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Gianni Canova, Severino Salvemini

La legge del mercato

Quando ci si vergogna del proprio lavoro


La sua ditta «delocalizza» e lui, a 51 anni, si ritrova disoccupato. Per un anno e mezzo fa corsi di formazione, colloqui via Skype, test attitudinali, ma non trova niente. Finché un giorno riceve una proposta di assunzione da parte di un ipermercato con l’incarico di sorvegliare e sventare i piccoli furti che avvengono ogni giorno tra gli scaffali. Lui accetta con entusiasmo, ma presto si vergognerà di aver accettato. La legge del mercato di Stephane Brizé: un film freddo e spietato sulle trasformazioni in corso nel mercato del lavoro.
Regia: Stéphane Brizé
Interpreti: Vincent Lindon e Xavier Mathieu
Francia, 2015

 

Una volta, non tanti anni fa, il lavoratore – anche quello addetto alle mansioni più semplici – era fiero del proprio lavoro. Indossava con orgoglio la tuta blu, e si faceva vanto di eseguire in modo impeccabile i compiti che in base al ciclo di produzione gli venivano assegnati. Altri tempi. Altro mondo. Oggi una delle cose che sono venute meno nei nuovi assetti produttivi generati dalla mutazione globale dell’economia è proprio la possibilità di essere orgogliosi del proprio lavoro. Un numero crescente di lavoratori dà anzi l’impressione di vergognarsi del lavoro che fa. Non solo e non tanto perché è un lavoro dequalificato, ripetitivo e banale, ma anche e soprattutto per il tipo di relazioni che certi lavori inevitabilmente comportano ed impongono.

Il film francese La legge del mercato, diretto da Stéphane Brizé, è quasi la dimostrazione tristemente emblematica di questo stato di cose. Thierry, il protagonista, è un uomo solido, riflessivo, dignitoso. 51 anni, padre di famiglia a capo di un nucleo familiare sfortunato (ha un figlio disabile…), vive tuttavia con dignità e senza lacrimevoli patetismi la sua condizione umana e lavorativa. Un giorno però la sua ditta «delocalizza» e lui viene licenziato. La sua vita è come terremotata da questo avvenimento. Sfiduciato, rinuncia alla lotta sindacale collettiva e tenta un riscatto tutto individuale attraverso gli strumenti che lo stato francese gli riconosce: il sussidio di disoccupazione e la riqualificazione con la formazione. Dopo un po’, finalmente Thierry trova un nuovo lavoro: viene assunto come sorvegliante in un supermercato. Deve vigilare sui clienti (ma anche sui dipendenti…) e individuare eventuali furti o furtarelli commessi tra le corsie e gli scaffali. All’inizio sembra tutto facile e perfino di un qualche prestigio. Ma ben presto Thierry si rende conto di essersi cacciato in un bel guaio. Per guadagnarsi il pane deve denunciare gente più povera e più disperata di lui, gente che ruba non per vizio ma per necessità. Se non lo fa, sarà sbattuto fuori lui e si troverà nella condizione di quei disperati che ha l’obbligo di denunciare. Non c’è via d’uscita, è un vero e proprio cul de sac. Thierry si vergona del lavoro che fa, del ruolo che riveste. Ma sa che se non facesse quello che gli è richiesto di fare, si ritroverebbe in men che non si dica a dover egli stesso rubare per sopravvivere.

Freddo e rigoroso, La legge del mercato offre un’immagine impietosa del mercato del lavoro attuale.

È proprio così? Ne discutono Gianni Canova e Severino Salvemini.

S.S. Trovo che il pregio maggiore di questo film sia nella forza con cui ci invita a ripensare la drammatica deriva intrapresa dal mondo del lavoro: è uno schiaffo brutale contro l’incertezza del futuro e la degenerazione antropologica del lavoratore (nella speranza che ciò non sia già definitivamente avvenuto…). È una pellicola molto pessimista, perché non crede nelle possibilità di un riscatto che possa essere anche decentemente etico.

G.C. Per me la cosa memorabile sono i primi piani del protagonista, interpretato da un attore bravissimo come Vincent Lindon (che per questo ruolo ha vinto a Cannes il premio come miglior attore). Sul suo volto apparentemente imperturbabile riesce a disegnare con piccole espressioni quasi impercettibili tutto il dilemma morale ed esistenziale che lo dilania. Fregare chi sta peggio di lui o rifiutarsi di farlo e diventare come chi avrebbe dovuto denunciare? La «legge del mercato» rompe ogni tradizionale solidarietà, spinge a un individualismo assoluto. Homo homini lupus. Punto e basta. Thierry scopre questa brutale verità e cerca di reagire con la sua logica da uomo semplice e retto. A Simple Man, come recita il titolo con cui il film è stato distribuito sul mercato internazionale.

S.S. In effetti Vincent Lindon recita più con i silenzi e con i gesti che con le parole. Ha il volto impietrito, lo sguardo fisso, si muove negli spazi postmoderni di un ipermercato senza convinzione, ascolta assente i consigli per migliorare la sua efficacia negoziale. È braccato da una macchina da presa che lo tallona, come se fosse l’ultimo testimone di una civiltà in via di estinzione. Cerca di resistere, anche solo parzialmente, a un processo di normalizzazione che comporta un costo altissimo sul piano umano e sociale.

G.C. Ma la cosa interessante è che tutto ciò è trattato senza alcun laccio di tipo ideologico. Il regista non ha tesi da dimostrare, o ideologie da propagandare. Il suo film è quasi uno studio antropologico sulla condizione del lavoratore nella società contemporanea. Lindon è bravissimo nel rendere sul suo volto tutta la gamma di stati d’animo che lo attraversano mentre svolge le sue mansioni lavorative: il disgusto, la ripulsa, l’indignazione, la titubanza, il dubbio, la solitudine, la paura, l’umiliazione. E poi, soprattutto, come si diceva, la vergogna.

S.S. Una scena del film con un alto valore simbolico secondo me è quella in cui il direttore del supermercato e il suo capo del personale riuniscono i dipendenti per commentare il suicidio di una cassiera, che era stata scoperta a rubare dei buoni sconto dalle telecamere che l’avevano registrata implacabilmente. Il loro discorso è un capolavoro di ipocrisia: è evidente e risaputo da tutti che i piccoli furti della cassiera erano originati dalla sua difficoltà di chiudere il bilancio a fine mese. Ma i due dirigenti ricostruiscono il fatto sostenendo che non c’è relazione tra il suicidio e il basso salario della donna, perché la poveretta aveva altri «problemi suoi». E poi aggiungono che comunque il lavoro non è tutto nella vita.

G.C. È un discorso, il loro, volto a disinnescare l’effetto potenzialmente dirompente di quel suicidio: un caso quasi da manuale di una situazione di crisi affrontata con una comunicazione inadeguata. L’esatto contrario del film, che invece – sulla scia dei fratelli Dardenne o di Laurent Cantet (A tempo pieno) – trasmette una sensazione di autenticità che ti si infila dritto dritto sotto la pelle. Merito anche di alcune azzeccate scelte produttive: Lindon ha deciso di rinunciare a buona parte del suo compenso per poter pagare dignitosamente tutta la troupe, mentre il casting è stato effettuato selezionando persone che nella vita di tutti i giorni hanno le stesse mansioni che interpretano sullo schermo: una coincidenza voluta e deliberatamente annunciata, proprio con l’intento di raggiungere – a fronte dell’ipocrisia delle «leggi del mercato» – il massimo di verità e di autenticità.

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