title="Stile manageriale 2" /></p>
<p>Per quel che riguarda il settore occupazionale, i partecipanti lavorano principalmente nell&rsquo;industria (596 in tutto) e nei servizi (473). Colpisce il dato molto elevato del settore ICT, in cui lavorano ben 280 <em>respondents</em>. Nella Figura 3, colpiscono anche il dato relativamente elevato del settore sanit&agrave; (158 partecipanti) e quello invece assai basso della Pubblica Amministrazione (appena 18 partecipanti).</p>
<p><strong>Figura 3 Settore di attivit&agrave; dei partecipanti</strong></p>
<p>&nbsp;<img alt="Stile manageriale 3" src="getImage.php?id=350&amp;w=600&amp;h=425" style="width: 600px; height: 425px; margin: 10px 0px 10px 0px;" title="Stile manageriale 3" /></p>
<p>A livello di risultati (Figura 4):</p>
<ul>
<li>la grande maggioranza dei <em>respondents</em> (il 66 per cento) ha uno stile centrato sulle relazioni. Questo profilo sviluppa una visione sul futuro creando coinvolgimento emotivo nei propri collaboratori, sostenendoli, incoraggiandoli e dimostrando una marcata attenzione per il loro sviluppo personale e professionale.</li>
<li>il 22 per cento ha un profilo orientato all&rsquo;azione, che si contraddistingue per un approccio concreto e direttivo ai compiti. Agendo sulla leva gerarchica e basandosi sui fatti, i manager con questo stile definiscono rapidamente la direzione verso un risultato ottimale.</li>
<li>il restante 12 per cento ha uno stile centrato sul processo. Si tratta di un profilo con un forte orientamento all&rsquo;analisi e alla pianificazione dei processi, che si caratterizza per un approccio molto analitico e si basa su un&rsquo;attenta valutazione dei dati e delle informazioni.</li>
</ul>
<div><strong><br /></strong></div>
<div><strong>Figura 4 Stili manageriali dei partecipanti</strong></div>
<p><img alt="Stile manageriale 4" src="getImage.php?id=348&amp;w=600&amp;h=418" style="width: 600px; height: 418px; margin: 10px 0px 10px 0px;" title="Stile manageriale 4" /></p>]]></description>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
            <guid isPermaLink="false">http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/202</guid>
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        </item>
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            <title>Ho ucciso Napoleone</title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/206</link>
            <description><![CDATA[<p><em>Licenziata in tronco dopo esser rimasta incinta del suo capo, la giovane manager di un&rsquo;azienda farmaceutica cerca la propria rivincita applicando le sue abilit&agrave; strategiche e organizzative alla costruzione della sua vendetta. Acido e grottesco, </em>Ho ucciso Napoleone<em> di Giorgia Farina&nbsp;</em><em>entra ed esce dagli stereotipi legati all&rsquo;immagine della donna in carriera, offrendoci il cinico ritratto di una manager disposta a tutto pur di arrivare in cima.</em></p>
<p><strong>Ho ucciso Napoleone</strong></p>
<p>Regia: Giorgia Farina</p>
<p>Int.: Micaela Ramazzotti e Libero De Rienzo.</p>
<p>Italia, 2015.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cinica, fredda, determinata. Disposta a tutto pur di far carriera. Rigorosamente in tailleur scuro, tacco 12, scarpe fetish. E con un&rsquo;acconciatura di capelli che ricorda quella della strega cattiva di <em>Maleficent</em>. In <em>Ho ucciso Napoleone</em> di Giorgia Farina (2015) Micaela Ramazzotti appare cos&igrave;: quasi lo stereotipo vivente della donna-manager secondo la percezione che ne ha la maggior parte degli italiani. In effetti Anita &ndash; questo il nome del personaggio &ndash; &egrave; l&rsquo;incarnazione emblematica della donna in carriera: single, spregiudicata, tenace, a suo modo spietata, ha rinunciato a tutto pur di scalare i vertici dell&rsquo;azienda farmaceutica per cui