E&M

2005/2

Italia – Europa – Italia. Dialogo con Mario Monti


Abbiamo deciso di chiedere al professor Mario Monti, presidente dell’Università Bocconi, di condividere con noi e con i nostri lettori alcune riflessioni sull’Italia e sull’Europa frutto della sua lunga esperienza di governo europeo, prima come Commissario al Mercato Interno, ai Servizi e all’Integrazione Finanziari, alla Fiscalità e alle Dogane (1995-1999) e poi come Commissario alla Concorrenza (1999-2004). Molto del recente passato e del prossimo futuro economico e sociale del nostro paese dipende dall’Europa. L’Italia è stata sempre in prima fila nel sostenere sia la necessità ideale e politica sia l’opportunità economica dell’integrazione. Ha saputo usare i vincoli progressivamente imposti dal processo di costruzione dell’Europa in modo virtuoso, come utile correttivo alla propria innata propensione al compromesso e al rinvio di soluzioni costose ma necessarie per risolvere problemi a tutti evidenti. In questo periodo ci si interroga sul ruolo che il nostro paese potrà continuare a giocare in Europa. Ci si chiede se saremo in grado di mantenerci all’interno del gruppo di testa di una Unione allargata a nuovi e diversi paesi. Se sapremo crescere e innovare come e più degli altri. Se sapremo utilizzare l’Europa come una piattaforma dalla quale manovrare con maggiore efficacia nella competizione verso altri paesi ormai del tutto “emersi” sullo scacchiere economico mondiale, come la Cina e l’India. Abbiamo girato al professor Monti alcuni di questi interrogativi.

V.P. Professore, sembrerebbe che la vecchia Europa abbia decisamente rallentato il proprio passo e sconti ormai tassi di sviluppo molto inferiori rispetto, per esempio, alle economie di paesi come gli Stati Uniti d’America o la Cina. Si tratta di una crisi grave, a suo modo di vedere, o di una fase di passaggio dalla quale saremo presto in grado di uscire?

M.M. È difficile giudicare quello che accade mentre lo si sta vivendo. Possiamo giudicare la storia: per oltre cinquant’anni il processo di integrazione, prima dei mercati e poi delle comunità europee, ha svolto un’azione di potente stimolo alla crescita economica dei paesi membri. Oggi sicuramente siamo in presenza di segnali negativi: non si sviluppano abbastanza l’economia e la capacità competitiva dell’Europa e con esse non cresce nemmeno a sufficienza l’occupazione. Questo rallentamento sembrerebbe indicativo di una crisi soprattutto se messo in relazione alla performance di altri paesi. Ma immagini di poter guardare a oggi dal punto di osservazione che si avrà in un futuro non troppo lontano, diciamo posizionato a dieci anni di distanza da ora. A mio avviso l’interpretazione che allora si darà dei fatti di oggi e di questo particolare periodo della storia europea sarà differente da quanto suggerisce la cronaca. Si dirà che l’Europa è cresciuta poco perché era impegnata in un grande sforzo di costruzione di sé stessa. Nel giro di meno di dieci anni, infatti, abbiamo realizzato almeno quattro diverse, profonde e fondamentali riforme strutturali: l’introduzione della moneta unica, la condivisione dei principi e degli obiettivi di disciplina di bilancio (che di per sé, nel breve periodo, potrebbe avere avuto un qualche effetto negativo sulla nostra crescita economica), l’allargamento sostanziale della Comunità e l’elaborazione della sua Costituzione. Uno sforzo simile ha necessariamente assorbito l’attenzione e l’energia delle classi politiche e ciò può essere andato anche a scapito della rapida definizione di interventi efficaci a sostegno della crescita. Ma si è cercato di rimediare. Gli accordi di Lisbona hanno indicato le priorità giuste e hanno contenuti validi, anche se forse mancano quei meccanismi di premio/sanzione che spingerebbero i singoli paesi a muoversi nella direzione utile; meccanismi che invece avevano dato spinta attuativa ai trattati di Maastricht. Senza contare che la crescita che giustamente invidiamo, per esempio, agli Stati Uniti, nasconde due fatti molto gravi, rappresentati dal forte disavanzo di bilancio sia interno sia esterno: difficile dire quale impatto avranno questi due elementi sul futuro di quella economia.

