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Redazione

Lavoreremo ancora, se continueremo a imparare


La rivoluzione digitale in atto, legata all’avvento di internet, dell’automazione industriale e di nuove forme di intelligenza artificiale, sarà una fonte di disoccupazione e tensioni sociali o piuttosto ci consentirà di superare i nostri problemi economici, liberando energie da impiegare in attività creative? Si tratta, come ha notato in apertura del workshop Il lavoro nella società digitale Pierfranco Camussone, autore con Alfredo Biffi del recente volume Lavoreremo ancora? Tecnologie informatiche e occupazione, di interrogativi solo in apparenza nuovi per gli economisti: lo dimostrano le illuminanti pagine scritte negli anni Trenta del secolo scorso da John Maynard Keynes riguardo all’impatto dell’innovazione tecnologica sul mondo del lavoro.

In realtà, se si guarda alle ricadute economiche dell’innovazione tecnologica nel primo scorcio del nuovo millennio, sembrano esserci segnali che legittimano un cauto ottimismo. Oggi, infatti, la dinamica occupazionale è più positiva in quei paesi occidentali in cui nell’ultimo quindicennio la produttività è cresciuta a un ritmo piuttosto sostenuto (come Stati Uniti e Svezia) rispetto a quelli in cui è rimasta stagnante (come Italia e Francia). Quello della disoccupazione tecnologica è quindi solo un mito da sfatare? Non necessariamente.

Secondo alcuni studiosi, infatti, ci staremmo avvicinando a un punto di rottura nel processo di innovazione: il momento in cui saranno disponibili macchine e robot in grado di lavorare in maniera più rapida ed efficiente degli esseri umani. Si tratta di un processo già in atto per alcune occupazioni particolarmente strutturate e routinarie: ma non si può escludere che si estenderà progressivamente anche a lavori più knowledge intensive e creativi. Rimane il dubbio, quindi, se la società del futuro sarà ancora una società incentrata sul lavoro, per lo meno nel senso in cui lo è stata dalla prima Rivoluzione Industriale a oggi.

Se questo è lo scenario complessivo, viene da chiedersi fino a che punto ve ne sia consapevolezza tra la forza lavoro, presente e futura, e tra chi è deputato a gestirla. A questo scopo è stata condotta una ricerca, illustrata da Alfredo Biffi, che ha coinvolto cinque tipologie diverse di attori: opinion leader, manager, start-upper, responsabili del personale e neolaureati. I risultati sono in parte sorprendenti: mentre la maggioranza degli esponenti delle prime quattro categorie esprime la convinzione che l’innovazione tecnologica distruggerà molti posti di lavoro, specie quelli di natura manuale e routinaria, gli studenti e neolaureati dimostrano un maggiore ottimismo – probabilmente a causa di una scarsa percezione dei cambiamenti che sono già in atto all’interno delle aziende.

Di fronte a queste dinamiche, una possibile risposta riguarda un ripensamento delle modalità e del concetto stesso di formazione della forza lavoro: una formazione che non può più essere solo «in ingresso», propedeutica, ma che deve accompagnare i lavoratori nel corso di tutta la loro vita. Come ha notato il Dean della SDA Bocconi Giuseppe Soda, la rivoluzione digitale impone la diffusione di nuovi saperi in maniera trasversale alle organizzazioni: essere digital savvy diventerà un imperativo anche al di fuori dei dipartimenti ICT. Perché ciò sia possibile, è necessaria una ridefinizione della didattica tradizionale nelle scuole e nelle università, integrandovi elementi digitali e favorendo l’acquisizione di competenze specialistiche, per esempio in materia di programmazione.

(lg)

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