#insideindia

Paola Bielli

La Corporate Social Responsibility in trasferta: il caso dell’India

Una legge del 2013 impone alle grandi aziende di devolvere una percentuale del profitto netto in progetti CSR; come adempiono a questa disposizione le multinazionali attive nel Paese?

Nella revisione del proprio diritto societario, The Companies Act, 2013, il Parlamento indiano ha introdotto l’obbligatorietà della devoluzione del 2 per cento del profitto netto annuale in progetti CSR. Questo per le aziende al di sopra di una certa soglia di fatturato[i], redditività o patrimonio netto. 

Tale decisione ha reso l’India il primo Paese al mondo in cui le attività di CSR sono obbligatorie per le imprese, che devono anche istituire un comitato CSR che decide e valuta i progetti medesimi. Le aree di investimento sono ugualmente previste dalla normativa e includono, tra le altre, eradicating hunger & poverty, promotion of education, gender equality and women empowering, ensuring environmental sustainability. Laddove le aziende non abbiano iniziative CSR specifiche, è previsto che possano contribuire al Prime Minister's National Relief Fund a cui il governo ricorre in caso di calamità o emergenze.

In altri contributi di questa rubrica abbiamo già sottolineato come l’India sia il Paese dalle mille contraddizioni: per esempio, mentre il 30 per cento della popolazione mondiale sotto la soglia di povertà è indiana, l’India è ai primi posti (6° nel 2017) per ricchezza individuale e con previsione di ulteriore crescita.

Proprio in questo contesto la sperimentazione per trovare un’interazione efficace tra rapida crescita economica e risoluzione delle debolezze sociali strutturali appare interessante e, nell’approccio indiano, poggia sul coinvolgimento «forzato» delle grandi imprese.

L’India ha una lunga tradizione di fondazioni aziendali e familiari impegnate nelle attività caritative e a supporto dello sviluppo sociale, ma questa volta l’art. 135 del Companies Act, 2013 ha esteso la CSR a tutti gli operatori economici di una certa dimensione.

Ci si può tuttavia chiedere se sussistano differenze nell’applicazione della norma tra aziende indiane e multinazionali: ovvero fino a che punto l’obbligatorietà della devoluzione per CSR nei gruppi indiani modifichi la loro prassi di charity, e se nei gruppi internazionali - con diverse provenienze e culture -  l’effetto sia più significativo.

Un recente studio tra aziende consociate di gruppi multinazionali[ii] ha evidenziato come tutti i manager – espatriati o locali – intervistati abbiano concordato sulla necessità morale del mondo economico di restituire socialmente (give back to society), contribuendo a colmare i gap strutturali e culturali ancora presenti in India. Tuttavia le perplessità sulle modalità concrete di intervento sono numerose.

Tra le considerazioni più rilevanti emerge, da un lato, la difficoltà per gli operatori internazionali di entrare in un contesto – quello caritativo e di sviluppo sociale – spesso lontano dal core business aziendale. A ciò si aggiunge la complessità di operare in un Paese caratterizzato da:

  • significativi ostacoli amministrativi (per esempio la legge impone numerosi requisiti sulle ONG che possono ricevere i fondi CSR e sui progetti che possono essere finanziati);
  • vincolanti specificità sociali (si stima che le ONG indiane siano oltre 3.100.000 e che il 70 per cento della popolazione viva in aree rurali[iii], rendendo il supporto complesso e geograficamente esteso);
  • frequenti emergenze climatiche dagli effetti devastanti.

Condizioni queste che rendono la pianificazione e l’implementazione di progetti infrastrutturali una sfida non banale.  

Un altro tema che appare sentito e critico per le consociate internazionali è proprio la relazione con la casamadre in merito alla CSR. I gruppi industriali maggiori hanno generalmente nel Paese d’origine fondazioni o iniziative su tematiche caritative, ambientali e sociali consolidate, che non sempre possono essere riproposte in India per vincoli legali e culturali.

Per esempio, i progetti non possono essere indirizzati esclusivamente ai propri dipendenti (attuali o pensionati) o alle loro famiglie e non possono direttamente o indirettamente portare un beneficio economico all’azienda medesima. Molti dei progetti CSR di gruppo devono quindi essere riformulati per tener conto del Companies Act, 2013.

L’indagine ha rilevato come spesso la normativa indiana non sia nota nei dettagli alle casemadri, che l’hanno percepita più come un obbligo di rendicontazione legato al bilancio annuale che non come un’iniziativa di sostenibilità sociale[iv]. Il rischio è che quindi, non solo venga lasciata alla discrezionalità delle consociate, ma venga posta in capo alle unità che si occupano di bilancio e compliance legale, perdendo completamente lo spirito della norma.

Le implicazioni manageriali dello studio sono interessanti e riguardano non solo le aziende attive in India, ma in generale i gruppi multinazionali che vogliono riflettere sulle proprie politiche CSR con una prospettiva globale.

Tali considerazioni possono essere trasformate in una serie di domande che aiutano nel predisporre le politiche CSR a livello di gruppo.

  1. Quanto gli obiettivi e i progetti CSR della casamadre sono rilevanti (1) e coerenti (2) con il contesto sociale, ambientale, economico e legale delle consociate?
  2. Nello scegliere aree di intervento e progetti è opportuno restare nel proprio settore o ambito di specializzazione o meglio individuare esigenze da affidare a esperti di sviluppo sociale?
  3. Quali criteri e processi si possono immaginare nel selezionare delle ONG per i progetti nelle diverse geografie?
  4. Quale coinvolgimento dei propri collaboratori ipotizzare nei progetti CSR? Come sollecitarlo e comunicarlo? Ci sono aspettative, prassi di comunicazione, attività tipiche nei vari Paesi?
  5. Quale ruolo casamadre e subsidiaries possono/devono avere nel definire misure di risultato dei progetti? E nel rilevare lo stato di avanzamento degli stessi e i risultati complessivi?
  6. Può essere opportuno migrare da interventi caritativi a social business che sviluppano anche ricadute economiche e lavorative nelle aree scelte? Se sì, con quale ruolo e responsabilità? In quali geografie possono funzionare?

Ovviamente in un ambito di tale vastità e portata, queste domande non esauriscono i punti aperti nelle politiche di CSR dei gruppi multinazionali, ma costitutiscono un approfondimento multiculturale indispensabile per rendere i progetti su questo fronte parte integrante delle proprie strategie di globalizzazione.

(Paola Bielli è ricercatore presso il Dipartimento di Management & Tecnologia dell’Università Bocconi)



[i] La soglia è rappresentata da inrps 1000 crores, cioè circa 125 milioni di euro di fatturato.

[ii] Nel 2016-17 è stato realizzato da MISB Bocconi e CESVI il primo Osservatorio CSR in India che ha coinvolto 16 consociate indiane principalmente con casamadre italiana, che hanno fornito dati e risposto al questionario della ricerca. Alcune delle aziende del campione, proprio per effetto della normativa, hanno dovuto avviare CSR in India. Prossimamente verrà realizzata una seconda indagine.

[iii] L’India ha un’estensione di circa 3287 kmq, undici volte la superficie italiana, un terzo di quella USA o della Cina.

[iv] Malinteso giustificato dal fatto che il tema della CSR è stato introdotto dalla revisione della normativa societaria nel suo complesso.

Insideindia bis