V.P. La sensazione che si ha in questi giorni nel nostro paese è che l’Europa sia vista come un gigante incatenato da regole capaci di frenarne la crescita economica. Per questo ci si sta adoperando per modificarle e si dibatte della necessità di superare una prima fase della storia europea nella quale avrebbero prevalso i “tecnici” (e forse i banchieri centrali) con le loro cautele e la loro preferenza per la stabilità, per entrare in una fase nella quale le redini del processo di sviluppo siano prese in mano dai “politici”, legittimati dal consenso popolare e per questo capaci di fare scelte più rischiose e più orientate al futuro. Condivide questa contrapposizione e questa necessità?

M.M. So che da qualche parte si tende a ricostruire la storia d’Europa in questo modo e a indicare la necessità di un’azione più incisiva in quanto più politica. Sono opinioni che non condivido affatto. La prima fase nell’evoluzione della Comunità è stata eminentemente politica, animata come era da visioni di lungo periodo e da ideali sostenuti da statisti come Mitterrand o Kohl. Senza volontà politica e senza uomini politici capaci di trasformarla in accordi e in azioni concrete non ci sarebbe stata l’Europa. E anche ciò che viene impropriamente etichettato come tecnico in questa prima fase ha rappresentato, in realtà, una profonda svolta politica. Prendiamo, per esempio, le regole di bilancio, i tetti da non superare e i vincoli da rispettare, che hanno costretto molti paesi, compreso il nostro, a una disciplina della quale non erano mai stati capaci in passato. Queste regole tecniche hanno in realtà un contenuto etico: rispettare i diritti delle generazioni future non scaricando su di esse il peso dei debiti accumulati dalle generazioni attuali. E ne hanno uno non meno importante di tipo prettamente politico: evitare che chi è al governo nei singoli paesi usi liberamente la spesa pubblica per mantenere il consenso sociale più ampio possibile. Oggi i governi sono invece costretti ad allocare risorse scarse scegliendo tra obiettivi alternativi e dando ragione delle proprie scelte. Sarà più difficile, ma è sicuramente molto più equo di quanto poteva accadere in passato. È la politica quindi che, dove necessario, deve fare un passo in avanti: superare l’attitudine al compromesso e al mantenimento dello status quo per riproporsi obiettivi elevati intorno ai quali aggregare il consenso della maggioranza dei cittadini. Tornando all’Europa, si può essere d’accordo con l’interpretazione che lei citava solo nella misura in cui si riconosce che oggi nell’agenda europea sono presenti temi che hanno una valenza politica molto spiccata, forse più elevata di quelli economici sui quali ci si è concentrati inizialmente: basti pensare alle questioni dei diritti fondamentali dei cittadini europei e all’integrazione dei paesi membri in un disegno di politica estera comune che comporti anche lo sviluppo di una capacità di difesa condivisa e organizzata a livello europeo.

V.P. Grandi e controversi obiettivi come questi possono però mettere ancora più in evidenza i limiti nella capacità di tradurre concretamente in azione le scelte di fondo, limiti che paiono caratterizzare l’apparato istituzionale che governa l’Europa. In altri termini, si percepisce la possibilità che, soprattutto in seguito all’allargamento, non siano stati definiti a sufficienza i meccanismi e le regole che portano prima alla formazione di una volontà comune e vincolano poi tutti al rispetto delle decisioni prese e alla loro implementazione. Usando una parola di moda di questi tempi si potrebbe sostenere che la Comunità non si è ancora data una struttura di governance adeguata alle nuove sfide. Cosa ne pensa?