lavora. Responsabile dell&rsquo;ufficio Risorse Umane ha spiato colleghi e dipendenti cercando di cogliere in ciascuno il punto debole, il tallone d&rsquo;Achille, il segreto ricattabile. Poi ha praticato alleanze e congiure, ed &egrave; pure diventata l&rsquo;amante clandestina del suo capo (sposato e con due figlie&hellip;) per usare a fini di carriera anche i momenti di intimit&agrave; con lui. Quando &egrave; quasi sul punto di raggiungere il suo obiettivo, ecco per&ograve; l&rsquo;imprevisto che fa crollare tutto: Anita scopre di essere incinta e lo dice al suo capo, padre del nascituro, il quale ha come prima reazione immediata quella di fare in modo che venga licenziata. In tronco, senza neanche &laquo;giusta causa&raquo;. Cos&igrave; lei si ritrova in strada, con un beb&egrave; in arrivo, con una vita da ricostruire e con un unico obiettivo da cui ricominciare: la vendetta.</p>
<p>Rispetto ai toni e ai registri dominanti del cinema italiano, <em>Ho ucciso Napoleone</em> ha il pregio di evitare ogni moralismo e il coraggio di mettere al centro della scena un&rsquo;eroina politicamente scorretta, che giudica la maternit&agrave; alla stregua di un incidente di percorso e che applica le sue abilit&agrave; strategiche per raggiungere ci&ograve; che pi&ugrave; desidera: prima il potere, poi la vendetta. &Egrave; feroce, Anita. Feroce come raramente capita di vedere nei personaggi femminili del cinema italiano. Pi&ugrave; vicina &ndash; se vogliamo &ndash; all&rsquo;intransigenza di certe manager del cinema americano (<em>Il diavolo veste Prada</em>) che alla bonomia delle rare manager del nostro cinema (si pensi anche solo alla Sabrina Ferilli di <em>Tutta la vita davanti</em>). Vicina, nel suo cinismo, anche alle vere manager che sempre pi&ugrave; numerose affollano i vertici delle aziende italiane? Ne discutono Severino Salvemini e Gianni Canova.</p>
<p><iframe frameborder="0" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/J6QxPX82ARs" width="560"></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>S.S. </strong>Indubbiamente, <em>Ho ucciso Napoleone</em> ci offre la messinscena di uno stereotipo. Anzi: prende gli stereotipi sociali che circondano la figura della donna manager e ci costruisce sopra un personaggio. Anita &egrave; fredda e lo teorizza apertamente (&laquo;essere fredda e anaffettiva &egrave; un traguardo che ho conquistato faticosamente&raquo;). &Egrave; razionale, calcolatrice, astuta. Usa metafore di ordinaria casalinghitudine (&laquo;sono fredda come un sofficino surgelato&raquo;) solo per prendere le distanze dal modello della donna casalinga che aborre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>G.C. </strong>Non solo. La sua stereotipizzazione passa attraverso tutto il <em>body language</em> che una brava attrice come Micaela Ramazzotti costruisce attorno al personaggio: il modo in cui ticchetta nervosamente con le dita a unghie smaltate appena si trova in una situazione di tensione e di stress (cio&egrave; quasi sempre), il modo in cui cammina in equilibrio sui suoi tacchi da equilibrista, il modo in cui dardeggia sguardi verso colleghi e superiori&hellip;.Tutto disegna il quadro coerente di una donna che vede nella famiglia un punto debole e crede che la solitudine sentimentale sia un prerequisito necessario per la carriera. Realistico? Secondo me non &egrave; questo il punto. La regista Giorgia Farina sceglie volutamente il registro del grottesco. Amplifica, esagera, distorce. Usa luci e colori tutt&rsquo;altro che &laquo;reali&raquo;. E tuttavia riesce a sintetizzare e a trasmettere &ndash; con la sua storia &ndash; alcuni dei luoghi comuni con cui la donna manager viene percepita nel nostro paese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>S.S. </strong>Anche l&rsquo;ambiente di lavoro viene tratteggiato in modo