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2015/5

Whiplash. Se non sanguini, non ce la fai


Raccontando il feroce rapporto che lega un aspirante batterista di New York al suo esigente e forse un po’ sadico maestro, Whiplash di Damien Chazelle ci offre un’interessante parabola sulla formazione, ma anche un apologo sulla leadership e un racconto sui modi e le forme con cui si esercitano, oggi, il potere e l’influenza.

Whiplash

Regia: Damien Chazelle

Interpreti: J.K. Simmons e Miles Teller

Usa, 2015

 

L’allievo e il maestro. Quante volte il cinema – quello americano, ma non solo – ha raccontato storie basate sul singolare rapporto che si crea fra chi vuole imparare qualcosa e chi invece ha qualcosa da insegnare? Whiplash di Damien Chazelle si inserisce con grintosa autorevolezza in questo prolifico filone e vi lascia un segno energico e originale. Tanto energico quanto la frustata evocata dal titolo originale. Siamo a New York, nella più prestigiosa scuola di musica della Grande Mela. Andrew vi si è iscritto per studiare batteria jazz e già al primo anno viene notato da Terence Fletcher, severissimo e inflessibile insegnante che, a sorpresa, lo vuole nella sua band. Il ragazzo è lusingato ed eccitato: non sa che gli standard richiesti da quel maestro sono altissimi e che per farcela dovrà sfidare i limiti del proprio corpo e della propria mente, sottoponendosi ad addestramenti a dir poco infernali. Ma i talenti – sembra suggerire il burbero istruttore – si forgiano così. Si temprano così. Se non sei allenato a dominare te stesso, non puoi sperare di poter dominare la musica. Ed è molto probabile, anzi, che sia il mondo a dominare te. La macchina da presa del giovane regista sta addosso al corpo e al volto del giovane interprete, cerca di cogliere il sudore e la fatica delle sedute di allenamento, di far sentire il suo respiro affannoso, di mostrare perfino il sangue che sgorga dalla pelle delle dita lacerate dallo sforzo, cadendo a grosse gocce sui tamburi della batteria. Già visto? Forse. Ma non con questa forza. Con questa energia. Questa determinazione. Oltre che una grande parabola sulla formazione, Whiplash è anche – a suo modo – un apologo sulla leadership. Un racconto sui modi e le forme con cui esercitare, oggi, il potere e l’influenza.

 

S.S. Alcuni commentatori “sofisticati” hanno arricciato il naso di fronte a questo film. Goffredo Fofi, per esempio, ne ha parlato come di una favola per “gonzi di destra” che credono alla retorica americana “push beyond your limits”. Personalmente non sono d’accordo perché la “bilancia ideologica” del film di Chazelle non pende tanto verso l’esaltazione della vittoria di Andrew quanto in realtà verso la condanna del prezzo, altissimo, pagato da quest’ultimo per conseguirla. Andrew sceglie di sottostare a prove psicofisiche insostenibili, sacrificando volutamente rapporti umani e legami familiari (non opporrà alcuna reazione, per esempio, agli insulti gratuiti che Fletcher serberà al padre, oppure deciderà di lasciare la fidanzata per potersi concentrare su prove e performance) per guadagnarsi infine la stima di un uomo che, sino a un attimo prima, aveva cercato in tutti i modi di umiliarlo e distruggerlo.

 

G.C. Del resto, è un modo d’essere abbastanza diffuso fra i professionisti dell’arte. Tanto quanto il ballerino, il cineasta o il pittore, il musicista pare costretto da una certa tirannia del tempo a spingere all’infinito, quasi una specie di Sisifo, l’enorme macigno della sua perfettibilità. In nessun’altra forma d’arte, infatti, le leggi del tempo e del ritmo incidono come nello studio e nell’esecuzione di un brano musicale, di un passo di danza o di uno spezzone di un film.

 

S.S. La relazione tra il direttore Fletcher e il giovane e ambizioso batterista Andrew aiuta a capire che il talento emerge solo se viene estratto dalla comfort zone. Che il musicista debba suonare bene è scontato; l’eccellenza è qualcosa di più ed è una reazione a uno sforzo straordinario (nel film viene più volte ripetuto di quando Charlie Parker riuscì a esprimere il suo meglio solo perché sollecitato dal lancio di un piatto, che per poco non lo decapitava…). E Fletcher stimola fino allo sfinimento il povero Andrew: gli chiede di aumentare il ritmo fino a fargli sanguinare le mani; gli chiede di modificare il tempo incessantemente fino a farlo piangere; gli chiede di lasciare la batteria non appena accenna a un piccolo errore. In poche parole lo mette in una condizione di overstress che, nella pedagogia del direttore, lo spinge a uscire dalla sua zona di comfort e di controllo e pertanto a sperimentare nuove capacità. Come dire: il massimo talento non si esprime senza determinazione e abnegazione totali.

 

G.C. È una lezione su cui dovremmo riflettere in modo non frettoloso. Soprattutto noi europei e occidentali. Negli ultimi decenni abbiamo abolito tutti i riti di passaggio e di iniziazione alla vita adulta che ci erano stati trasmessi dai nostri antenati, dall’esame di quinta elementare al servizio militare. Siamo stati presi dall’ansia di rendere il processo di crescita dei nostri figli il più possibile morbido, facile, senza traumi, senza stress. Senza prove da superare. Il risultato, a mio parere, è disastroso. Sia sul piano della maturità dei singoli che su quello della competitività collettiva. Nel film, la figura di Fletcher, certo, è molto simile al sergente Hartman di Full Metal Jacket: anche lì il capo non era alla ricerca della semplice disciplina, ma imponeva tensione, lavorando lucidamente su fragilità e insicurezze per temprare chi non ne venisse spezzato. La sua sconcertante durezza sembra celare una personale frustrazione, probabilmente dovuta alla mancata accettazione dei limiti del proprio talento come musicista. Ma dal punto di vista formativo il suo è un modello che non può essere esorcizzato con una levata di spalle.

 

S.S. Il film sottolinea anche il tema della competizione. Quella feroce, senza esclusione di colpi. Quella per cui passi mesi della tua vita a imparare il tempo di quattro canzoni alla perfezione e alla fine tutto si riduce a venti minuti di esibizione sul palco. Mi sembra che il film in generale catturi bene i sentimenti che si provano in un’esperienza del genere. Ovviamente lo scenario del film è il peggiore possibile in assoluto, ma lo stress generale della storia è molto credibile ed esprime con efficacia una realtà in cui più concorrenti competono sulla base di un’unica performance dove ti giochi in una sola volta il tutto per tutto.