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2011/6

Inside Job. Anatomia di un crimine finanziario


Premiato con l’Oscar per il miglior documentario 2011, Inside Job di Charles Ferguson è un resoconto incalzante e spietato della crisi finanziaria che a partire dal 2008 ha messo in ginocchio l’economia americana con la responsabilità diretta e sconcertante di grandi manager, squali della finanza e anche di membri dell’esecutivo.

Inside Job

Regia: Charles Ferguson

Documentario

USA, 2011

 

Qualcuno l’ha definito il più terrificante horror dell’anno. E in effetti, anche se non ci sono schizzi di sangue sullo schermo, e se i mostri che si vedono in giro non hanno né denti aguzzi né andatura da zombie, ma vestono eleganti completi d’alta sartoria, il film di Charles Ferguson Inside Job (Oscar al miglior documentario 2011) ha tutte le caratteristiche di un film dell’orrore: mette in scena una minaccia che insidia in modo spaventoso la sopravvivenza stessa di un’intera comunità. Il guaio è che la minaccia, invece che da fuori viene da dentro, dal cuore stesso del sistema: dai colossi della finanza come Bear Stearns e Lehman Brothers, dai CEO di grandi aziende che si assicurano liquidazioni pazzesche mentre mandano in rovina migliaia di famiglie e mettono in ginocchio l’intera economia, dai prestigiosi accademici ben pagati per nascondere la verità nei loro studi, dai politici che hanno consentito la speculazione e in ogni caso non hanno fatto nulla per fermarla. La denuncia di Ferguson è precisa, secca, documentata, in fondo accessibile anche ai non addetti ai lavori. Ed è più convincente – nella sua ostentata “neutralità” – di tanti pamphlet più o meno urlati da Michael Moore. Al confronto con i finanzieri che si vedono in Inside Job anche uno squalo come Gordon Gekko, recentemente riesumato da Oliver Stone in Wall Street. Il denaro non dorme mai, sembra davvero un pivellino. O un operatore della finanza sociale. Ne discutono, come di consueto, Gianni Canova e Severino Salvemini.

 

S.S. Inside Job è una vera e propria lezione di economia in forma di film. Ha un linguaggio tecnico ma accessibile anche ai non addetti ai lavori. Lo si segue col fiato sospeso. E il disastro economico viene raccontato come se fosse un thriller, mettendo solamente i fatti uno in fila all’altro, e impaginandoli nei diversi capitoli che compongono il racconto (“Come ci siamo arrivati”, “La bolla”, “La crisi”, “Le responsabilità”, “A che punto siamo”). Proprio per questa chiarezza, per questa capacità di essere coinvolgente e sconvolgente, mi stupisce molto che il film non sia stato distribuito in Italia, e che sia uscito un po’ in sordina solo in DVD.

 

G.C. Io non mi stupisco. Ricordo piuttosto che siamo l’unico paese occidentale in cui l’economia e l’audiovisivo (cioè due discipline essenziali per comprendere il presente) non sono materie curriculari nelle scuole. Ci sarà pure un perché. Inside Job è cinema che parla di economia: il peggio del peggio per le élite conservatrici che dominano il nostro paese…

 

S.S. Inside Job si colloca a metà tra il documentario Enron, del 2005, chiamato non a caso “L’economia della truffa”, dove i protagonisti veri raccontavano ciò che era accaduto e il processo nelle aule dei tribunali, e il film di Oliver Stone che richiamavi poc’anzi anche tu, dove invece l’avidità dei protagonisti è ritratta attraverso la fiction. Forse Inside Job appartiene a un genere narrativo per certi versi simile a Gomorra di Saviano: potremmo definirlo non fiction novel…

G.C. La dimensione del racconto c’è, senza dubbio. Ed è pure un racconto a forti tinte. Armageddon, tsunami. Mi ha molto colpito il lessico usato da molti degli esperti e degli analisti intervistati da Ferguson nel film. È il tipico lessico apocalittico. Evoca una catastrofe disastrosa. Un danno irreparabile. Una paura viscerale. Eppure, la cosa che più inquieta lo spettatore – o che, quanto meno, ha inquietato me come spettatore – è il fatto che quasi tutti i responsabili dell’armageddon finanziario, quelli che non hanno nemmeno accettato di essere intervistati per Inside Job, sono ancora lì e ancora detengono le leve del potere finanziario e quindi anche di quello politico.

