Anticipazioni

Alessia Amighini

Il vero prezzo dei dazi USA-Cina


Anticipiamo di seguito l'articolo di Alessia Amighini per Euroscenari in uscita sul numero 3/2017 di E&M

Il recente annuncio dell’amministrazione Trump di voler applicare dazi all’importazione negli Stati Uniti di una serie (ancora non ben specificata) di prodotti cinesi nella misura del 25 per cento, con l’obiettivo di colpire circa 60 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina – su un totale di oltre 505 miliardi nel 2017, secondo lo US Census Bureau – ha fatto sorgere timori di un’imminente guerra commerciale tra le due economie più grandi del pianeta. Uno scenario di questo tipo è stato da più parti scongiurato in quanto un’escalation di dazi tra i principali Paesi esportatori del mondo avrebbe conseguenze devastanti sul commercio e la crescita di tutti.

Il disavanzo statunitense

Motivo della minaccia è l’elevato disavanzo commerciale statunitense, che con la Cina ha raggiunto ormai i 375 miliardi di dollari, un saldo che Trump considera troppo alto e «fuori controllo». Si tratta del disavanzo commerciale più alto che un Paese abbia mai registrato, e che a gennaio 2018 ha raggiunto il valore più alto dal 2008, in crescita soprattutto sul bilaterale verso la Cina del 16,7 per cento. A ben vedere, è la ripresa della domanda statunitense che ha fatto crescere i consumi e le importazioni di molti beni di consumo, tra cui automobili, cellulari e farmaci dalla Cina, verso la quale sono aumentate anche le esportazioni americane, sebbene a ritmo inferiore. Ma, attaccando commercialmente la Cina, Trump, a poco più di un anno dal suo insediamento, mette a segno un altro colpo per esaudire le promesse elettorali di riportare l’America great again: promette di far rivivere settori e territori, tra cui la Rust Belt, che più di altri hanno vissuto la deindustrializzazione causata dalla concorrenza sleale delle merci cinesi e il declino economico seguiti alla riorganizzazione internazionale delle filiere manifatturiere.

Benché un disavanzo elevato e/o crescente non sia un problema di per sé, in quanto corrisponde semplicemente a un aumento dell’afflusso netto di capitale, in questo caso gli Stati Uniti si trovano legati a doppio filo alla Cina, con la quale hanno al contempo il maggior disavanzo e dalla quale ricevono crescenti investimenti, diretti e finanziari, orchestrati in ultima istanza dal partito comunista cinese. La disputa commerciale è quindi un buon pretesto per sollevare due temi ben più ampi: uno politico e uno economico.

Il tema politico

Il tema politico è il confronto tra due superpotenze economiche ispirate a principi profondamente diversi, nel quale gli Stati Uniti – molto diversificati al loro interno, anche quando vanno democraticamente alle urne, tra chi ha beneficiato e chi ha perso dalla globalizzazione (gli elettori di Trump) – sono tallonati sempre più da vicino da una Cina oggi ancora più che in passato autoritaria e centralizzata, guidata da un presidente che si è appena fatto estendere il mandato a vita e ha dichiarato di voler far diventare la Cina leader tecnologico mondiale a suon di sussidi pubblici (strumento che anche gli Stati Uniti hanno regolarmente utilizzato, in un sistema democratico) e acquisizioni di imprese e tecnologie estere. Tali acquisizioni sono quasi sempre realizzate da imprese controllate e/o finanziate dallo Stato, e di conseguenza configurano situazioni ben diverse da semplici investimenti diretti esteri tra imprese indipendenti, ma appropriazione di tecnologia o know-how da parte di uno Stato, per di più autoritario. Quando le acquisizioni cinesi all’estero riguardano settori sensibili o strategici, è evidente che quello che in altre circostanze sarebbe un semplice investimento diretto estero nel caso degli investimenti cinesi negli Stati Uniti diventa un tema di sicurezza nazionale. Infatti, è proprio la sicurezza nazionale (in base alla Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962) che viene invocata nel caso dei dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio, input non solo di molti settori manifatturieri, ma anche dell’industria bellica.

A questo proposito, è utile ricordare che nel pensiero strategico cinese si è fatto strada, a partire dall’epoca di Mao Zedong in avanti, il principio della fusione tra il settore civile (intenso in senso lato) e il settore militare. Questo principio ha assunto connotati sempre più definiti, raggiungendo la forma attuale che va sotto il nome di junmin ronghe (军民融合) traducibile come «fusione civile-militare». Questo principio è diventato, sotto la presidenza di Xi Jinping, non solo una linea guida, ma anche un vero e proprio principio strategico. Xi Jinping ha infatti creato nel novembre 2013, durante il terzo plenum del XVIII congresso del partito comunista, il Military Civilian Fusion Leading Small Group (军民融合领导小组 – junmin ronghe lingdao xiaozu) per studiare quali formule amministrative e logistiche implementare per la realizzazione di questa fusione su più livelli operativi. Il junmin ronghe è volto alla creazione di forme di interdipendenza tra il settore militare e quello civile/industriale, il cui obiettivo principale è la promozione di una più profonda sinergia tra l’assetto industriale e quello militare per il perseguimento di interessi nazionali. Per esempio, le aziende di proprietà statale (SOEs, state-owned enterprises) dovranno anche essere pronte a creare un’economia necessaria per la mobilitazione militare. E non solo. Il junmin ronghe prevede, inoltre, la penetrazione capillare del settore militare all’interno di quello industriale, così che l’obiettivo strategico nazionale in senso ampio venga perseguito anche attraverso lo sviluppo industriale. In questo modo, l’espansione economica cinese su scala globale non riguarderà soltanto il business, ma anche attività di natura puramente strategico-economica, dove il settore industriale, intrecciandosi con il valore militare, assume un carattere sempre più strategico per la sicurezza nazionale.

