Anticipazioni

Francesco Daveri

Un 2018 in crescita accelerata


Dopo un buon 2017, l’anno in corso promette bene a livello globale, malgrado i potenziali effetti negativi dell’instabilità politica

Pare proprio che il 2017 possa chiudersi come un anno davvero buono per l’economia. Non solo: nel 2018 la crescita mondiale è data in ulteriore accelerazione verso il 4 per cento. Una tanto felice accoppiata 2017-18 appare particolarmente significativa considerati i tanti focolai di instabilità politica che avevano caratterizzato la seconda parte del 2016 e che sembravano serie minacce per la continuazione della corsa dell’economia mondiale. Per ora l’economia sembra sia riuscita a trasformare efficacemente – come si dice – le sfide in opportunità.

L’economia che prevale sulla politica

L’instabilità politica del 2016 aveva un minimo comune denominatore: la potenziale affermazione quasi planetaria del sovranismo, cioè di una nuova forma di rappresentanza politica che mira a offrire una traduzione politica più immediata (e quindi una soddisfazione) alle esigenze di carattere nazionale espresse da quelle parti dell’elettorato mondiale che si oppongono alla globalizzazione e alle sue manifestazioni. Sotto questa etichetta si possono classificare tanti esempi, i più importanti dei quali sono stati la vittoria del Leave nel referendum sulla Brexit, l’avvento di un – come chiamarlo? – inusuale Presidente americano come Donald Trump, l’attesa di appuntamenti elettorali complicati con la possibile vittoria di movimenti euroscettici e anti-global in vari Paesi europei, il più rilevante dei quali in Francia, dove la leader del Front National Marine Le Pen concorreva per le elezioni presidenziali.

Nel 2017 una buona parte dei timori politici si è rivelata infondata. La Brexit non è ancora cominciata e non si è ancora capito se sarà soft o hard. Trump ha minacciato ma non ancora attuato i suoi intenti protezionistici, mentre per intanto i mercati hanno dato credito alle sue promesse di deregulation e hanno visto arrivare drastici tagli fiscali soprattutto sui redditi d’impresa ma anche destinati alle famiglie, sia pure in misura minore. In Francia, grazie al sistema elettorale a doppio turno, Emmanuel Macron ha battuto nettamente la signora Le Pen al secondo turno dopo una prevalenza risicata sugli altri candidati al primo turno. Gli euroscettici hanno guadagnato terreno ovunque in Europa ma non hanno ancora conquistato né il cuore né il voto dell’elettore mediano. Nell’insieme, questa sequenza di avvenimenti politici più positivi del previsto ha certamente contribuito al ritorno alla crescita dei flussi di commercio internazionale e a orientare in senso favorevole le decisioni di spesa delle famiglie e le scelte di produzione e investimento delle imprese. Al di là del sollievo per i mancati pericoli, rimane però la sensazione che l’economia abbia acquisito una sua stabilità, una certa capacità di fare surfing sulle onde del ritorno della politica nazionale o nazionalista. Almeno fino a che – e sembra che sarà questo il caso anche nel 2018 – le banche centrali continueranno a ricoprire il ruolo di supplenza, di garanti di ultima istanza, che hanno svolto per lo più egregiamente dopo il fallimento di Lehman Brothers nel settembre 2008.

Crescita mondiale in accelerazione

Ad attestare il buon andamento dell’economia sono prima di tutto i dati di crescita provenienti dal mondo nel suo complesso. Secondo le più recenti stime del Fondo Monetario Internazionale (contenute nell’aggiornamento del World Economic Outlook del gennaio 2018), la crescita del PIL del mondo (al netto dell’inflazione) nel 2017 dovrebbe chiudersi con un +3,7 per cento rispetto al 2016, per poi salire ulteriormente al 3,9 per cento nel 2018 e 2019. Si tratta di dati in chiara accelerazione rispetto al 2016, che fece segnare un deludente +3,2 per cento. Ma si tratta anche di anni migliori per circa mezzo punto percentuale rispetto alla media di lungo periodo dell’economia mondiale (pari al +3,4 per cento tra il 1980 e il 2015). Nello stesso modo, il 2016 era stato un anno di crescita lenta, cioè inferiore al trend di lungo periodo per 0,2 punti percentuali.

Un’altra buona notizia sulla ripresa in corso è che l’accelerazione della crescita nel 2017 rispetto al 2016 è il risultato di un consolidamento o miglioramento diffuso delle prospettive economiche in tutte le più importanti aree del mondo, sia quelle più avanzate sia quelle dei mercati emergenti.

