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Redazione

Non è tutto oro quello che è digital


Le nuove tecnologie digitali richiedono rispetto; al di là delle mode del momento, a beneficiarne saranno soprattutto gli adottatori saggi. Il che significa, per esempio, che per poterle utilizzare in modo efficiente è indispensabile disporre delle competenze del caso, che sono rare e altamente specializzate; e allo stesso tempo, che una certa predisposizione a sfruttare al meglio le opportunità aperte dal digitale deve essere diffusa attraverso l’intera organizzazione. È sottolineando questi punti, ripresi dal manifesto per la digital transformation pubblicato sul n. 3/2016 di Economia & Management, che il direttore del DEVO Lab della SDA Bocconi Gianluigi Castelli ha aperto l’evento Digital impact, dedicato agli scenari micro- e macroeconomici legati alla digitalizzazione.

 

Nel complesso, da una prospettiva macroeconomica, sono tre i modi in cui l’innovazione nel settore ICT può contribuire a un aumento della produttività: attraverso una crescita della produttività nel settore ICT stesso; stimolando un maggior livello di investimenti in altri settori a causa dell’adeguamento delle infrastrutture tecnologiche; infine, sotto forma di aumento diretto della produttività anche nei settori non ICT, grazie all’impatto positivo delle nuove tecnologie sui processi aziendali. Nel nostro paese, ha osservato Carlo Altomonte, è proprio quest’ultimo driver di produttività a essere inceppato: le best practice non si diffondono a sufficienza da quel nucleo ristretto di «eccellenze» che hanno saputo sfruttare al meglio le innovazioni ICT al resto dell’economia. Proprio per questo, i pur preziosi incentivi pubblici all’innovazione ICT nelle aziende non sembrano essere sufficienti: a essi dovrebbe affiancarsi un sostegno ai costi legati al cambiamento organizzativo che un utilizzo efficace delle nuove tecnologie inevitabilmente comporta.

 

Sono sei i principali cluster tecnologici che sembrano destinati a caratterizzare la trasformazione digitale in atto: la stampa 3D dei materiali più disparati; le rivoluzionarie infrastrutture legale all’Internet of Things e alla blockchain; i più recenti sviluppi della medicina molecolare; l’affermarsi di nuove interfacce sensoriali, e di conseguenza della realtà virtuale e aumentata; i progressi nell’ambito dell’intelligenza artificiale; e infine, la possibilità di «aumentare» gli stessi esseri umani, per esempio sviluppando nuove tipologie di esoscheletri destinati chi ha problemi di mobilità. Tuttavia, hanno messo in evidenza Federico Casalegno e Yihyun Lim dell’MIT, affinché le opportunità insite in queste nuove tecnologie si dischiudano appieno, è fondamentale che i benefici che esse sono in grado di portare vengano chiaramente percepiti dai potenziali utilizzatori; in altre parole, che le tecnologie vengano inserite e integrate nelle comunità di coloro cui esse sono destinate.

 

Anche nelle aziende, mettere a frutto il potenziale insito nelle nuove tecnologie è un processo tutt’altro che scontato, che richiede competenza e un’attenta valutazione a monte. Come ha sottolineato Severino Meregalli, in alcuni casi infatti le tecnologie digitali potrebbero persino finire per distruggere, anziché creare, valore. La rilevanza delle nuove tecnologie per l’attività aziendale varia in maniera significativa a seconda del settore in cui si opera: mentre in alcune industry (per esempio, le telecomunicazioni o i media) già oggi non si può prescindere dell’imboccare la strada della digital transformation, in altri settori potrebbe essere consigliabile una valutazione approfondita dell’effettivo impatto economico perché non è tutto oro quel che è digitale.

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