Articolo 3

20/12/2018 Simona Cuomo

La violenza contro le donne: quanto contano il ricatto e la violenza verbale

Il 25 novembre si è celebrata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, una ricorrenza istituita dall’ONU nel 1999, in quanto considerata una violazione dei diritti umani. Tale violazione è una conseguenza della discriminazione contro le donne, dal punto di vista legale, sociale, culturale e delle persistenti disuguaglianze tra uomo e donna, anche nel mondo del lavoro.

L'ONU ha ufficializzato una data in cui un gruppo di donne attiviste latinoamericane si sono riunite a Bogotá nel 1981 in ricordo del brutale assassinio delle tre sorelle Mirabal considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime del dittatore della Repubblica Dominicana Trujillo (1930-1961). In tutto il mondo il 25 novembre è celebrato come Orange Day, a partire da UN Women, l’Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere, che lo ha scelto come simbolo di un futuro in cui le donne si saranno liberate della violenza degli uomini. In Italia la Giornata si celebra dal 2005 e il simbolo arancione si è tinto di rosso, ispirandosi all’installazione dell’artista messicana Elina Chauvet «Zapatos Rojas»: scarpe rosse panchine rosse e altre simbologie (foulard, coccarde, tatuaggi ecc.) vengono utilizzate per sensibilizzare l’opinione pubblica.

Infatti, secondo i più recenti dati Istat, 8.816.000 (43,6 per cento) donne fra i 14 e i 65 anni hanno subito qualche forma di molestia sessuale nel corso della propria vita; 404.000 donne lavoratrici (9 per cento) hanno subito molestie fisiche o ricatti sessuali; 1.173.000 donne, per lo più impiegate, dichiarano di essere state ricattate sessualmente nel corso della propria carriera per essere assunte, per mantenere il posto di lavoro o per ottenere passaggi di carriera. Di fronte a questi dati, le ricerche evidenziano come ci sia molta preoccupazione (Workplace Violence and Harassment: A European Picture) nel mondo del lavoro, anche se solo il 25 per cento delle imprese (e non più del 10 per cento in molti Paesi dell’UE) ha attuato politiche ad hoc per affrontare questo fenomeno.

Per contrastare questa situazione, numerosi accordi e misure giurisprudenziali sono stati recepiti dalla Risoluzione del Parlamento europeo dell’11 settembre 2018 UE2018/2055(INI)), in un quadro più organico e d’indirizzo complessivo. Voltata la pagina del 25 novembre, il dibattito e il discorso pubblico pongono prevalentemente l’accento su fenomeni che destano grande scalpore data l’indubbia gravità dei fatti che vengono raccontati, ma che rischiano di distogliere l’attenzione da fenomeni più sottili e quotidiani della vita familiare, sociale e lavorativa.

Il termine «microaggressione» è usato per indicare messaggi denigratori (verbali e non verbali) sottili e nascosti nei confronti di un gruppo sociale di minoranza (C. Pierce 1970; Derald Wing 2010). La violenza, le aggressioni e le svalutazioni verbali, i continui ricatti e le minacce psicologiche, i comportamenti di non ascolto e non considerazione ecc. hanno conseguenze a volte più pericolose delle ferite fisiche. Le microaggressioni fanno parte della vita quotidiana sociale e lavorativa e, poiché non se ne parla, poiché vengono taciute e non considerate, rischiano di diventare un dato di normalità, come un quadro appeso sulle pareti di casa o dell’ufficio.

Ma sono proprio questi micro comportamenti costanti e ripetuti a ledere l’identità femminile minandone l’integrità, l’autostima e depotenziandone il principio di autodeterminazione. indispensabile non solo per rispondere in modo efficace a comportamenti denigratori, ma per ricostruire una cultura inclusiva e rispettosa della persona, indipendentemente dalla sua identità di genere o sociale.

Cuomo Simona

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