M.M. Penso che con l’approvazione della nuova Costituzione si sia fatto un notevole passo in avanti nella direzione giusta, anche se sicuramente molto resta da mettere a punto per definire l’esercizio ordinario delle potenzialità create dal nuovo patto costitutivo. Occorre certamente ridurre la burocrazia, migliorare l’efficienza e rivedere i processi decisionali. Ma le regole e i meccanismi da soli non bastano a rendere efficace l’azione comunitaria. Occorre una classe politica adeguata alle necessità di questa fase complessa. Ed è forse su questo fronte che bisognerebbe nutrire qualche preoccupazione in più. La leadership politica di oggi, soprattutto se confrontata con quella dei “padri fondatori” dell’Europa, appare sempre di più come una followership: ciascun governante sente la pressione dell’opinione pubblica di casa propria e dei media che ne sono contemporaneamente portavoce e fattore di condizionamento. Se non si ha la statura morale e politica per resistere a queste pressioni si tende ad avere verso l’Europa atteggiamenti contraddittori, a privilegiare le scelte di breve periodo, a dare spazio all’egoismo di pochi rispetto agli interessi più generali e a quelli delle generazioni future.

V.P. È di questo periodo anche la polemica relativa all’abolizione della lingua italiana tra quelle utilizzate a Bruxelles nelle conferenze stampa che si tengono ogni settimana. Forse si tratta davvero di una questione seria, visto che, per esempio, Paul Huntington nel suo libro dedicato alla “Nuova America” discute a lungo dell’importanza della lingua inglese nel definire l’identità degli Stati Uniti e dei cittadini di quel paese. Lingue e identità nazionali e sopranazionali rappresentano aspetti non trascurabili del processo di integrazione europea. Gli italiani sembrano oscillare tra disinteresse e tardivo risentimento, alimentato dalla paura di finire proprio noi, che dell’Europa siamo stati insieme a pochi altri i convinti fondatori, in una serie B poco rispettosa del nostro peso politico ed economico. Corriamo davvero questo pericolo?

M.M. Se fossimo davvero così orgogliosi della nostra lingua, come dovremmo, faremmo di tutto per non massacrarla farcendola di parole straniere, anglosassoni in primo luogo, anche quando non servono essendo possibile esprimere perfettamente un concetto con la corrispondente parola italiana. In questo dovremmo forse cercare di imitare almeno un poco i nostri “cugini” francesi che si battono caparbiamente per mantenere l’integrità della propria lingua. Una nostra forma di relativa sudditanza linguistica si è quindi sviluppata indipendentemente da quanto accade a Bruxelles, dove peraltro l’episodio che lei cita riguarda un’occasione di comunicazione molto circoscritta. Tutte le lingue dei paesi membri vengono ancora utilizzate (e tradotte, con i costi che è facile immaginare) nei lavori del Parlamento e del Consiglio dei Ministri, oltre che nei documenti scritti che devono essere accessibili a tutti i cittadini dell’Unione. Mi lasci dire con una battuta che, se Gran Bretagna e Irlanda non avessero fatto parte dell’Unione Europea, forse oggi ci si sarebbe tutti orientati a utilizzare prevalentemente l’inglese come lingua comune, con i conseguenti vantaggi in termini di efficienza. Ma riconosco comunque che la questione delle lingue non è affatto banale. Pensi a come funziona la Commissione Europea. Le lingue ufficialmente ammesse durante i suoi lavori sono tre: inglese, francese e tedesco. Dal momento che i lavori della Commissione sono molto intensi, i dibattiti e i conflitti spesso accesi, sapere argomentare a favore del proprio punto di vista o contro un altro orientamento può avere un impatto notevole sulle decisioni che vengono prese in quella sede. Potersi esprimere nella propria lingua nativa concede un indubbio vantaggio ai Commissari che appartengono a quelle tre aree linguistiche. Al punto che avrei auspicato l’adozione di una regola di equità che mantenesse l’uso delle tre lingue ma obbligasse ciascun commissario ad esprimersi non utilizzando comunque la propria durante i lavori. Questo solo per fare un esempio dei modi sottili e nello stesso tempo sostanziali attraverso i quali la questione linguistica mantiene la propria rilevanza.

