E&M

2002/1

Due microepisodi per iniziare. Innanzitutto, auguri alla signora Rita B., milanese di 68 anni che passerà alla storia per essere stata il primo italiano rapinato in euro (271 per la precisione) da due sconosciuti con accento straniero alle ore 11.30 del 2 gennaio 2002, mentre migliaia di suoi concittadini cercavano inutilmente di prelevare.[1]I due l’hanno avvicinata e, con la scusa di ripulirla di escrementi di piccione, le hanno sottratto la pensione. Fermati poco dopo, si sono difesi affermando di aver scambiato la signora per un bancomat. “Anzi” ha aggiunto uno dei due “lì per lì siamo rimasti sorpresi che non esponesse il cartello ‘Fuori servizio’”.

Secondo episodio. Il 3 gennaio decido di fare benzina in autostrada in una stazione di servizio in Alto Adige. Mi avvio a pagare e compare il conto in lire. Dico: “Scusi, quanto fa in euro?”. L’inserviente, una specie di Gustav Thoeni biondo e con un accento che neanche tenendo una patata in bocca si riuscirebbe a parlare peggio in italiano, mi risponde: “Poziamo fare anche in lira, si vole”. “Vorrei fare in euro” replico. Risposta “Mi spiace, non siamo ankora atrezati di kazza. Non ziamo tetezchi”. Rimosso l’istinto di sostituire la patata in bocca con un’intera confezione di minestrone, gli chiedo se per lui fa lo stesso se saldo il conto in canederli. Poiché lo statuario shultzenstaffen mostra un senso dell’umorismo pari a quello di un würstel, cedo e pago in lire, mentre il mio cervello vola con un misto di invidia e simpatia alla Gran Bretagna, al punto che mi verrebbe voglia di fare contromano tutta la Brennero-Modena per mostrare solidarietà ai perfidi albionesi. Tornato infine a Milano noto che, per un imprevedibile errore di calcolo, l’80% dei prezzi è stato ritoccato al rialzo da ingenui commercianti che, per evitare rogne fastidiose, anziché alzare i prezzi in euro e farsi beccare dalla Guardia di Finanza, hanno provveduto a elevare direttamente il prezzo in lire: “Così è più comodo fare i conti” si sono difesi. Però, alla fine, l’euro è entrato nelle nostre vite.

Ma riepiloghiamo le tappe. Il 15 dicembre 2001 le banche e le poste hanno messo a disposizione dei cittadini l’euro-kit, equivalente a 25000 lire ma con un peso specifico una via di mezzo tra il plutonio e un piatto di luganega ingerito nel Sahara. Mio padre ne ha presi addirittura due: uno da chiudere immediatamente in una cassetta di sicurezza per vedere se tra vent’anni se ne cava qualcosa in termini numismatici; l’altro da usare come zavorra per il suo completo da sub. Il 25 dicembre ho regalato trenta portamonete ad altrettanti amici, ricevendone in cambio altrettanti portamonete. Il 1° gennaio ho finalmente potuto pagarmi un caffè in lire, ottenendo il resto in lire, ma costringendo me e il barista a complicati calcoli in euro. Il 2 gennaio ho fatto la prima coda autostradale dell’anno nuovo, perché il casellante ha cercato di rifilarmi il resto in patacones (la moneta ufficiale del distretto di Buenos Aires) con la scusa che aveva terminato tutte le altre valute. Il 3 gennaio, la cassiera del supermercato ha arbitrariamente trasformato un 3 x 2, in un 0,001549 x 0,0010329. Il 4 gennaio ho cercato di prelevare da sportelli bancomat dislocati in varie parti del pianeta, ottenendo dalle simpatiche macchinette risposte che andavano da “momentaneamente fuori servizio” a “oggi ho le palle girate” (ma, a onor del vero, solo in un caso, dal bancomat è uscito un furtivo dito medio). Il 5 gennaio ho ricevuto la mia prima multa per divieto di sosta in euro (la moneta unica non ha evidentemente prodotto alcun mutamento genetico negli ausiliari del traffico). Il 6 gennaio, finalmente, il barista mi ha fatto pagare in euro, dandomi però il resto in caramelle, perché sprovvisto di monete da due centesimi. Dal 7 gennaio in poi, infine, la situazione si è stabilizzata. Pago il caffè 0,83 euro, le sigarette 2,48 euro e la macedonia di mezzogiorno da 4,73 (senza fragole) a 5,46 euro (con le fragole), giro con un portafoglio, un borsellino, un euroconvertitore e cerco di mostrarmi felice.

