Anticipazioni

Giorgio Brunetti, Giuseppe Berta

Verso il Grande Nord?


Nel 2018 ha ancora un senso parlare di Nord-Est e Nord-Ovest come due sistemi produttivi distinti? Quali sono i tratti di fondo che caratterizzano rispettivamente questi territori, quali le prospettive e quali le necessità? Da che tipologie di imprese sono popolati, e come si sono trasformate a partire dalla Grande Crisi del 2007-2008? Su questi temi Economia & Management vuole avviare un dibattito con i propri lettori, a partire da due contributi dedicati al Nord-Est e al Nord-Ovest in evoluzione che appariranno sul n.2/2018 della rivista a firma di Giorgio Brunetti e Giuseppe Berta. Invitiamo tutta la community E&M a inviarci esperienze, commenti, e riflessioni sull’argomento scrivendo all’indirizzo redazione@economiaemanagement.it. Una selezione di questi spunti verrà pubblicata su E&MPLUS.

Il Nord-Est tra mito e realtà

di Giorgio Brunetti

Il Nord-Est è tramontato, non è più la locomotiva del Paese, secondo la retorica dell’epoca. Un modello, quello nordestino, di piccole e medie imprese, unico, che si distingue per il forte radicamento nel territorio mediante i distretti e per il suo rilevante contributo all’export. Il mito Nord-Est si è ora omologato al resto del Nord. O meglio, il suo modello si è esteso a tutto il Nord, visto che di grande impresa anche nel Piemonte e in Lombardia quasi non c’è traccia. Dopo la lenta crescita dell’inizio del millennio, sofferta nelle imprese per l’incubo Cina, è poi intervenuta la crisi devastante di questi anni nella quale si è realizzata una selezione darwiniana. Le imprese deboli sono scomparse, rilasciando nell’ambiente tanti debiti e capannoni dismessi, mentre quelle strutturate, innovative e con vocazione internazionale hanno dimostrato una capacità di resistenza oltre le aspettative, sostenendo un’esportazione che è stata l’àncora di salvezza dell’economia produttiva della regione.

In questi ultimi anni il Nord-Est, pur flagellato dalle crisi delle banche popolari, è riuscito, alla grande, ad agganciare la ripresa. Nel campo manifatturiero, che rappresenta oltre il 20 per cento del PIL dell’area, si assiste a una crescente polarizzazione tra aziende che vanno bene, investono, apprendono, cambiano i loro business model per catturare il cliente, e quelle in affanno o che hanno un imprenditore sfiduciato e che non ha più voglia di rischiare. Le prime, spesso operanti in distretti che si sono allungati per intercettare i fornitori migliori, sono state capaci di inserirsi nelle catene globali del valore servendo, in particolare, il polo del lusso francese e l’automotive tedesco.

Oltre alla meccanica e al sistema moda, nel quale vanno comprese l’occhialeria di Belluno e la concia di Arzignano, da segnalare, tra i settori più importanti, pure l’agroalimentare, presente in tutta l’area del Nord-Est, che alimenta con i suoi vini un rilevante export, il mobile di Treviso e Livenza e il polo alimentare di Verona.

Molte imprese stanno investendo, oltre che nelle macchine strumentali, soprattutto nelle tecnologie della manifattura 4.0, sospinte anche dagli incentivi fiscali del Piano Calenda. Tecnologie fondamentali dal momento che danno respiro a queste imprese, anche di minore dimensione, poiché le liberano dalla schiavitù delle economie di scala, oltre a consentire di «promuovere un’offerta potenzialmente su misura costruita sulle richieste della domanda».

Di rilievo è il settore della meccatronica che nel Veneto ha un polo importante che viene subito dopo quello emiliano: un polo localizzato a Vicenza con estensioni verso Rovereto e Trento e a est in direzione di Pordenone. A parte Electrolux, la meccatronica vede protagoniste anche piccole imprese, leader assolute in nicchie di mercato. Sempre in tema di nuove frontiere della tecnologia, vanno ricordati alcuni incubatori come H-FARM, in riva al Sile, che avvia interessanti start-up.