Venendo invece al rapporto tra Italia ed Europa, registro anch’io qualche incongruenza, visto che mi pare a volte si oscilli pericolosamente tra il disinteresse e l’ignavia. Abbiamo avuto diverse opportunità per fare sentire la nostra importanza e per esercitare la nostra influenza. Gli strumenti erano disponibili ma non li abbiamo forse usati nel modo più adeguato e tempestivo. Se si manca all’appuntamento è inutile poi lamentarsi se si rimane tagliati fuori. Il fatto che l’Italia, spesso per demeriti propri, rischi di non occupare nella considerazione degli altri il posto che le compete in Europa dovrebbe colpirci particolarmente soprattutto in considerazione della risorsa essenziale che forse solo l’Italia è in grado di apportare all’Europa: il peso e la determinazione di un’opinione pubblica ancora oggi in assai larga misura favorevole alla Comunità. Questa intensità di consenso popolare all’ideale comunitario è risorsa assai rara, spesso anche in quei paesi che pure si propongono per ruoli guida all’interno dell’Unione. E a questo bisogna aggiungere il fatto che il nostro paese in tempi recenti ha saputo operare in modo più virtuoso di altri. Mentre noi affrontavamo i sacrifici che sono stati necessari per mettere in ordine i nostri conti e rientrare nei vincoli, altri hanno invece disinvoltamente peggiorato la propria posizione relativa. Non abbiamo saputo approfittare abbastanza né del nostro evidente e diffuso credo europeista né della nostra dimostrata virtù.

V.P. Il tema delle occasioni perdute rischia di essere comune anche alla situazione interna al nostro paese. La tentazione di abbandonarsi alla seduzione mortale del declino, o quanto meno alla sua fascinazione retorica, sembra annidarsi anche dove più forte dovrebbe essere la possibilità di reagire. È come se si fosse rovesciato il noto modo di dire: la ragione, fatta di consapevolezza storica, di analisi oggettiva dei nostri punti di forza e debolezza relativi, di comprensione delle dinamiche profonde della nostra società e della nostra economia, entrambe molto avanzate, ci spinge a essere ottimisti. Ma prevale il pessimismo della volontà. Come se si fosse preda di una stanchezza morale di fondo che si manifesta anche nel tentativo, diffuso a troppi livelli, di sottrarsi alle difficoltà del momento e alle minacce competitive mettendosi al riparo di una qualche forma di rendita protetta. C’è davvero motivo di essere pessimisti?

M.M. Se guardo alla situazione interna del nostro paese, effettivamente vedo anche qui una opportunità che non è stata forse sfruttata fino in fondo. Mi riferisco al fatto che per la prima volta si è realizzata una combinazione di stabilità politica, garantita da una larga maggioranza, con un governo di ispirazione dichiaratamente liberale. L’attesa legittima era che al mantenimento di comportamenti virtuosi nella gestione della spesa pubblica si accoppiassero riforme strutturali coraggiose capaci di dare i giusti stimoli all’economia e alla società italiane. Non mi pare che questa attesa sia stata ancora del tutto soddisfatta. Quanto alla tentazione della rendita penso che esistano solo due modi per combatterla. Uno, il più complesso, agendo sul piano della nostra educazione morale. Se la nostra cultura non approvasse, più o meno esplicitamente, il comportamento di chi è furbo abbastanza da guadagnare senza doversi confrontare con una concorrenza reale e senza, quindi, doversi impegnare fino in fondo per essere migliore, la tentazione sarebbe meno forte e più socialmente stigmatizzata. L’altro modo di combatterla è quello di rendere le rendite impossibili. In fondo, è anche questo quello che ho cercato di fare come Commissario alla Concorrenza. In Italia non abbiamo una lunga tradizione di stimolo e difesa della concorrenza, a garanzia degli interessi di fondo di tutti i cittadini, anche se qualcosa di recente è cominciato a cambiare per esempio con l’introduzione delle Authority. Assegnare loro tutte le risorse e le competenze che sono necessarie per farle funzionare al meglio sarebbe già un modo efficace per ridurre le rendite nel nostro sistema economico, lavorando di concerto con la Commissione Europea che in questo ambito continua a vigilare e ad agire in modo efficace. Non bisogna poi dimenticare che esistono rendite create e garantite da provvedimenti legislativi nazionali; pensi a quelle messe a protezione di ordini e professioni, rispetto alle quali l’Autorità Garante della Concorrenza non può intervenire, dovendosi limitare a segnalare ai singoli governi gli effetti distorcenti che quelle legislazioni hanno sul corretto operare dei mercati e sugli incentivi che orientano i comportamenti degli attori economici. Sarebbe auspicabile che quelle segnalazioni venissero dai nostri mezzi di informazione raccolte, spiegate e amplificate nella loro risonanza presso l’opinione pubblica. Anche in questo modo, infatti, si contribuirebbe a creare quella massa d’urto capace di aprire alla concorrenza spazi sempre maggiori nella nostra economia come in quella dei paesi con i quali ci confrontiamo.