Mi sono documentato su tutto. Per esempio, so che le banconote sono così a prova di falso che se un commerciante cerca di aumentare i prezzi si rifiutano di pagare. So che le monetine sono state concepite per sviluppare forme di vita intelligente dentro il borsellino e riconoscere il proprio padrone al fiuto. So che le minuscole monete da un centesimo, se si perdono (sono tanto minuscole che quando Silvio Berlusconi le ha ricevute come resto al bar si è allarmato, avendole scambiate per “cimici”), sono state addestrate per rispondere al fischio del proprietario. So che tutte le banconote dispongono di una placchetta olografica che se la si gira di traverso si vede Tele+ senza parabola e se li si capovolge viene giù la neve. Insomma, mi considero una persona documentata. Ma questo non significa che la mia vita sia più semplice. Come la maggior parte delle persone sono costretto a estenuanti acrobazie per determinare la convenienza relativa di un’acqua minerale rispetto a un’altra: traduco in lire, ritraduco in euro, confronto il prezzo al litro in almeno tre unità di misura e devo applicare equazioni differenziali non finite per decidere. Sono sicuro che ognuno, in cuor suo, sta cercando di sviluppare efficaci algoritmi per ridurre i processi di calcolo. Ognuno ci mette impegno e ingegno. Ho visto massaie sviluppare sistemi frat-tali, basati sul principio degli attrattori strani (tanto strani che, comunque la metti, il prezzo in euro è più alto che in lire), dispiegare il tutto su assi cartesiani di Lorentz, sparare il risultato in un superacceleratore di particelle (al Super-Discount hanno assunto un sosia di Carlo Rubbia per ogni punto vendita) e ottenere equivalenze approssimate tra chili e muoni. Ma, nonostante questo, mi rendo conto che il passaggio non sarà indolore per nessuno. È come se ci dicessero che da oggi la statura si misura in zirchioni (pari a 1936,27 millimetri), e che le dosi di riso, anziché in pugni a testa, debbano essere calcolate in pirifottoli (7,7 yarde cingalesi equivalenti alternativamente a 3,2 marchi tedeschi e a 21 zirconi). Ci abitueremo anche, però è e rimane contronatura. Certo stiamo meglio degli argentini che di monete ne hanno dodici (per non parlare dei presidenti della repubblica, cinque in meno di un mese – e sono fermo a inizio gennaio: sembra di essere tornati ai bei tempi del nostro centro-sinistra) dai nomi fantasiosi e dal valore altrettanto ridicolo. Che dire, per esempio, dei patacones (non ho idea se abbiano stampata sopra la faccia del commissario Basettoni o quella di Totò, ma il nome non mi dice niente di buono)? O dei chipirones del Tecuman che hanno la caratteristica forma del calamaretto e sono ottimi fritti o saltati in olio e limo-ne? No, no, mi tengo i miei euro-zirchioni, quale che sia il prezzo da pagare. Foss’anche che in futuro dovessi andare a fare la spesa con uno zaino per le provviste e uno per i resti. Mi tengo i miei euro-pirifottoli, anche se già ho nostalgia per il caro simpatico aratro delle 5 lire e ripenso a quando, ogni volta che dovevo andare a comperare le figurine, partivo con un sacchetto di soldini del peso solo di poco inferiore a quello che oggi mi costa un caffè. In fondo, mi dico, tutto cambia per non cambiare. Ed è questo il bello della vita.


Nota 1

Notizia riportata dal Corriere della Sera, 3 gennaio 2001, p. 3.