stereotipato, fra<strong> </strong>paradossi organizzativi, intrighi da corridoio e ossessioni competitive. Penso anche solo alla sequenza in cui tutti i maschi, all&rsquo;unanimit&agrave;, decidono il licenziamento di Anita. Per converso, penso invece alla solidariet&agrave; fra le donne che si ritrovano ai giardinetti e che a poco a poco tessono intorno ad Anita una vera e propria rete di protezione. All&rsquo;inizio sembrano quasi una corte dei miracoli, sono tutte nevrotiche, esasperate, fallite, ma poi a poco a poco lasciano emergere tratti di amicizia femminile che contrasta con l&rsquo;idea diffusa secondo cui le donne fra loro si sentono sempre e solo rivali&hellip;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>G.C.</strong> Vero. E qui direi che il film di Giorgia Farina lo stereotipo lo rovescia, non lo accondiscende. Ed &egrave; un altro dei pregi del film: la capacit&agrave; di infilarsi dentro i luoghi comuni per saggiarne la tenuta sociale, a volte confermandoli, altre volte invece mettendoli in discussione. Quel che mi colpisce, piuttosto, &egrave; che tutti i personaggi sembrano avere i medesimi obiettivi: penso anche solo all&rsquo;apparentemente timido Biagio, l&rsquo;avvocato discreto che sposa Anita e poi la frega, o cerca di fregarla, con l&rsquo;obiettivo di dimostrare a sua madre &ndash; a sua volta donna manager, senz&rsquo;altro interesse che il lavoro &ndash; di essere diventato pi&ugrave; bravo di lei. Sono tutti cinici, i personaggi del film, tutti o quasi. Restano escluse le donne. E la strana famiglia allargata, dominata dalla confusione di ruoli e di legami, in cui Anita si ritrova nel finale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>S.S.</strong> Ma nel finale del film, quando viene riammessa nell&rsquo;azienda, Anita &egrave; ancora quella dell&rsquo;inizio o l&rsquo;esperienza l&rsquo;ha cambiata? La vediamo andare al lavoro spingendo il passeggino, &egrave; vero. Ma il look, le scarpe, la falcata e la pettinatura sono le stesse dell&rsquo;incipit. Del resto, lo ribadisce anche lei: &laquo;Io non faccio cos&igrave;, io sono cos&igrave;&raquo;. Quasi a conferma dell&rsquo;idea che cinismo e attitudine al comando siano una vocazione caratteriale e non il frutto di un percorso di formazione. Pi&ugrave; che una scelta, insomma, quasi un destino. Ed &egrave; anche questo, a ben guardare, uno stereotipo.&nbsp;&nbsp;</p>]]></description>
            <author> no_email@example.com (Gianni Canova, Severino Salvemini)</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
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            <title>Fashion Bloggers: una moda destinata a durare?</title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/208</link>
            <description><![CDATA[<p><img alt="fashionblogger765x415" src="getImage.php?id=362&amp;w=765&amp;h=415" style="width: 765px; height: 415px; margin: 10px 0 10px 0;" title="fashionblogger765x415" /></p>
<p>Chi non ha mai tenuto un diario da bambino?</p>
<p>Ecco, sembra che con la rete la voglia di raccontarsi sia diventato un irrefrenabile desiderio anche degli adulti.</p>
<p>Secondo <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Blog" target="_blank">Wikipedia</a>, a febbraio 2014 c&rsquo;erano circa 172 milioni di blog, 75,8 milioni su WordPress e 1,3 milioni su Technorati. Numeri che fotografano solo la punta dell&rsquo;iceberg se si considera che Blogger, la piattaforma pi&ugrave; popolare per i blog, non fornisce statistiche.</p>
<p>Di questi quanti sono i blog che si occupano di moda? Impossibile quantificare un numero preciso, anche perch&eacute; &egrave; difficile stabilire delle demarcazioni nette: oggi i blog di moda sono sempre pi&ugrave; lifestyle, proprio come le aziende della moda vendono sempre pi&ugrave; profumi ed esperienze attraverso hotel e ristoranti. Tuttavia una cosa &egrave; certa: sono moltissimi ma solo pochi hanno conquistato le luci della ribalta.</p>
