Report

Redazione

Lezioni da otto anni di crisi


9000 miliardi di dollari, cinque volte più della seconda guerra mondiale: tanto è costata, secondo recenti studi, la crisi globale del 2008-15. L’impatto della crisi è stato molto forte in tutto il mondo occidentale, con i due terzi delle famiglie che hanno visto i propri redditi rimanere stabili o diminuire nel periodo 2005-14. E oggi di nuovo, in un quadro di ripresa incerta, sembrano addensarsi nere nubi all’orizzonte, come la possibile bolla degli student loans negli Stati Uniti. Proprio a fare Il punto sulla crisi dopo otto anni è stato dedicato un evento organizzato dalla Claudio Dematté Research Division della SDA Bocconi, che ha visto esponenti del mondo della ricerca, dell’impresa e della finanza confrontarsi tra loro, nell’intento di capire quale possano essere le prospettive future per l’economia e per le aziende del nostro paese.

Come ha sottolineato il professor Maurizio Dallocchio, presentando i risultati di una recente ricerca sul tema delle ristrutturazioni aziendali, gli otto anni di crisi hanno messo in evidenza come in Italia uno dei principali problemi sia la rigidità: delle imprese, delle banche e della pubblica amministrazione.

A livello aziendale, la rigidità riguarda anzitutto la struttura finanziaria: le imprese italiane sono più indebitate rispetto alla media delle imprese europee, e ancor più rispetto a quelle americane. L'esposizione delle imprese italiane è soprattutto verso banche (specie per finanziamenti a breve termine) e fornitori (debiti commerciali). Proporzionalmente, le imprese di piccole dimensioni sono più esposte rispetto a quelle di dimensioni maggiori. Un altro elemento di rigidità di cui tenere conto è rappresentato dagli investimenti immobiliari: le imprese con un più elevato livello di investimenti immobiliari si sono rivelate tendenzialmente più fragili di fronte alla crisi.

crisi_struttura finanziaria imprese

Dal canto loro, anche le banche italiane presentano una struttura finanziaria rigida, con un livello di presenza di prestiti obbligazionari notevole. L’80 per cento degli impieghi delle banche italiane risulta essere vincolato, in titoli di stato o sotto forma di prestiti alle imprese (il dato medio è del 67 per cento in Europa e negli USA).

Un altro elemento di rigidità del nostro paese riguarda i crediti deteriorati (NPLs), che sono raddoppiati tra il 2010 e il 2015. La farraginosità del sistema legislativo italiano rende infatti più difficile che in altri paesi colpiti dalla crisi (per esempio Irlanda o Spagna) le cartolarizzazioni di questi crediti.

crisi_struttura finanziaria banche

Ancora, a penalizzare l’attività d’impresa in Italia ci sono le rigidità della pubblica amministrazione: la lentezza dei pagamenti (in media oltre cinque mesi, a fronte di un mese nel Regno Unito), per esempio, è un fattore che incide in senso fortemente negativo sulle nostre aziende.

Di fronte a queste criticità, quale strada possono intraprendere le imprese italiane per mantenersi competitive? A evidenza, negli anni di crisi le aziende con performance migliori sono state quelle di grandi dimensioni e maggiormente internazionalizzate – due caratteristiche almeno in parte intrecciate tra loro (le imprese con più di 250 addetti esportano in media il 46,2 per cento del proprio fatturato). In un contesto internazionale di profonda incertezza, le imprese di maggiori dimensioni si sono dimostrate più capaci di continuare a investire in ricerca e sviluppo e di avere accesso a fonti di finanziamento diverse (per esempio, i prestiti obbligazionari); l’internazionalizzazione ha inoltre garantito una maggiore diversificazione dei rischi.

crisi_export imprese

 

Le imprese che meglio rappresentano una sintesi virtuosa di queste due caratteristiche sono quelle dell’alto di gamma, orientate alle produzioni di eccellenza. Queste imprese non solo hanno dimensioni e livelli di investimenti mediamente superiori alle altre, ma la loro presenza ha anche una ricaduta molto significativa sull’indotto (per ogni addetto dell'alto di gamma ci sono 4,5 altri occupati nei settori di riferimento) e incentivano lo sviluppo di significativi flussi turistici verso il nostro paese.

Crescita dimensionale all’insegna di internazionalizzazione e qualità: questa sembra essere quindi la ricetta per le imprese italiane a otto anni dallo scoppio della crisi.

CDR ok