Per queste attività che stanno cambiando pelle si avverte una carenza di capitale umano, di giovani preparati che accettino di entrare nella fabbrica d’oggi. Si richiedono soprattutto ingegneri e diplomati in istituti tecnici. Alcuni bandi di assunzione in industria hanno ricevuto tiepida accoglienza, conseguenza pure di un pregiudizio negativo che esiste nei confronti del lavoro in fabbrica, anche per posizioni qualificate, mentre anche dal Nord-Est migliaia di giovani ogni anno continuano ad andare all’estero per lavorare. Infine, un’ultima notazione. Molte imprese con imprenditori sfiduciati e con famiglie proprietarie in crisi sono preda di fondi e di gruppi stranieri tanto che ormai le imprese in mani non italiane costituiscono una parte non trascurabile dell’assetto produttivo del Nord-Est.

E il Nord-Ovest scopre le medie aziende

di Giuseppe Berta

Nord-Ovest e Nord-Est sono ripartizioni territoriali entrate in uso negli ultimi due decenni del secolo scorso, per sottolineare la distinzione di due sistemi produttivi e territoriali, basati rispettivamente sulla prevalenza del modello organizzativo della grande impresa (il Nord-Ovest) e sul primato dell’economia diffusa e delle piccole imprese (il Nord-Est). Da quasi vent’anni, ben prima dunque che l’irruzione della crisi alterasse in profondità gli equilibri e i modelli produttivi, è in atto un processo di convergenza tra i due territori, perché se il Nord-Ovest ha perso molte delle sue grandi imprese storiche, il Nord-Est ha cessato da tempo di essere un luogo di elezione delle piccole imprese. Semmai, ciò che accomuna le due realtà è il potenziamento della presenza delle medie imprese, oggi il protagonista più dinamico sulla scena industriale.

In un certo senso, il Nord appare oggi come un contesto più omogeneo e anche più amalgamato con l’Italia centrale, con cui condivide molte caratteristiche. Invece il Sud è rimasto largamente estraneo a questa tendenza, tanto che viene da chiedersi se la sua caduta, nel corso degli ultimi anni, non dipenda dalla sua distanza rispetto agli orientamenti economici e imprenditoriali predominanti nelle aree settentrionale e centrale.

Le cose sono rese ancor più complicate dal fatto che, poiché parliamo di una geografia mobile, anche il Nord-Ovest ha visto da ultimo mutare i suoi confini di riferimento. Di recente si propende a non includervi più la Lombardia, che si conferma il fulcro centrale dell’economia italiana grazie a un contributo al PIL nazionale pari al 20 per cento.

Se però si identifica il Nord-Ovest con tre regioni (Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta), balza all’occhio la debolezza dell’area, su cui hanno richiamato più volte l’attenzione le analisi della Banca d’Italia. In particolare, le elaborazioni sulle economie regionali hanno messo in evidenza che, ridefinito in questo modo il Nord-Ovest, esso rivela una minore capacità di crescita sia rispetto alla Lombardia sia al Nord-Est. Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta hanno pagato un alto tributo alla crisi: tanto per fare un esempio, nel periodo 2007-15, il PIL piemontese ha subìto una contrazione pari al 10,8 per cento. Quattro volte di più rispetto al decremento registrato dalla Lombardia.

Il Nord-Ovest paga altresì i costi di un declino strutturale iniziato ben prima della crisi, dalla fine del Novecento. Hanno pesato i processi di ridimensionamento delle grandi imprese (Fiat in testa), ma anche il fatto che la deindustrializzazione si è accompagnata all’espansione di un terziario debole, poco digitalizzato, per nulla internazionalizzato e scarsamente capace di promuovere la qualificazione del capitale umano. Ha inciso altresì il depotenziamento del sistema bancario, che si è concentrato a Milano. Così come hanno influito l’invecchiamento della popolazione (più anziana della media italiana) e il suo modesto livello di scolarità.

Nell’ultimo anno, peraltro, anche il Nord-Ovest ha manifestato segni di ripresa, testimoniati dal buon andamento delle esportazioni. Esistono nel tessuto produttivo nuclei dinamici coesi, anche se circoscritti, come il polo delle imprese meccatroniche. Anche qui si tratta di aziende di dimensioni intermedie, contraddistinte da una forte vocazione all’innovazione e da un’articolata presenza sui mercati mondiali. Perché la loro spinta si consolidi, è necessario tuttavia che si allarghino i loro ranghi e che coinvolgano filiere più estese. Sarà su questo terreno che si misurerà il successo effettivo delle politiche di investimento sostenute dal Piano Industria 4.0.

il grande nord