Diversity management

22/11/2017

Stefano Basaglia

Alla riscossa mamme che i fiumi della retorica sono in piena


Sabato 18 novembre 2017, sulla copertina di D, il supplemento del sabato del quotidiano La Repubblica, si leggeva questo titolo: Top management – Le mamme lo fanno meglio. Nell’articolo interno si raccontava di come le donne che diventano madri sviluppano delle abilità e delle competenze che le rendono migliori nello svolgere attività manageriali e, quindi, nell’agire la professione del manager.

Da un punto di vista della gestione della diversità questo messaggio è sbagliato. L’obiettivo della gestione della diversità, infatti, dovrebbe essere quello di far emergere i conflitti basati sulle identità al fine di risolverli e di tradurli, per quanto possibile, in cooperazione, lavorando sulle politiche, sulle pratiche, sulle percezioni e sui comportamenti delle persone. Il messaggio dell’articolo, invece, sviluppa una retorica dell’«Io sono migliore di te» basata sull’appartenenza, crea una contrapposizione e una competizione tra categorie che rischia di esacerbare il conflitto: da una parte abbiamo le donne che sono madri (definite superwomen e dotate di superpoteri), dall’altra le altre donne che non sono madri (le possiamo definire sotto-donne caratterizzate da sotto-poteri?) e/o gli uomini in generale (nell’articolo la paternità non è presa in considerazione). Se portassimo alle estreme conseguenze questo messaggio, le aziende dovrebbero assumere e/o far avanzare lungo i percorsi di carriera, in via prioritaria, le donne-madri e in via subordinata le altre persone. Entrerebbe in gioco, quindi, un tema di giustizia complessivo.

Inoltre, le fondamenta del messaggio sono un po’ traballanti. Si citano ricerche svolte nell’ambito delle neuroscienze comportamentali che, per ora, si basano su risultati di laboratorio relativi ai topi e si omette che le neuroscienze comportamentali stanno studiando la maternità, ma anche la paternità. Si utilizzano dati quantitativi raccolti attraverso inchieste che hanno misurato, in principal modo, le auto-valutazioni delle donne-madri. Sarebbe interessante conoscere anche qual è la valutazione dei/delle colleghi/e e dei responsabili diretti (e limitiamo la valutazione solo alla sfera lavorativa non incorrendo nell’errore di estendere la logica performativa anche alla sfera personale). Si utilizzano evidenze aneddotiche (le solite classiche eccezioni da mostrare al pubblico). Infine, il messaggio sposa una retorica che concepisce la maternità in chiave biopolitica e utilitaristica: da esperienza importante in sé e per sé (di natura personale) a esperienza utile per le aziende (di natura pubblica). La maternità diventa un’esperienza in cui è rilevante individuare le sinergie con il lavoro, un vessillo da appuntarsi al petto. Si passa, quindi, da un contesto in cui la maternità era oggetto di strategie di nascondimento/depotenziamento a un contesto in cui la maternità è oggetto di strategie di esibizione. Se è sbagliato il nascondimento/depotenziamento, lo è anche l’esibizione utilitaristica.

In un articolo del 1990 pubblicato su Organization Science dal titolo «Deconstructing Organizational Taboos: The Suppression of Gender Conflict in Organizations», la studiosa americana Joanne Martin proponeva l’adozione di una prospettiva femminista nello studio delle organizzazioni attraverso cui (1) depotenziare l’enfasi del discorso organizzativo sulla gerarchia, la competizione, l’efficienza, (2) evitare la confusione tra sfera lavorativa e sfera privata, (3) avviare un cambiamento della struttura e dei ruoli sociali. Il messaggio dell’articolo del supplemento femminile del quotidiano La Repubblica va nella direzione opposta. Ci sarà ancora qualche donna-femminista che possa offrirci una prospettiva realmente diversa sulla società?

Basaglia