Interventi & Interviste

Redazione

La via cinese alla globalizzazione

Intervista ad Alberto Rossi


Mentre il governo cinese sta cercando di modificare il modello economico all’interno del paese all’insegna del «New Normal», la Cina rappresenta sempre più non solo un mercato di sbocco per le esportazioni delle nostre imprese, ma anche un’importante fonte di capitali e di investimenti per le economie europee. Ne abbiamo parlato con Alberto Rossi, analista del CeSIF – Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina, a margine dell’incontro Italiani in Cina e Cinesi in Italia, organizzato da Economia & Management in occasione del recente Festival Città Impresa di Vicenza.

Partiamo dallo scenario macroeconomico. Qual è la situazione a livello di sistema e di politiche economiche in Cina in questo momento?

Mi piace immaginare Xi Jinping come un equilibrista, in bilico tra riforme e crescita. Ci sono sicuramente elementi del percorso di riforme in atto, il cosiddetto New Normal, che stanno portando a risultati positivi: per esempio a livello di dinamica dei consumi o nel settore dei servizi. Al contempo, si registrano dei ritardi in questo percorso: il problema della sovraccapacità produttiva è ancora lungi dall’essere risolto; alcuni problemi finanziari, specie relativamente al debito, si stanno aggravando.

Sul piano dei rapporti commerciali, il ritratto che è stato dipinto negli ultimi mesi di Xi Jinping come «alfiere della globalizzazione» è un po’ semplicistico. In realtà in questo momento il governo cinese sta cercando di cambiare il proprio approccio alla crescita: il New Normal è incentrato proprio sul passaggio da un modello basato su investimenti ed export a basso costo a un modello basato sui consumi interni. In effetti, nell’ultimo biennio la dinamica dell’interscambio tra Cina e il resto del mondo è stata negativa. Nel 2016, l’import è calato del 5,48 per cento, l’export del 7,71 per cento: e questo non solo per la congiuntura internazionale sfavorevole, ma anche per le scelte del governo cinese.

Il 2017 è un anno cruciale per gli equilibri interni cinesi: a fine anno si terrà il XIX Congresso del Partito Comunista Cinese. Il bilanciamento dei vari aspetti di politica economica che verrà definito in quell’occasione sarà determinante per diversi anni.

A livello di strategie commerciali e geopolitiche, in che modo la Presidenza Trump potrà influenzare le scelte della dirigenza comunista cinese?

È ancora troppo presto per poter fare previsioni certe a riguardo. Sicuramente la Cina cercherà di sfruttare la situazione che si è creata a proprio vantaggio. Da un lato, un protezionismo forte da parte americana non gioverebbe ai Cinesi, perché i rapporti col mercato USA sono profondi e di primaria importanza. D’altro canto, un accentuato protezionismo statunitense potrebbe aprire nuovi spazi commerciali e geopolitici in aree terze per i Cinesi.

Un aspetto che andrà seguito con grandissima attenzione nei prossimi anni sarà quello della «nuova via della seta», l’iniziativa strategica volta a migliorare le connessioni e la cooperazione tra la Cina e il resto dell’Eurasia.

A questo proposito, negli ultimi mesi si è parlando molto della crescente presenza di imprese e investitori cinesi in Italia. Al di là dei singoli casi, qual è la situazione complessiva degli IDE cinesi nel nostro paese?

Il 2015 è stato il primo anno in cui gli IDE cinesi all’estero hanno superato gli IDE stranieri in Cina; la forbice si è ulteriormente allargata nel 2016. In Europa, gli IDE cinesi sono cresciuti sensibilmente, passando in due anni da 10,8 a 35 miliardi di dollari. L’Europa meridionale però rappresenta una quota bassa, inferiore al 10 per cento di questo ammontare.

A oggi, i gruppi cinesi presenti in Italia sono 162, dei quali il 75 per cento è localizzato in Nord Italia (46 per cento in Lombardia). Le esperienze delle nuove imprese italiane a guida cinese hanno finora presentato luci e ombre: sono state positive laddove si sono associate a piani concreti di rilancio aziendale fondati sull’innovazione, meno in altri casi. 

Inoltre, va tenuto presente che il flusso degli investimenti cinesi in Italia potrebbe arrestarsi, senza politiche pubbliche adeguate che lo sostengano: in particolare, sul piano delle politiche fiscali.

Spostandoci verso la «terra di mezzo», quali sono le sfide e le opportunità per le aziende italiane che si approcciano oggi al mercato cinese?

Una doverosa premessa: non è facile iniziare a fare business in Cina per chi viene dall’estero. Troppo spesso si pensa in maniera errata alla Cina come a una sorta di paese del Bengodi, anche per una serie di stereotipi di natura culturale. D’altro canto, è vero che alcuni fattori rendono particolarmente attrattivo questo paese: la stabilità e il boom dei consumi anzitutto. Anche nelle città cosiddette di seconda e terza fascia, o in province meno note (ma magari grandi come l’Italia) possono esserci delle opportunità ignorate.

A mio avviso, il messaggio fondamentale è che avviare un’attività in Cina richiede una strategia specifica, fondata su una conoscenza precisa del paese e sulla capacità di avere pazienza, tenendo presente che i tempi per consolidare la propria presenza in Cina possono essere anche lunghi.

A livello settoriale, in questo momento tutto ciò che è innovazione tecnologica è richiestissimo in Cina. Troppo spesso pensiamo al nostro made in Italy solo come al lusso, all’alimentare, settori che in questo momento stanno magari attraversando qualche difficoltà. In realtà le nostre aziende hanno molto da offrire al mercato cinese anche in comparti come i macchinari e la componentistica avanzata.

In ambito B2C è fondamentale puntare sulla fascia alta dei consumatori; in ambito B2B, sul valore aggiunto che è possibile offrire in termini di innovazione tecnologica.

In questo contesto, come si collocano le attività della Vostra Fondazione?

La Fondazione Italia Cina è nata nel 2003 per volontà di Cesare Romiti, che ne è tuttora il Presidente. Siamo una realtà no profit, con una presenza importante del settore pubblico nel CdA, il che ci consente di avere relazioni istituzionali forti con la controparte pubblica cinese.

Insieme alla Camera di Commercio Italo Cinese, con cui abbiamo stabilito un accordo di integrazione commerciale, abbiamo oltre 400 soci, sia imprese italiane presenti in Cina sia le più importanti multinazionali cinesi presenti in Italia. Il nostro ruolo principale è quello di facilitare i rapporti economico-commerciali e culturali tra i due paesi. Le nostre attività si concentrano su tre macro-aree: attività di lobbying e networking per i nostri soci; servizi di natura commerciale, dalle visure camerali alle verifiche societarie alle ricerche missione/partner; formazione e informazione, grazie a una scuola di formazione permanente e il nostro centro studi, che pubblica ogni anno un Rapporto Annuale.

(lg)

Alberto Rossi