<p>Vediamo perch&eacute;, cercando di conoscerli un po&rsquo; pi&ugrave; da vicino.</p>
<h4>Posers vs Experts</h4>
<p>La maggior parte sono gestiti da &ldquo;fashion posers&rdquo;, ossia ragazze e ragazzi che fotografano i propri outfits (abbinamenti di vestiti e accessori). La partenza di quasi tutti questi curatori &egrave; stata da outsiders, persone esterne all&rsquo;industria della moda anche se con il sogno di diventarne in futuro protagoniste. La regina &egrave; l&rsquo;italiana Chiara Ferragni di <a href="http://www.theblondesalad.com/" target="_blank">The Blonde Salad</a>, che con 12 milioni di pagine visitate al mese collabora con una pletora di marchi da Louis Vuitton a Superga, ha creato una capsule collection per Yamamay, una linea di scarpe e una di bijoux, pubblicato un libro, partecipato ad un film, sfilato sul red carpet di Cannes eccetera, eccetera, eccetera. All&rsquo;origine del suo incredibile successo &ndash; <a href="http://wfc.tv/en/watchvideo/page/207/" target="_blank">raccontato in questa intervista </a>&ndash; l&rsquo;aver investito in questo nuovo mezzo in un momento in cui in Italia era ancora in una fase pioneristica, la costanza necessaria per postare ogni giorno anche quando era una quasi sconosciuta, il giusto mix tra l&rsquo;indispensabile dose di bellezza e fortuna da un lato e la visione imprenditoriale dall&rsquo;altro (per esempio, fin dall&rsquo;inizio i commenti alle foto sono stati tradotti in inglese con l&rsquo;obiettivo di renderli fruibili da un pubblico molto pi&ugrave; ampio di quello domestico). Un mondo, quello dei blogs di personal style, che oggi in Italia sembra dominato dall&rsquo;effetto celebrit&agrave;, come dimostra il fatto che al numero due della <a href="http://www.lescahiersfm.com/it/italy/266-i-100-fashion-blog-piu-seguiti-in-italia-febbraio-2013.html">classifica dei blog pi&ugrave; seguiti </a>ci sia quello della presentatrice televisiva Alessia Marcuzzi con <a href="http://www.lapinella.com/" target="_blank">La Pinella</a>.</p>
<p>Diversamente dietro i blog dei &ldquo;fashion experts&rdquo; &ndash; ovvero autori con una specifica educazione, competenza ed esperienza nel campo della moda &ndash; possono esserci giornalisti della carta stampata che hanno deciso di dialogare anche sul web (tra i precursori, <a href="http://www.marieclaire.it/Moda/Il-blog-di-Antonio-Mancinelli" target="_blank">Mancinelli </a>, fotografi e editor come Scott Schuman di <a href="http://www.thesartorialist.com/" target="_blank">The Sartorialist</a> &ndash; il cui passato professionale nella distribuzione (ha lavorato presso Bergdorf Goodman) &egrave; servito per elevare a moda alta lo street style &ndash; o veri e proprio cultori della materia come Hugo Jacomet di<a href="http://parisiangentleman.fr/" target="_blank"> Parisian Gentleman</a>, punto di riferimento per il bespoke maschile.</p>
<h4><img alt="blogs" src="getImage.php?id=361&amp;w=800&amp;h=253" style="width: 800px; height: 253px; margin: 10px 10px 10px 10px;" title="blogs" /></h4>
<h4>L'avanzata mediatica dei fashion blog</h4>
<p>Si fa presto a dire blog insomma ma, come per i media tradizionali, siamo in presenza di contenitori con caratteristiche molto diverse e variegate. Una cosa per&ograve; &egrave; comune a tutti: da quando nel settembre 2003 Kathryn Finney di <a href="http://www.thebudgetfashionista.com/" target="_blank">The Budget Fashionista</a> &egrave; stata invitata alla New York fashion week, l&rsquo;effetto di questa nuova forma di comunicazione sulle aziende della moda &egrave; stato dirompente.</p>
