Fotogrammi

Gianni Canova, Severino Salvemini

The Square

L’eccesso del superfluo, la penuria dell’indispensabile


Presentato come una satira surreale del mondo dell’arte contemporanea, The Square – il film del regista svedese Ruben Ostlund che ha vinto la Palma d’Oro al festival di Cannes 2017 – è in realtà molto di più: una riflessione amarissima sulle crisi delle utopie «liberal» novecentesche, una parabola sullo sbandamento di un manager culturale costretto a vedere il mondo con occhi diversi dal solito e una sapida metafora di come il nostro rifiuto dell’altro dipenda dall’incapacità di trovare un punto di equilibrio fra il superfluo e l’indispensabile

The Square

Regia: Ruben Ostlund

Int.: Claes Bang e Elisabeth Moss

Svezia, Francia, Danimarca 2017

 

The Square non è solo il titolo del film del regista svedese Ruben Ostlund che ha vinto la Palma d’Oro a Cannes 2017. È anche il titolo dell’«oggetto» che il film mette in scena: un’installazione (un’opera d’arte contemporanea?) che sta per essere inaugurata in uno dei più importanti musei di Stoccolma. Ma The Square, prima ancora di essere un’installazione, è uno spazio, o un luogo: un quadrato delimitato da un perimetro luminoso ricavato fra i sampietrini che pavimentano la piazza. Il marketing del museo lo presenta così: «Un santuario di fiducia e amore, entro i cui confini abbiamo tutti gli stessi diritti e gli stessi doveri». The Square, insomma, è uno spazio utopico: al suo interno si allestisce il mondo come dovrebbe essere, come vorremmo che fosse, come sarebbe bello che riuscisse a diventare. È un perimetro che separa nettamente il dentro e il fuori, l’interno e l’esterno: dentro regnano l’armonia e l’uguaglianza, fuori il conflitto, la disuguaglianza, il caos. È una strana evoluzione estetica quella che il film presenta: mentre l’arte contemporanea si è quasi sempre fatta carico – mimeticamente o espressionisticamente – di rappresentare le disarmonie del mondo e le sue brutture («Sei brutto come un’opera d’arte contemporanea!», diceva il sergente Hartmann al marine Palla di lardo in Full Metal Jacket di Stanley Kubrick), qui l’arte si offre come spazio di sperimentazione di una possibile armonia, come luogo di riscatto e risarcimento rispetto alle nefandezze del mondo. Ma questa intenzionalità è del tutto velleitaria. Questo – almeno – è quello che il film ci suggerisce attraverso l’esemplare parabola del protagonista, che non a caso si chiama Christian ed è l’elegante, colto e raffinato curatore del museo: un manager della cultura, un imprenditore dell’arte, un professionista del bello che prova a mettere il suo sapere e la sua cultura al servizio – una volta tanto – non solo dell’estetica ma anche dell’etica. Sarà un fallimento: dopo aver subito nel mondo là fuori il furto del portafogli e del cellulare, innesca una serie di azioni a catena dalle conseguenze incontrollate e incontrollabili, tali da mettere in discussione non solo la sua coerenza, ma anche l’efficacia delle sue azioni. A suo modo, diventa l’emblema di un manager che perde il controllo ed è costretto all’improvviso a guardare il mondo con occhi diversi e da una prospettiva nuova. Ne discutono, come di consueto, Severino Salvemini e Gianni Canova.

G.C.  La butto là: e se The Square fosse l’azienda perfetta? Il quadrato impeccabile dove tutto è pianificato, tutto funziona, le regole sono chiare, i diritti e i doveri sono equanimemente distribuiti? Il modello organizzativo ideale che insegniamo nelle nostre università, ma che poi spesso stride con quello che accade nel mondo là fuori?

S.S. Non mi convince. Preferisco stare dentro la metafora dell’arte. Da questo punto di vista il film racconta lo sbandamento di un manager culturale che per ruolo professionale deve favorire le crisi e le contraddizioni, necessarie per far progredire le arti attraverso nuovi paradigmi.  Ma quando incappa in prima persona in una serie di disavventure e di fastidi quotidiani, il ruolo che si è costruito di elegante e rampante paladino del nuovo tracolla verso abitudini banali e consuetudinarie. Il personaggio di Christian incarna insomma la figura dell’intellettuale che nonostante tutta la sua cultura non regge lo shock del dover guardare il mondo da una prospettiva diversa da quella a cui era abituato.

G.C. Christian è un professionista della comunicazione. Un virtuoso del marketing culturale. Lo vediamo, all’inizio del film, mentre prepara i suoi discorsi allo specchio, li prova e riprova, si corregge. Poi, quando parla davvero davanti a un pubblico, sembra buttar via tutto quello che aveva preparato per lasciarsi andare all’improvvisazione. Ma anche questo «effetto» era probabilmente calcolato. Tutto pianificato. Quello che Christian non regge è l’imprevisto. E l’imprevisto è il furto. È la necessità di uscire dal proprio mondo patinato ed elegante. È la visione brutale delle decine e decine di mendicanti, di poveri, di emarginati che all’improvviso si manifestano nel suo campo visivo e chiedono qualcosa.

S.S.  Da questo punto di vista il film traccia un ritratto non proprio benevolo dell’élite occidentale, mostrando non solo la sua distanza dalle periferie ma anche l’incapacità di una certa classe dirigente di interagire con il mondo che la circonda. Di fronte a questo mondo artistico, tutto vernissage e conferenze stampa patinate, il risultato alla fine non può che essere la solidarietà con l’addetto delle pulizie che scambia una installazione di land art con un accumulo di ghiaia da mettere nel cassonetto. 

G.C. Non solo. Dopo averci mostrato che ormai siamo bravissimi a produrre valore fondato sul nulla (basta mettere un rifiuto in un museo per trasformarlo in arte e farne una merce dotata di prezzo), il film ci dice anche che siamo del tutto incapaci di dare valore a ciò che sta fuori dal nostro quadrato/recinto fatto di benessere e privilegio: senza retorica della marginalità, senza compiacimento,  Ostlund riporta nel nostro campo visivo quei mendicanti che di solito, quando li incontriamo per le vie delle nostre città, facciamo finta di non vedere.  

S.S. In un bell’articolo uscito su «La lettura» del 3 dicembre, Antonio Polito insiste proprio su questo: sullo spaesamento che l’élite prova quando si rende conto che fuori dal proprio quadrato il mondo è ancora quello dell’homo homini lupus, e che non ci sono ricette credibili per far uscire l’umanità da questa condizione. Neanche l’arte serve a molto: e lo si vede benissimo nella lunga sequenza del party in cui i ricchi trustees in smoking e abito lungo osservano l’happening di un uomo-scimmia che si aggira fra i tavoli mugugnando. Inizialmente complici e divertiti, convinti che si tratti solo di finzione e di messinscena, finiscono per scappare terrorizzati, senza più il minimo gesto di solidarietà reciproca, quando all’improvviso cominciano a temere che non si tratti di finzione, e che l’uomo-mostro stia davvero per scagliarsi contro di loro. Neanche dentro The Square, insomma, vigono l’amore e la fiducia.  

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