 

S.S. Certo. Alan Greenspan, presidente della Fed scelto da Ronald Reagan, confermato da Bush padre, riconfermato da Clinton e confermato per l’ennesima volta da Bush figlio. Ben Bernanke, presidente della Fed scelto da Bush figlio, riconfermato da Barack Obama. C’è una continuità impressionante e trasversale. Inside Job (il titolo riprende l’espressione inglese che indica il crimine commesso da chi ha “le mani in pasta”) ci ricorda che la lobby finanziaria ha ancora oggi un’enorme influenza politica e che Wall Street continua a tenere in scacco Washington. Non per niente, le tante azioni anti-deregulation che aveva annunciato Obama nei suoi programmi presidenziali sono rimaste tutte inattuate.

 

G.C. Il film è anche un atto d’accusa nei confronti della responsabilità degli intellettuali e degli accademici. Io ho trovato molto interessante l’incipit del film sulla crisi che ha ucciso la fiorente economia islandese e sui rapporti di consulenza redatti dai guru economisti americani, pagati per scrivere che la deregulation finanziaria della piccola isola scandinava sarebbe stata la ricetta giusta per garantire una florida ricchezza, salvo poi smentire rapidamente di aver scritto quelle cose, quando alla fine del duemila avviene il crack dell’economia islandese.

 

S.S. In molti dibattiti e in molti articoli di questi ultimi anni si è discusso a lungo circa un’eventuale responsabilità di quegli accademici economisti che, sotto la spinta di un forte liberismo, hanno strenuamente spinto la deregolamentazione finanziaria. In Europa, e in Italia in particolare, questo tema è rimasto abbastanza marginale, ma nel documentario viene approfondito con durezza e determinazione. I più influenti economisti che insegnavano allora nelle più reputate scuole di business statunitensi erano non solo consulenti governativi o della Federal Reserve, ma contemporaneamente erano a libro paga delle maggiori banche di investimento in qualità di esperti monetari o di speaker ai simposi o di membri dei board. E ciò, connesso alle molteplici donazioni che le banche di investimento facevano alle più prestigiose università, produceva un circuito collusivo che alimentava la profezia del “tutto è sotto controllo”. Infatti, è vero che sono mancate le indagini o che le reazioni sono state troppo tardive, ma ciò è determinato dal fatto che le poche voci distoniche venivano liquidate come “antiprogressiste”.

 

G.C. … Gli economisti erano “embedded”. Come dice uno degli intervistati descrivendo l’operato degli executive delle società finanziarie dopo la deregulation iniziata da Reagan, “è stato come per le volpi avere accesso all’interno del pollaio”. Cartolarizzazioni, mutui predatori, frodi epidemiche, avidità sfrenata. E totale senso di impunità: le agenzie di rating che valutavano con la tripla A prodotti spazzatura e che in questo modo quadruplicavano i loro profitti sono ancora lì che stilano giudizi, declassano, abbassano, bocciano e promuovono. Se le loro valutazioni si rivelano inesatte essi non hanno responsabilità. Eppure decidono – e continuano a decidere – le sorti del mondo. Di un mondo in cui i governi democraticamente eletti sono ridotti – come si dice nel film – a uffici di pierre per le banche e in cui governano organismi che non sono stati eletti da nessuno. È con questo quadro sconfortante – ci dice Inside Job – che siamo chiamati tutti a fare i conti.