<p>Innanzitutto perch&eacute; i bloggers hanno scardinato la gerarchia di preferenze con cui gli uffici stampa lavoravano con le testate di moda: prima ancora che la sfilata o l&rsquo;evento sia terminato ogni abito, espressione della modella e dettaglio dell&rsquo;allestimento avr&agrave; fatto il giro del mondo sul web; difficile concedere esclusive in questa situazione, o meglio le esclusive vanno ripensate in funzione di contenuti che siano davvero portatori di novit&agrave;. Poi perch&eacute; manca il controllo su come sar&agrave; veicolata l&rsquo;immagine del marchio, nel senso che i blogs rappresentano degli spazi indipendenti che, come tali, rivendicano autonomia di scelta e giudizio (ci&ograve; &egrave; vero soprattutto per la categoria di blog tenuti da esperti, i &ldquo;fashion posers&rdquo; tendono a mostrare una certa acriticit&agrave; nei confronti di un sistema del quale ambiscono fortemente essere parte).</p>
<p>Infine per il contatto pi&ugrave; diretto con i followers, che con il blog stabiliscono una relazione da pari a pari, non limitandosi ad ascoltare come per i media tradizionali ma animando una vera e propria conversazione che infatti, sempre pi&ugrave;, dal blog si sposta sulle pagine social del curatore. La moda, sempre alla ricerca di nuove mode, ha guardato a questo fenomeno dapprima con diffidenza: bisognava infatti fare spazio nell&rsquo;agognata prima fila a nuovi attori (si veda a tale proposito <a href="http://www.nytimes.com/2009/12/27/fashion/27BLOGGERS.html?_r=5&amp;adxnnl=1&amp;hpw=&amp;adxnnlx=1261911805-qUV5SxAN7dEQSsqH5ktlVw&amp;" target="_blank">il contributo del New York Times</a> nell&rsquo;ormai lontanissimo 2009 ). Al velato boicottaggio iniziale &egrave; poi subentrato un entusiasmo a volte forse eccessivo, di sicuro molto concreto: le bloggers fanno vendere.</p>
<p>Continua a leggere su<a href="http://ideas.sdabocconi.it/strategy/archives/2093" target="_blank"> Ideas of Management on&nbsp;Strategy &amp; Entrepreneurship</a></p>]]></description>
            <author> no_email@example.com (Erica Corbellini)</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
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        <item>
            <title>Lo yuan forte: una svolta necessaria?</title>
            <link>http://emplus.egeaonline.it/it/go/egea.modules.column/216</link>
            <description><![CDATA[<p>Di pari passo con il rallentamento della crescita cinese iniziato verso la fine del 2014, anche lo yuan &ndash; la valuta cinese &ndash; si &egrave; svalutato ripetutamente. La ragione principale &egrave; la massiccia fuoriuscita di capitali dal paese, stimati in circa 1000 miliardi di dollari dalla met&agrave; del 2014, in fuga da un&rsquo;economia sempre meno promettente. Una lettura facile della politica valutaria cinese, e ampiamente condivisa da politici e imprenditori dai due lati dell&rsquo;Atlantico, vede nella svalutazione il tentativo di sostenere le esportazioni, in calo per effetto della debole domanda estera. &Egrave; opinione condivisa tra analisti e studiosi che in questo momento alla Cina serva invece un cambio forte per spostare la produzione dall&rsquo;export al consumo interno.</p>
<p>In realt&agrave;, <strong>entrambe le letture rischiano di sembrare approssimative</strong> e perci&ograve; meritano un approfondimento. Infatti, da un lato non &egrave; affatto scontato se e quanto uno yuan debole serva a favorire le esportazioni e quindi a stimolare la crescita. In linea di principio, uno yuan debole dovrebbe incentivare le esportazioni, ma nei numeri non &egrave; cos&igrave;. Innanzitutto, le esportazioni rappresentano circa il 22 per cento del PIL cinese e anche un forte aumento delle stesse non avrebbe un grande impatto sulla crescita. Secondo Bloomberg Intelligence, <strong>una svalutazione dello yuan da 6,58 a 7,7 rispetto al dollaro farebbe aumentare il PIL solo dello 0,7 per cento</strong>. Inoltre, come nel caso cinese, quando le esportazioni contengono molti beni intermedi importati, il guadagno di competitivit&agrave; derivante da una svalutazione viene vanificato dal contestuale aumento del costo delle importazioni. Tant&rsquo;&egrave; che la svalutazione dello yuan nell&rsquo;ultimo anno e mezzo, all&rsquo;incirca del 6 per cento, per ora non ha sortito alcun effetto sull&rsquo;export.</p>
