Anticipazioni

Francesco Daveri

La produttività mancante: in politica e nei dati


Anticipiamo di seguito l'articolo di Francesco Daveri per Euroscenari in uscita sul n. 4/2018 di Economia & Management.

Il Contratto per il governo del cambiamento alla base del programma del nuovo esecutivo Giuseppe Conte-Luigi Di Maio-Matteo Salvini ha identificato 30 temi su cui incentrare l’attività di governo. Si va dal fisco al reddito di cittadinanza, dalle pensioni allo sport, dalla sicurezza e legalità alla tutela del risparmio, e molti altri. Proprio per l’esaustività dei temi trattati nel contratto salta dunque all’occhio una voce mancante dall’indice del contratto: si tratta della produttività. Per la verità, nel contratto la parola «produttività» compare una sola volta. La citazione riguarda l’esigenza di sottoporre a verifica la piena funzionalità «del personale amministrativo degli uffici giudiziari, con attenta valutazione della relativa produttività». Nessuno può mettere in dubbio che la produttività di chi lavora nei tribunali sia una variabile importantissima e che un aumento di produttività nell’amministrazione della giustizia sarebbe un importante contributo ad accorciare la durata dei processi, spesso citata come una delle concause dell’insufficiente afflusso di capitale estero nel nostro Paesae. Ma quando si parla di produttività nell’economia italiana si intende qualcosa di più generale e rilevante dal punto di vista quantitativo.

La produttività nei dati

Parlando di produttività, con riferimento alle statistiche riportate da Nicola Nobile in un recente incontro promosso da Oxford Economics, si potrebbe ricordare che, in buona sostanza, negli ultimi 16 anni in Italia il prodotto per ora lavorata è rimasto inchiodato al livello del 2001. Durante lo stesso periodo di tempo, lasciando da parte il caso irlandese dove la produttività è cresciuta a ritmi superiori al 2 per cento annuo, negli altri grandi Paesi dell’eurozona, la crescita annua dello stesso indicatore si è invece collocata tra il +0,7 per cento della Francia e il +1 per cento della Germania, passando per il +0,9 per cento della Spagna. Fatta 100 la produttività del lavoro nel 2001, in Italia oggi è ancora più o meno inchiodata a 100 mentre la Francia è a 112,5, la Spagna a 115 e la Germania a 118.

Da questi pochi dati risulta chiaro che negli anni Duemila ci siamo persi qualcosa. C’è stata l’entrata della Cina nel WTO che ha distrutto il manifatturiero italiano, low-cost e low-tech com’era una volta. C’è stato anche l’ingresso nell’Eurozona che ha cancellato l’autonomia precedente nella conduzione della politica monetaria e del cambio. In ogni caso è mancata la comprensione che, in un mondo globale e con una moneta unica condivisa con altri Paesi sia partner sia concorrenti, in Europa non era arrivato il mondo del Bengodi dei bassi tassi di interesse: piuttosto, al posto delle svalutazioni competitive dei decenni precedenti era cominciata la gara delle riforme. Una gara che l’Italia ha drammaticamente perso.

Italia, Francia e Germania a confronto

E così ora le aziende private italiane si ritrovano a generare un prodotto per occupato di 47.000 euro annui, nettamente inferiore ai 55.000 e 63.000 euro registrati per la media delle imprese tedesche e francesi. Lo si ricorda sempre, ma vale la pena di ripeterlo: la dimensione d’impresa pesa in negativo, almeno sui dati di produttività. L’Italia ha tante piccole imprese in più della Germania e le piccole imprese sono meno produttive delle grandi. Da noi le imprese con un numero di occupati inferiore a dieci sono 3,5 milioni, il 95 per cento del totale delle imprese registrate da Eurostat per l’anno 2015. In Germania tali imprese non arrivano all’82 per cento del totale.

Ma dietro agli insuccessi della produttività italiana non c’è solo la numerosità delle piccole imprese. C’è anche il fatto che le nostre piccole imprese sono mediamente meno produttive delle imprese delle stesse dimensioni in altri Paesi. Una piccola impresa italiana (sotto ai dieci occupati) ha un valore aggiunto per occupato di soli 29.000 euro, mentre le piccole aziende tedesche e francesi esibiscono rispettivamente un valore aggiunto per occupato rispettivamente pari a 43.000 e 54.000 euro.

