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Giulia Negri

Vita da start-up


Tutti lo dicono: questo è il momento giusto.start up day (1)

Ci sono maggiore consapevolezza, liquidità e una filiera coordinata formata da diversi player e da tecnologie digitali in continua evoluzione in grado di connettere queste condizioni favorevoli.

È il momento giusto per fondare una start-up.

Questo è uno dei messaggi emersi durante il Bocconi #StartupDay che si è tenuto il 24 novembre 2015 presso l’Università Bocconi. Durante la giornata, sette esponenti del settore di sono confrontati sui diversi momenti del ciclo di vita delle start-up in un workshop moderato da Massimo Sideri del Corriere della Sera.

Dietro a ogni intervento si è celata grande speranza nei confronti di una maggiore presa di coscienza in Italia in tema di start-up. Come ha notato Stefano Caselli, ci troviamo nella terza ondata di imprenditorialità che, al contrario delle precedenti, coinvolge sempre di più l’Europa e l’Italia.

Il marketing del crowdfunding. Skiddi è un mini-trolley per trasportare a mano gli sci, definito dal suo inventore un oggetto tanto semplice quanto utile. Sergio Pedolazzi (Fondatore, D-Factory, Skiddi) ha sottolineato il ruolo del crowdfunding. In soli due anni, infatti, è riuscito ad avviare la sua attività, dall’idea fino alla realizzazione del prodotto. Diversi i fattori lo hanno aiutato nel procedimento, tra questi l’incubazione da parte di D-Namic e le nuove tecnologie. È stato infatti grazie alla stampa 3D che l’inventore ha potuto realizzare un prototipo a basso costo. Vitale il ruolo del crowdfunding, uno strumento non solo di finanziamento, ma anche di marketing e di testing, in grado di far capire all’imprenditore se l’idea è così buona da convincere qualcuno addirittura a finanziarla.

Fare start-up senza saperlo. È nell’indole di uno start-upper fare impresa – così tanto che Matteo Campodonico (Fondatore e AD, Wyscout) nel 2007 ha fondato Wyscout senza sapere che fosse una start-up e si è confrontato con un finanziatore che avrebbe solo in seguito scoperto essere un Business Angel. L’imprenditore sottolinea come il livello di committment da lui stesso in un primo momento trascurato sia fondamentale. Questo è particolarmente vero quando la start-up non coinvolge più solo il team dei fondatori, ma comincia a crescere e a interfacciarsi in modo «serio» con clienti e investitori che gli pongono la fatidica domanda: «Ma se noi finanziamo la tua idea, tu sei disposto a dare tutto?». Secondo Campodonico, inoltre, non bisogna mai perdersi d’animo e si deve cercare sempre la formula vincente. Negli anni, ha cambiato cinque volte il nome della start-up e solo dopo sei anni ha finalmente capito che la start-up era pronta.

start up day (3)Quando i clienti sono anche Business Angels. Come tutti gli altri start-upper, anche Cristina Mollis (AD, Nuvò) evidenzia come non si sentisse adatta a un lavoro da dipendente, ma desiderasse essere padrona di se stessa. Purtroppo, fare start-up in Italia è difficile vendendo un prodotto, e lo è certamente ancora di più vendendo un servizio. Nuvò cerca di vincere (e a oggi, ha vinto) queste difficoltà fornendo servizi di consulenza digitale alle aziende. Dopo un inizio molto difficile, sono arrivati i clienti e, con i clienti, i finanziamenti. Mollis rimarca l’importanza di fatturare: «Se fatturi, i finanziatori ti credono; se hai ottenuto finanziamenti magari sei solo stato fortunato. Con i soldi non si è ancora imprenditori, con dei clienti, sì».

Non fare per primi, ma fare meglio. In un parallelo continuo tra il contesto francese e quello italiano, Fausto Boni (General Partner, 360 Capital Partners) sottolinea fortemente come l’Italia sia indietro rispetto alla Francia, soprattutto a causa di mancanza di cultura sul fare start-up – una cultura che comincia solo ora timidamente a emergere. Il segreto di una start-up ben costruita sta in tre pilastri: velocità, finanziamenti ed execution. Non solo. Il General Partner di 360 Capital Partner sostiene che raramente le start-up di successo siano le prime a fare qualcosa: spesso fanno «solo» meglio ciò che gli altri già facevano. È questo che consente loro di guadagnare velocità e diventare campioni su scala globale. Non c’è più posto (né mercato) per i campioni nazionali. 

Italia: un paese (strano) per fare start-up. Parlando da finanziatore, Massimiliano Magrini (Managing Partner, United Ventures) rimarca la rincorsa che le start-up italiane devono fare per arrivare al livello di quelle di altri paesi. E non sono le sole a dover correre per recuperare il distacco. Anche le università devono produrre quelli che lui definisce sistemi cognitivi non provinciali, che consentano agli start-upper di essere player globali. L’Italia può infatti essere una buona culla per start-up, ma non riesce ad accompagnarle fino alla crescita: è l’ultimo tra i paesi sviluppati, ma allo stesso tempo non ha il «passo» di quelli in via di sviluppo.

start up day (2)La necessità delle multinazionali. Definendola non più una possibilità di azione, ma una necessità per le multinazionali, Marius Swart (Global Director Innovation and Entrepreneurship, Coca-Cola) illustra un perfetto esempio di collaborazione tra start-up e multinazionali. Seguendo la velocità e la frenesia delle start-up anche queste collaborazioni sono cambiate. Infatti, se prima le partecipazioni riguardavano aziende più mature, oggi le multinazionali preferiscono i portafogli con aziende all’inizio della loro attività. E per impedire che le giuste opportunità sfuggano, Coca-Cola, diversamente da altre multinazionali, non destina un budget fisso a queste attività di sostegno.

Per fare exit, ci vuole cultura. Anche il fondatore di Virgilio e Banzai, Paolo Ainio (Presidente, Banzai), riconosce le lacune dell’ecosistema italiano nella filiera di valorizzazione delle start-up. Nonostante queste carenze, Ainio evidenzia i timidi passi che sono stati fatti dal legislatore nel regolare le start-up innovative. Le sue critiche si estendono anche a Borsa Italiana, restia a queste rivoluzioni: a suo avviso il management italiano è generalmente poco aperto all’innovazione. Ainio, in linea con quanto sostenuto da Marius Swart, nutre grande fiducia nella collaborazione tra start-up e grandi colossi multinazionali, una collaborazione da cui questi ultimi potrebbero trarre innumerevoli benefici.

Start-up day