I Paesi che il Fondo Monetario definisce come «avanzati» cresceranno solidamente ben più del 2 per cento. Gli Stati Uniti, dopo il deludente +1,5 per cento del 2016, dovrebbero chiudere il 2017 con un buon +2,3 per poi accelerare al +2,7 per cento nel 2018 e al +2,5 per cento nel 2019. Per i Paesi dell’Eurozona il Fondo è – per ora – meno positivo con l’accelerazione al +2,4 nel 2017 (leggermente meglio degli USA, dunque) e una decelerazione di nuovo verso il 2 per cento nel 2018 e 2019. C’è però da dire che la decelerazione arriva sostanzialmente dall’attesa di un rallentamento per Italia e Spagna, che negli ultimi anni hanno sorpreso in senso positivo gli autori di previsioni economiche. Lo stesso vale per la crescita dell’economia britannica: in attesa decelerazione all’1,5 per cento dall’attuale +1,7 per cento, ma che ha finora sempre smentito le previsioni di metà 2016 che, come altre previsioni pessimistiche formulate allora e nei mesi precedenti (per esempio, quella della Bank of England), avevano prefigurato un’immediata e grave recessione già per la seconda metà del 2016 a fronte di un esito referendario in favore del Leave.

Le stime del World Economic Outlook di gennaio 2018 portano buone notizie anche per i Paesi emergenti. Per questo raggruppamento, la previsione del Fondo Monetario è che il 2017 si chiuda con una crescita annua del 4,7 per cento per poi salire verso il 5 per cento nel 2018 e 2019. Anche in questo caso, dunque un’accelerazione di 0,3-0,7 punti percentuali rispetto al +4,3 per cento osservato nel 2016. Un dato da registrare per i mercati emergenti è però che anche il 5 per cento di oggi risulta sensibilmente inferiore alle previsioni di qualche anno fa. Nel 2012 infatti la crescita attesa per i Paesi emergenti nel 2017 era del 6,2 per cento. Il perché della delusione di oggi rispetto ad allora è semplice: in breve, mancano all’appello due dei BRIC, Brasile e Russia. Ambedue i Paesi in passato hanno a lungo beneficiato di elevati prezzi delle materie prime che ne hanno alimentato la rapida crescita economica. Ma poi – finito il periodo di abbondanza con il crollo delle quotazioni dei prezzi dei prodotti primari – sono arrivati gravi episodi di recessione o stagnazione. Solo nel 2017 la crescita è ritornata a Brasilia e Mosca, con un magro +0,7 per cento per il Brasile e un più consistente +1,8 per cento per la Russia. Tutt’altro discorso e tutt’altre cifre invece per quanto riguarda l’altra metà dell’acronimo BRIC, cioè India e Cina. Anche per questi va tuttavia segnalato che la crescita di poco inferiore al 7 per cento prevista per loro – per quanto stellare se confrontata con il passo di tutti gli altri grandi Paesi del mondo – rappresenta un rallentamento rispetto alla crescita prevista nel 2012 per il 2017 (+8,5 per cento per la Cina e +7,5 per cento per l’India).

Più PIL e meno disoccupazione con prezzi stabili

L’accelerazione della crescita ha un’altra faccia della medaglia che assume grande rilevanza sociale, e cioè il calo della percentuale della forza lavoro disoccupata. Negli Stati Uniti, il tasso di disoccupazione è sceso ben oltre la media secolare di 5,5 per cento, fino a sfiorare il 4 per cento nel novembre 2017, il livello più basso dal febbraio 2001. Dati molto simili valgono anche per il Regno Unito dove – sempre nel novembre 2017 - la disoccupazione è scesa al 4,3 per cento della forza lavoro. Il calo nel numero e nella percentuale dei senza lavoro britannici è proseguito, in linea con la crescita del PIL, anche dopo la Brexit (giugno 2016).

Anche nell’Eurozona, dove pure la percentuale di forza lavoro disoccupata rimane molto più elevata, dal settembre 2017 – sotto la spinta del più rapido ritmo di sviluppo economico – il tasso di disoccupazione è sceso sotto il 9 per cento per la prima volta dal 2009 (arrivando in ottobre all’8,8 per cento).