Il tema economico

Il tema economico che Trump solleva con la minaccia di innescare una guerra commerciale è l’ingenuità con la quale il sistema multilaterale degli scambi ha accolto la Cina, nella speranza e con la rassicurazione che le riforme promesse in sede di adesione sarebbero state compiute. L’«aggressione economica» di cui Trump accusa la Cina a danno degli Stati Uniti è stata perpetrata per decenni sotto forma di acquisizione e acquisto di tecnologia attraverso pratiche di licenze di trasferimento tecnologico imposte alle imprese statunitensi (al pari di tutte le imprese estere) che hanno operato in Cina. Tali pratiche, contrarie ai principi fondamentali del WTO, costituirebbero un’acquisizione indebita di proprietà intellettuale, problema da tempo lamentato non solo dalle imprese statunitensi, ma da tutte le imprese estere in Cina.

Le acquisizioni e l’apprendimento tecnologico hanno permesso alle imprese cinesi di ambire a diventare presto, idealmente entro il 2025, come dichiarato nel piano Made in China 2025, leader mondiali in settori avanzati, tra cui le nuove tecnologie dell’informazione; macchine a controllo numerico e robotica; attrezzature aerospaziali; strumenti per ingegneria oceanica e imbarcazioni hi-tech; materiale ferroviario; veicoli a risparmio energetico e a energia nuova; attrezzature elettriche; nuovi materiali; medicina biologica e apparecchiature mediche; macchinari agricoli. Gli international champions che tale programma di propone di creare non solo sono imprese di Stato (autoritario), ma sono ancor più grandi di quanto non fossero e generano enorme sovraccapacità in molti settori, deprimono i prezzi e in tal modo scalzano gli altri fuori dal mercato. È questa concorrenza di Stato che Trump cerca maldestramente di placare minacciando di ricorrere ai dazi.

Il prezzo dei dazi

Purtroppo, i dazi sono lo strumento protezionistico più inefficiente e vetusto, le tasse sulle importazioni, che hanno molti svantaggi certi a fronte di pochi e incerti benefici (come ha insegnato al mondo l’esperienza americana dello Smoot-Hawley Tariff Act del 1930). I dazi di certo faranno aumentare i prezzi di molti beni di consumo, anche quando fossero imposti solo sulle importazioni di beni capitali o intermedi, il cui maggior costo si riverserebbe comunque sul prezzo finale. A nulla serve la precisazione del Dipartimento del Commercio americano che i beni di consumo non dovrebbero essere inclusi nella lista. Inoltre, i dazi scatenano ritorsioni i cui effetti sono poco prevedibili, ma di certo, come ha già lamentato la National Retail Federation, faranno star peggio gli esportatori americani e anche le imprese che producono con input importati.

Poiché il costo politico di un’eventuale guerra commerciale è molto più elevato per Trump che per Xi, sia oggi (perché il costo sarebbe pagato dai consumatori americani), sia in futuro (perché Xi, a differenza di Trump, non ha bisogno di essere rieletto), com’era plausibile la minaccia dei dazi e delle ritorsioni che la Cina ha già annunciato sembra essere servita ad alzare la posta nei dialoghi e negoziazioni tra i due protagonisti del più elevato squilibrio macroeconomico internazionale mai registrato nella storia. Secondo il Wall Street Journal, i veri obiettivi della minaccia di imporre dazi da parte degli Stati Uniti sono una serie di concessioni da parte cinese che includono una riduzione dei dazi cinesi sulle automobili statunitensi, più acquisti di semiconduttori americani e un maggiore accesso al settore finanziario cinese da parte di aziende statunitensi.

Quali conseguenze per il resto del mondo e per l’Europa? Supponendo che l’eventualità di una vera e propria guerra commerciale si possa ritenere improbabile (avrebbe di certo conseguenze negative sul commercio e la crescita mondiale, Europa inclusa), la deriva protezionistica di Trump e il tentativo di negoziare bilateralmente concessioni cinesi per le imprese statunitensi ha sull’Europa conseguenze di breve e di medio-lungo periodo. Nel breve periodo, un’eventuale apertura selettiva della Cina agli Stati Uniti nei settori da questi ultimi individuati – automotive, semiconduttori e finanziario – avrebbe un effetto devastante sulle imprese europee di questi settori, che sarebbero facilmente estromesse o precluse dal mercato cinese (ricordiamo per esempio che molte case automobilistiche europee stanno in piedi grazie al mercato cinese). Nel medio-lungo periodo, gli effetti potrebbero essere ancor più preoccupanti. Dopo il ritiro unilaterale dal TPP – l’ambizioso mega-accordo economico transregionale che Obama aveva elegantemente costruito tra Americhe, Giappone e Sud-Est asiatico per contrastare l’ascesa commerciale cinese – e le critiche reiterate di inefficacia al WTO, l’intento di Trump di riprendere a piene mani la leva del potere a scapito delle regole dell’attuale sistema multilaterale (sebbene imperfetto e incompiuto) degli scambi e un eventuale accordo commerciale tra le due economie più grandi del mondo segnerebbero la fine del multilateralismo, e con esso di un sistema di scambi fondato sulle regole e sulla non-discriminazione.

(Alessia Amighini è Co-Head of China Programme e Senior Associate Research Fellow presso l’ISPI)

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