Diversity management

09/03/2017

Stefano Basaglia

Benefici fiscali/contributivi, ma non per tutti


Organi di stampa nazionali e locali stanno pubblicando negli ultimi mesi notizie relative a benefici contributivi e/o fiscali da concedere ad alcune categorie di lavoratori: si tratta, in primis, di: i) persone che stanno lavorando all’estero e potrebbero trasferirsi in Italia con l’obiettivo di «attrarre capitale umano» (gli «stranieri» in questione sono professionisti di banche/fondi di investimento/agenzie europee/università); ii) di giovani potenziali lavoratori e/o neo-assunti con l’obiettivo di incrementare il tasso di occupazione dei giovani.

La razionalità formale e sostanziale di queste politiche andrebbe chiarita e spiegata: non si può fare affidamento solo all’«è giusto così» e/o a una banale categorizzazione depersonalizzante. Per esempio, se andiamo a vedere il tasso di occupazione, nel 2015, nel Nord Italia, dei giovani tra i 25 e i 34 anni (con laurea o titolo post-laurea), osserviamo che è stato pari al 74.8 per cento, mentre il tasso di occupazione degli anziani tra i 55 e i 64 anni (con laurea o titolo post-laurea) è stato pari al 77per cento (dati ISTAT).

Innanzitutto, bisognerebbe capire se si tratta di una differenza abissale e quali ne siano le cause (per esempio, dinamiche socio-demografiche, bassa crescita, la recente riforma dell’età pensionabile, basso accesso all’istruzione ecc.).

In secondo luogo è necessario comprendere i potenziali effetti di tali misure. Concedere dei benefici fiscali/contributivi ad alcune categorie, così da ridurre il loro «cuneo fiscale», determina una discriminazione tra lavoratori: lavoratori con mansioni simili e con prestazioni simili ricevono, alla fine, ricompense differenti. Questa differenza può generare, in chi non ricade nelle categorie «protette», un senso di iniquità che può incidere negativamente sulla motivazione e, quindi, sulla produttività.

Colpisce che chi propone politiche di questo tipo non tenga conto di questi effetti collaterali. Effetti collaterali che possono essere ancora più forti perché il beneficio è attribuito alla semplice appartenenza a una categoria: Hai lavorato a Londra negli ultimi X anni? Se vieni in Italia avrai un beneficio fiscale/contributivo; Sei giovane? Sei un neo-assunto? Avrai un beneficio fiscale/contributivo.

Manca, in queste considerazioni un riferimento alle abilità/competenze di chi appartiene a queste categorie e, quindi, un riferimento all’ipotetica prestazione che queste persone possono dare alle singole organizzazioni e alla società nel suo complesso.

Si badi bene che qui non stiamo parlando del famigerato «Merito», quella parola che ormai è così tanto ripetuta da essere diventata un semplice slogan retorico. No, qui si sta parlando del legame «reale» tra prestazione e ricompensa. Perché un professionista che ha lavorato a Londra, a parità di mansione, di prestazione e di retribuzione lorda, dovrebbe avere di più di un suo collega che ha sempre lavorato in Italia? Perché un impiegato cinquantacinquenne, a parità di mansione, di prestazione e di retribuzione lorda, dovrebbe avere meno di un suo collega trentenne?

È questo ciò di cui dobbiamo parlare, quando si pensa di introdurre benefici fiscali e/o contributivi come quelli di cui si sta discutendo. Alla fine bisogna infatti giustificare perché una persona di 30 anni «valga» di più di una persona di 50 anni, a parità di mansione/prestazione/reddito. 

Basaglia