Insomma, le nostre piccole imprese sono tante e relativamente poco produttive rispetto alle imprese omologhe degli altri grandi Paesi europei. Con specificità settoriali. Rispetto alla Germania, il divario di produttività delle piccole italiane si concentra nel settore manifatturiero e in quello dei trasporti, mentre nel resto dei servizi privati la Germania condivide le stesse difficoltà che si riscontrano nell’economia italiana. Quando si confrontano i dati italiani con quelli della Francia, invece, il divario manifatturiero è meno marcato, mentre le distanze di produttività nei servizi appaiono molto più pronunciate. Una piccola azienda italiana del settore distributivo ha un valore aggiunto per occupato di 18.000 euro, mentre una francese arriva a 37.000 euro, più di due volte di più. Nel turismo, un piccolo B&B italiano fa registrare 16.000 euro per occupato contro i 37.000 euro del concorrente francese. Infine, il divario riguarda anche la produttività registrata nei servizi professionali (il cosiddetto terziario avanzato): la produttività dei piccoli studi italiani si ferma a 37.000 euro contro i 66.000 euro degli omologhi francesi.

Produttività, salari e competitività

Infine, sempre parlando di produttività, non si può fare a meno di ricordare qualche numero sulle altre parti del puzzle, cioè i salari e la competitività. Come indicato dall’OCSE nel report Taxing Wages, lo stipendio medio mensile di un lavoratore per un’azienda italiana è oggi pari a 2426 euro al mese, tasse e oneri sociali compresi. Nei Paesi dell’Est Europa appartenenti all’Eurozona lo stesso costo è pari a circa la metà (1096 euro in Slovacchia, 1201 in Estonia), così come anche in Portogallo (1144 euro) e in Grecia (1092 euro). Negli altri due Stati baltici nell’Eurozona le compensazioni lorde mensili sono molto inferiori: 851 euro in Lituania e addirittura 669 in Lettonia – un dato quest’ultimo non troppo lontano da quello calcolato per l’economia cinese. L’esame comparato di questi pochi dati porta una semplice conclusione: chiaramente l’Italia non può guadagnare competitività lasciando che il punto di riferimento per le condizioni contrattuali dei propri lavoratori siano fissate a Bratislava, Lisbona o – peggio ancora – Pechino.

Il riferimento obbligato per un Paese a industrializzazione matura come l’Italia è – e non può non essere – quello dei Paesi dove i salari sono più alti. Nei Paesi dell’Europa continentale i salari medi sono pari ad almeno 3000 euro mensili (è il caso della Francia), per salire ai 3400 euro di Belgio, Olanda e Finlandia, fino ai 3779 euro lordi registrati per un lavoratore medio in Germania. La lezione da capire (e se possibile mettere in pratica da noi) è che livelli salariali così elevati non sono però il risultato dell’efficacia negoziale delle organizzazioni sindacali del Centro e Nord Europa. Una spiegazione più plausibile per gli alti salari la si trova guardando ai dati di crescita della produttività manifatturiera (quella più facile da misurare con precisione) su lunghi periodi di tempo. Con una produttività che non decolla – nelle forme e nei modi descritti sopra – i conti non tornano né per le aziende italiane, spesso indotte a spostare le loro produzioni altrove, né per i lavoratori, con guadagni netti tartassati da alte tasse sul lavoro.

Eppure va registrato che qualcosa si è mosso negli ultimi anni. Tra il 2013 e il 2016, cioè da quando la ripresa europea e italiana ha cominciato ad accelerare, i divari di crescita si sono ridotti. La produttività manifatturiera ha continuato a galoppare nel resto dell’Europa (+8,7 per cento in Germania, +7 per cento in Francia, +10 per cento nell’Eurozona nel suo complesso). Ma nello stesso periodo anche la manifattura italiana si è ben difesa, facendo registrare un buon +6,4 per cento. Malgrado le polemiche, dunque, dopo tanti anni di crisi e di mancato decollo produttivo, la strada imboccata negli ultimi anni mostra un inizio di inversione di tendenza rispetto al declino.

Nell’insieme, i dati riportati mostrano che la produttività mancante è in parte dovuta alle diseconomie associate a un’insufficiente dimensione d’impresa. Per far crescere le piccole e trasformarle in medie e grandi imprese, alcune misure esistono già, come l’ACE (Aiuto alla Crescita Economica), il trattamento fiscale favorevole del reinvestimento degli utili aziendali, attuato dal governo Monti. Ma i dati dicono anche che per le piccole aziende sarebbe comunque possibile diventare più produttive rimanendo di dimensioni contenute, se solo la politica gliene desse l’opportunità, aiutandole non con i sussidi o i dazi ma con la semplificazione e la riduzione degli oneri di fare impresa. I progressi vanno consolidati, non sprecati con giravolte protezioniste.

(Francesco Daveri è Professor of Practice di Macroeconomics ed è Direttore del Full-Time MBA presso SDA Bocconi School of Management)

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