V.P. Di fronte alle difficoltà del momento e alla progressiva scomparsa di imprese italiane capaci di imporsi sui mercati globali in settori strategici come quello della chimica o dell’elettronica, verrebbe da dire che finiremo con il rimpiangere le vecchie e vituperate Partecipazioni Statali e il ruolo che lo Stato ha saputo giocare in passato nell’economia. Questo anche in considerazione della non del tutto brillante prestazione della nostra classe imprenditoriale durante e dopo la fase delle privatizzazioni e della conquista della leadership su nostri mercati chiave da parte di imprese straniere. Davvero corriamo il rischio di provare nostalgia per quella fase della nostra storia economica?

M.M. Io direi di no, anche sulla base delle considerazioni che abbiamo appena svolto e, ancora una volta, dell’esperienza europea. Fin dagli accordi di Roma, chi ha costruito l’Europa Comune, anche dal punto di vista delle regole che ne avrebbero indirizzato lo sviluppo economico, ha deciso di mantenersi assolutamente neutrale in tema di proprietà delle imprese. Non ha cioè preso posizione sulla proprietà pubblica o privata, nazionale o straniera, delle stesse, mentre ha posto una enfasi fortissima sull’apertura alla concorrenza, vista come forza capace di stimolare innovazione e crescita. L’esperienza della Gran Bretagna, che è oggi tra i paesi europei che crescono di più, forse insegna che quelli che si ostinano a difendere il fatto che sul pennone delle aziende di casa propria continui a sventolare la bandiera nazionale non stanno necessariamente difendendo in questo modo anche la causa della creazione di nuove opportunità di occupazione e della crescita del reddito e del benessere in quella particolare nazione. Non ci sono alternative all’impegno e al miglioramento continuo se si vuole rimanere in prima fila nello sviluppo economico.

V.P. Parlando di impegno, speriamo sia legittimo chiederle in quali ambiti intende esercitare il suo nel prossimo futuro, anche se sappiamo che una parte almeno della risposta è scontata.

M.M. Infatti: il mio impegno principale resta al servizio della Bocconi e delle sue strategie di sviluppo, di internazionalizzazione e di stimolo al dibattito civile. Ma c’è anche un altro progetto che mi sta a cuore: il nuovo think-tank nato lo scorso gennaio a Bruxelles, a seguito di una iniziativa congiunta di Jacques Chirac e Gerhard Schröder, del quale sono stato nominato presidente. L’abbiamo chiamato Bruegel, sia in omaggio a un pittore che amo, sia come acronimo di BRUssels European and Global Economic Laboratory (www.bruegel-lab.org).

Si tratta infatti di un centro di ricerca specializzato in tema di economia internazionale e focalizzato su tre ambiti specifici: macroeconomia e finanza internazionale; mercati e regole; flussi migratori e sviluppo. La formula costitutiva è originale perché si basa su una partnership tra alcuni stati europei, dodici per l’esattezza, compresa ovviamente l’Italia, e diciotto grandi aziende, protagoniste della scena economica europea. Le risorse che queste istituzioni hanno conferito al progetto ci consentiranno di introdurre una nuova voce, che vogliamo completamente indipendente e molto autorevole sul piano scientifico, nel dibattito economico, così da offrire un ulteriore aiuto a quanti sono impegnati nella difficile impresa di fare politica per l’Europa. Come vede, la mia Università e l’Europa rimangono le mie passioni dominanti.