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All'industria intelligente servono politiche intelligenti


Un nuovo contributo dal Festival città impresa di Bergamo: la sintesi dell’intervento di Fabrizio Onida, professore emerito di Economia Internazionale presso l’Università Bocconi e autore di L'industria intelligente (Milano, Egea, 2017).

Anche in Italia la ripresa è in corso, è un dato di fatto: ma non bisogna per questo abbassare la guardia, bensì sfruttare la congiuntura per chiudere quel gap di competitività di cui risente il nostro Paese, tanto nell’industria quanto nei servizi. E in tale direzione, un contributo determinante può arrivare da una politica industriale «intelligente», cosa ben distinta da un ritorno allo Stato imprenditore. Questo uno dei messaggi dell’intervento di Fabrizio Onida, professore emerito di Economia Internazionale presso l’Università Bocconi e autore del recente volume L'industria intelligente. Per una politica di specializzazione efficace, in occasione del Festival città impresa di Bergamo.

Riprendendo uno spunto di Dani Rodrik, il ruolo primario dello Stato deve essere quello di aiutare il sistema economico a comprendere appieno le proprie capacità e potenzialità. Da questo punto di vista, secondo Onida, il recente Piano Nazionale Industria 4.0 lanciato dal Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda presenta luci e ombre. Da un lato, ha senza dubbio contribuito a superare alcune criticità che avevano caratterizzato il precedente sistema dei bandi e a far quindi ripartire gli investimenti; dall’altro, tuttavia, prevedendo incentivi fiscali e finanziari automatici per tutte le aziende che investono in maniera orizzontale, ha mancato di indicare dei precisi driver di sviluppo verso cui indirizzare le risorse disponibili.

Per una crescita sostenibile nel medio-lungo periodo, è invece fondamentale che vengano avviati dei programmi di ricerca con una corresponsabilità tra Stato e imprese, sul modello tedesco degli istituti Fraunhofer e Max-Planck: strutture in grado di favorire quel technology transfer che porta le scoperte scientifiche a tradursi in innovazione industriale. La sfida si pone anche sul piano della formazione: le imprese hanno bisogno di un capitale umano qualificato, che sia in grado di comprendere tanto il linguaggio della ricerca quanto quello delle imprese. Perché ciò sia possibile, è necessario rafforzare i rapporti tra le istituzioni pubbliche poste a capo dei due ambiti di attività: il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca da un lato e quello dello Sviluppo Economico dall’altro.

Una questione che resta aperta, specie in un contesto come quello italiano, è quella di indurre le imprese a fare sistema, mettendo a fattor comune le proprie risorse attorno a progetti innovativi. «Le imprese, tanto più se piccole e disperse come nel nostro tessuto, devono interconnettersi di più, interagire di più, scambiandosi conoscenze, pratiche manageriali, progetti di innovazione, facendo quelle che noi chiamiamo economie di scala», commenta Fabrizio Onida. «Così si crea un circuito virtuoso, in cui l’innovazione diventa un processo collettivo, non più rinchiuso nelle singole fabbriche».

(lg)

Fabrizio Onida