Articolo 3

24/07/2017 Stefano Basaglia

Una certa idea di città tra orgoglio e inclusione

Il periodo a cavallo tra giugno e luglio è dedicato, dalla comunità LGBT mondiale, al ricordo della rivolta di Stonewall, avvenuta a New York nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1969. Questa rivolta sancì, simbolicamente, la nascita del movimento di liberazione omosessuale negli Stati Uniti, in Occidente e, con estrema fatica, in tutto il mondo.

Oggi, in molte città sono organizzate le marce dell’Orgoglio omosessuale. Quest’anno la marcia mondiale si è svolta a Madrid (el Orgullo Mundial o World Pride). Le marce per l’orgoglio omosessuale da evento minoritario cui partecipano solo attivisti si sono trasformate in un evento che travalica i confini della comunità LGBT e che va al di là dell’attivismo in sé e per sé. Si tratta di eventi, ormai, che vedono il coinvolgimento di tutti i principali portatori di interesse sul fronte dei diritti civili, dell’uguaglianza e dell’inclusione.

A Madrid, tutta la città e tutte le sue istituzioni hanno accolto i partecipanti mostrando concretamente, attraverso i propri servizi (di accoglienza e sicurezza), e simbolicamente che nella settimana dell’Orgullo la città era dedicata alla diversità: palazzi e fontane erano tinteggiate con i colori dell’arcobaleno (il palazzo del Senato spagnolo ha affisso una bandiera arcobaleno), il Museo del Prado e il Museo Thyssen-Bornemisza hanno creato percorsi ad hoc dedicati all’arte LGBT.

Pride 2Tra tutti questi attori non potevano mancare le imprese. Alla marcia di Madrid ha sfilato una rappresentanza dei lavoratori LGBT di alcune delle principali imprese globali della consulenza, della tecnologia e dei beni di largo consumo (P&G, IBM, Nielsen, Accenture, SAP, Lilly, Ericsson, Lesworking). Inoltre, le principali imprese globali dei media e della tecnologia (Facebook, Google, Spotify, Paypal, Ebay, Netflix ecc.) hanno sponsorizzato la marcia ponendo i loro loghi sui carri che hanno chiuso la sfilata.

Molti attivisti criticano questa «commercializzazione» mettendo in evidenza i rischi di banalizzazione delle marce e di svilimento del messaggio «politico». Certamente le imprese partecipano perché hanno un loro interesse: facendo partecipare i lavoratori fanno employer branding; sponsorizzando i carri, fanno marketing non solo verso i potenziali clienti LGBT, ma verso tutta quella classe sociale «globale» aperta all’innovazione e alla diversità. Facendo questo, però, contribuiscono, indirettamente, anche al processo di legittimazione dell’identità omosessuale e dell’aperta manifestazione di questa identità.

Per molto tempo le imprese sono state criticate perché non facevano nulla per la comunità LGBT e poi quando queste decidono di supportare commercialmente la comunità non va comunque bene. Alcuni parlano di pinkwashing. Certamente le imprese sono un attore economico con finalità prettamente economiche, quindi, il loro contributo è un contributo coerente con questa finalità: non si può chiedere alle imprese di non guardare al profitto. Chi lo fa, lo fa ipocritamente. L’obiettivo finale dovrebbe essere quello di realizzare un equilibrio tra orientamento al profitto e orientamento ai diritti.

Passiamo dalla Spagna all’Italia. Nel corso dell’estate 2017, si è svolta la cosiddetta Onda Pride, ossia un insieme di differenti marce (ben 24) che hanno avuto luogo lungo l’intera penisola coinvolgendo le grandi città (Roma, Milano e Torino) e i piccoli centri di provincia (solo a titolo di esempio, Alba, Arezzo e Gallipoli).

Pride 3Qual è stato il ruolo delle imprese? Focalizziamoci su Milano, una delle marce quantitativamente più partecipate. Dobbiamo sottolineare che c’è stato un netto miglioramento rispetto ad alcuni anni fa, in particolare rispetto al periodo precedente il 2011. Anche a Milano c’è stato il coinvolgimento di alcune delle principali imprese globali: Accenture, Amazon, Deliveroo, Discovery, Facebook, Google, Heineken, LinkedIn, Microsoft, Randstad, TIM, Vitasnella, Vodafone, Zurich.

Vale anche per l’Italia e per Milano, quanto detto a proposito di Madrid. Il modo in cui una città dimostra di essere aperta nei confronti della comunità LGBT è un segnale più generale nei confronti del grado di accettazione e inclusione della diversità. Questo è uno dei parametri che utilizzano le imprese e le organizzazioni per decidere dove collocare le proprie sedi e le proprie attività. Decidere di trasferire la propria sede in una città che discrimina e/o marginalizza la diversità può essere problematico perché diventa difficile trasferirvi i propri dipendenti soprattutto quando questi fanno parte di quella famosa «classe creativa» di cui parlava lo studioso americano Florida.

Questo è importante per Milano soprattutto in questo periodo, ossia in concomitanza con il trasferimento da Londra di alcune agenzie dell’Unione Europea. In particolare, Milano se vuole entrare nel novero delle città internazionali, potenziale spazio fisico e luogo simbolico proiettato verso l’innovazione, deve saper gestire la diversità e stare attenta alla presenza di alcune frange estremiste che si richiamano a un passato che si pensava sepolto: la sterile polemica sul palmizio in piazza del Duomo accompagnata da palma bruciata, l’irruzione al consiglio comunale di Milano da parte di una forza politica di estrema destra, sono avvisaglie di un retroterra che non è stato realmente sradicato e che può minacciare l’immagine di città inclusiva di tutte le diversità.  

Basaglia