<p>Secondo ricerche recenti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, i legami tra tasso di cambio e interscambio commerciale non sono pi&ugrave; forti come un tempo: l&rsquo;elasticit&agrave; delle esportazioni al tasso di cambio &egrave; diminuita negli ultimi quindici anni (mediamente per un gruppo di 46 paesi inclusa la Cina) e il 40 per cento di tale riduzione &egrave; dovuto alla partecipazione dei paesi al commercio internazionale attraverso le catene globali del valore. <strong>Oggi, con la frammentazione internazionale della produzione, il cambio debole riduce l'import, ma al contempo non ha un grande effetto sull'export</strong> (ragion per cui la debolezza delle valute dei grandi paesi emergenti ha portato con s&eacute; una riduzione, non un aumento, del commercio mondiale). Per di pi&ugrave;, il 6 per cento corrisponde solo a una piccola correzione dell&rsquo;andamento al rialzo del tasso di cambio cinese contro il dollaro da quando, nel 1994, lo yuan &egrave; stato ancorato al dollaro e poi, dal 2005, a un paniere pi&ugrave; ampio di valute. Dal 1994 ad oggi, lo yuan si &egrave; rivalutato del 30 per cento contro il dollaro e ciononostante l&rsquo;export cinese &egrave; aumentato. Questo mostra che la competitivit&agrave; delle produzioni cinesi si gioca solo limitatamente sulla compressione dei costi nei settori low-tech, mentre in gran parte dipende dalla sua posizione strategica nelle catene del valore dei beni high-tech. Infine, un&rsquo;ulteriore ragione per cui un cambio debole creerebbe pi&ugrave; problemi di quanti non sia in grado di risolvere &egrave; che <strong>la Cina ha molti debiti in dollari, debiti che diventerebbero assai pi&ugrave; gravosi se il cambio si indebolisse ulteriormente</strong>.&nbsp;Quindi, l&rsquo;idea che la Cina possa voler una moneta debole per continuare a crescere al traino dell&rsquo;export ha poco fondamento. Il vecchio modello &egrave; irrimediabilmente in panne.</p>
<p>D&rsquo;altra parte, neppure un cambio forte in questo momento faciliterebbe la transizione dell&rsquo;economia cinese verso un modello di crescita pi&ugrave; sostenibile. Anche se uno yuan forte disincentivasse la produzione per i mercati esteri a favore del mercato interno, al contempo la maggior convenienza dei beni esteri sul mercato cinese non farebbe che accentuare le importazioni cinesi, gi&agrave; elevate per l&rsquo;alta propensione media a importare. Inoltre, <strong>non basta un cambio forte ad aumentare la domanda di consumo</strong>, che in Cina &egrave; bassa per motivi ben diversi dal &laquo;razionamento&raquo; dovuto a una produzione prevalentemente orientata all&rsquo;export (cos&igrave; come nell&rsquo;esperienza di molti paesi che hanno intrapreso la via dell&rsquo;industrializzazione comprimendo il consumo a favore dell&rsquo;export, attraverso cambio debole e bassi salari). Senza <strong>una virata nell&rsquo;orientamento della politica economica a favore di un rafforzamento strutturale della domanda</strong> dei consumatori cinesi, e quindi una riduzione dei motivi (sanit&agrave;, welfare e istruzione) che li inducono invece a risparmiare una quota importante del proprio reddito, nulla potr&agrave; la politica valutaria per riportare l&rsquo;economia sulla giusta carreggiata della crescita.&nbsp;&nbsp;</p>]]></description>
            <author> no_email@example.com (Alessia Amighini)</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2026 08:46:09 GMT</pubDate>
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