Una delle ragioni che motiva il compiacimento dei mercati a fronte dell’attuale congiuntura è che l’accoppiata tra l’accelerazione della crescita economica e il calo della disoccupazione avviene in un contesto di sostanziale stabilità dei prezzi. Sia negli Stati Uniti sia nell’Eurozona, il continuo calo della disoccupazione non è infatti associato a un riaccendersi dell’inflazione core, cioè dell’aumento dei prezzi della parte del paniere depurata dall’influsso delle componenti più volatili come energia e prodotti alimentari. Mentre in America, da inizio 2016 a oggi, la disoccupazione scendeva dal 5 al 4,1 per cento, l’inflazione calava di mezzo punto percentuale, dal 2,2 all’1,7 per cento. Mentre in Europa l’inflazione core è vicina (ma sotto) all’1 per cento senza evidenti segni di accelerazione.

La mancata accelerazione dell’inflazione va sottolineata. In tutto il secondo dopoguerra fino alla metà degli anni Settanta, infatti, le fasi positive del ciclo economico erano state solitamente associate a una parallela accelerazione nella dinamica dei prezzi. Non a caso, sui libri di macroeconomia da sempre si insegna la curva di Phillips, la relazione negativa tra disoccupazione e inflazione stimata da A. William Phillips in un famosissimo articolo pubblicato nel 1958. Stavolta (già dalla metà degli anni Novanta, veramente) non è così: la ripresa e il parallelo calo di disoccupazione avvengono in un contesto di sostanziale stabilità dei prezzi che – nel dibattito corrente – si traduce come un’inflazione costante e compresa tra l’1 e il 2 per cento. Sembra dunque che la curva di Phillips sia scomparsa. Senza entrare in un dibattito complesso, si può però affermare che un rapido rovesciamento delle forze che hanno tenuto bassa l’inflazione da molti anni (la concorrenza cinese, la legge di Moore, una certa stabilità del prezzo del petrolio) è oggi impensabile. Come dire che la felice combinazione di crescita decente e disoccupazione in calo con inflazione sotto controllo dovrebbe persistere.

Le nubi all’orizzonte

Tutto bene e tutto tranquillo, dunque? No, per almeno due ragioni. In primo luogo, rimane che la crescita dipende troppo dalle banche centrali. Prendiamo l’Europa. Anche nel 2008 e nel 2010 la crescita del PIL dell’Europa viaggiava come oggi a ritmi superiori al 2 per cento, Ma allora la BCE aveva a bilancio solo 1500 miliardi di euro in titoli. Oggi ne ha 4500 miliardi e continua ad acquistarne, a ritmi decrescenti ma mantenendo l’impegno a fare di più se fosse necessario. Che cosa sarebbe della crescita europea senza l’impegno della sua banca centrale a sostegno dell’unione monetaria nessuno lo sa.

A minacciare la crescita (non solo in Europa) c’è poi il persistere e l’ampliarsi delle disuguaglianze. Come si è visto, i dati aggregati evidenziano un netto calo della disoccupazione nelle zone più importanti del mondo. Ma la percentuale dei senza lavoro rimane molto differenziata tra regioni all’interno delle grandi aree geografiche e anche all’interno di nazioni più piccole. Particolarmente significativo il caso di quattro – grandi e meno grandi – nazioni europee dove la disoccupazione nella parte meno dinamica del Paese (per intendersi, la Calabria in Italia e la Vallonia in Belgio) è tre volte maggiore della disoccupazione registrata nella parte più dinamica del Paese (la Lombardia in Italia e le Fiandre in Belgio). La persistenza di differenze regionali alimenta malcontento ovunque. La parte meno dinamica dei Paesi si sente dimenticata e rinvigorisce una domanda di protezione che mal si coniuga con l’adozione di politiche che ne incoraggino una crescita sana e non dipendente da aiuti esterni. Intanto però nella parte più dinamica dei Paesi si sviluppano movimenti autonomisti da parte di coloro che sentono di pagare il conto di un’unione mal congegnata tra diversi. E dal malcontento trae il suo consenso l’imprenditoria politica del populismo sbrigativo.

Quindi, per tornare al punto di partenza dell’analisi, anche se le turbolenze della politica non sembrano per ora lasciare tracce rilevanti nei dati macroeconomici, i potenziali effetti negativi dell’instabilità politica sul clima degli affari e sull’incentivo a investire non possono e non devono essere sottovalutati.

(Francesco Daveri è docente di Macroeconomics e Direttore del programma MBA Full Time presso SDA Bocconi School of Management)

Daveri_Francesco