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2003/3

Il mio regno per un cavallo


Sarà l’arcivescovo ad accoglierlo vincitore in cattedrale. Ma prima della corsa tutti i cavalli vengono condotti in chiesa per la benedizione di rito. Se uno manca di rispetto al luogo sacro, l’inconveniente è considerato di buon auspicio. Succede a Siena, in occasione del Palio. Carico di furore religioso, il cavallo interpreta in prima persona la storia e le ambizioni di una contrada. Non è raro che la corsa venga vinta da un cavallo “scosso”, giunto cioè al traguardo senza fantino. Per i senesi non è un animale che corre ma “un uomo chiamato cavallo”.

Nel trotto italiano un’altra definizione evoca simili magie: “il fratello del vento”. È Varenne, nato il 26 maggio 1995 in un allevamento italiano collegato a una scuderia francese. L’ambasciata italiana a Parigi ha sede in via Varenne: ecco spiegato il suo nome. Il padre è americano, la madre Ialmaz, italianissima. Ha disputato in carriera 73 corse vincendone 62. Alle sue grandi vittorie assistevano 500 giornalisti e trenta televisioni. Ha un suo sito Internet.

La fortuna non gli arrise subito. Comperato giovanissimo per dieci milioni di lire, fu messo sul mercato in un lotto di puledri. La prima scelta operata da Luciano Moggi, il manager calcistico questa volta non all’altezza della sua fama, non cadde su Varenne. Chi lo acquistò lo restituì al mittente perché aveva un difetto al posteriore destro, un ossicino rimosso al garretto. L’esitazione farà la fortuna di chi lo comprerà per 180 milioni di vecchie lire. A fine carriera avrà vinto 6299942 euro in premi, più 15000 euro per ognuna delle 250 fattrici che ogni anno lo aspettano. Il suo angelo custode è una ragazza finlandese, Iina Rastas, che ha sospeso gli studi di economia per passare una vita con Varenne. Sa tutto di lui: è goloso di carote, viaggia volentieri in aereo, dorme solo quattro ore per notte. Lo coccola ma lo allena alla nordica, con grande intensità e con qualsiasi tempo, non come gli italiani che, quando piove, si fermano.

“Quando gli parlo in finlandese mi capisce benissimo, ma è poliglotta perché ubbidisce anche ai comandi in italiano.” Non è tutto. Henry Blake, specialista in psicologia equina, ha scoperto che il cavallo allo stato brado usa ogni giorno 47 frasi e 54 sottomessaggi. È il loro aziendalese. Del resto, un imprenditore ruspante non usa più di cento termini tecnici in tutto. Un cavallo sa dire a un altro: Chi sei? Cosa è questo? Dove vai? Come stai? Perché ti avvicini? Quando vuoi? Il grande scrittore latino Quintiliano, nella sua Ars Oratoria, suggerisce proprio queste domande ai retori di ogni tempo che si ispirano ai suoi insegnamenti. Non sono molti gli imprenditori italiani che, oltre al loro gergo, parlino almeno due lingue. Stanno peggio i colleghi americani, che neppure immaginano di poterne usare un’altra. Chi conosce una sola lingua non è in grado di assimilare la cultura altrui. Vuole sempre giocare in casa, anche quando si trova all’estero. E si adombra se gli altri lo marchiano come colonizzatore mentale. A lungo andare, vincerà chi parlerà più lingue. Il liceo classico ti insegna latino e greco, due lingue morte: ma ti regala flessibilità mentale.

Si racconta che Caligola avesse nominato senatore il suo cavallo. Tra le tante pazzie di un imperatore bacato, questa fu un lampo di genio. Ricordo una pubblicità elettorale: “Il tuo voto per il Cavaliere”. Alla ricerca di una via di scampo a un’incombente tragedia mi affido più volentieri all’urlo di Riccardo III, immortalato da Shakespeare: “Il mio regno per un cavallo”.