E&M

2002/1

Banche e rischio di credito: riflessi organizzativi del nuovo accordo sul capitale


Gli anni novanta sono stati caratterizzati da un profondo processo di integrazione e innovazione, finanziaria e tecnologica. L’intensificarsi della concorrenza e l’esistenza di economie di scala, soprattutto in settori con un elevato potenziale di crescita (per es. risparmio gestito, investment banking), sono le determinanti di molti processi di aggregazione che hanno interessato e coinvolgono i principali intermediari finanziari e bancari; spinta propulsiva che non è destinata a esaurirsi nel breve periodo. Questi cambiamenti hanno evidenziato le criticità dello schema regolamentare definito dalle autorità di vigilanza bancaria a livello internazionale con l’adozione dell’accordo sul capitale del 1988, impostato su una relazione fra patrimonio e rischiosità aziendale basata su una rappresentazione semplificata dell’attività. In tale impostazione la norma agisce con parametri standard in una realtà aziendale ritenuta omogenea. Con il tempo questo assunto è venuto a cadere. La nuova proposta offre condizioni di parità prospettando un impianto regolamentare all’interno del quale ogni intermediario può ricercare il suo punto di “ottimo” che le autorità sono disposte a far proprio nel rispetto di alcune condizioni. In questo senso le scelte sono aziendali, non regolamentari, pur in presenza di un forte interesse delle autorità a una loro adozione da parte dei maggiori gruppi anche in funzione degli obiettivi istituzionali di stabilità delle singole istituzioni e del sistema nel suo complesso. Sistemi di valutazione avanzati, incidendo sulle politiche di pricing, possono altresì favorire un innalzamento del tono concorrenziale e un miglioramento complessivo del rapporto rischio/rendimento aziendale.

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