Articolo 3

10/10/2018

Stefano Basaglia

Segregazione al lavoro: quando gli uomini sono minoranza


96 per cento, 77 per cento e 63 per cento. Tre percentuali che rappresentano il peso delle donne insegnanti, rispettivamente, nella scuola elementare, media inferiore e media superiore in Italia. Il fenomeno non è recente e un tale livello di segregazione di genere avrebbe dovuto spingere il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca scientifica (MIUR) – il datore di lavoro della maggioranza degli insegnanti in Italia – a mettere in atto piani, programmi e azioni tesi a risolvere questo problema. Sul sito del Ministero non c’è nessuna traccia di questi piani, programmi e azioni. Nel rapporto Almalaurea 2018 si legge:

«Si rileva una forte differenziazione nella composizione per genere dei vari ambiti disciplinari. Nei corsi di primo livello le donne costituiscono la forte maggioranza nei gruppi insegnamento (93,6%), linguistico (83,6 per cento), psicologico (80,0 per cento) e professioni sanitarie (69,8 per cento). Di converso, esse risultano una minoranza nei gruppi ingegneria (26,1 per cento), scientifico (28,2 per cento) ed educazione fisica (31,6 per cento). Tale distribuzione è confermata anche all’interno dei percorsi magistrali biennali. Nei corsi magistrali a ciclo unico le donne prevalgono nettamente in tutti i gruppi disciplinari: dal 96,3 per cento nel gruppo insegnamento al 54,4 per cento nel gruppo medicina e odontoiatria».

Vista questa situazione, che cosa si sta facendo per incentivare i ragazzi a scegliere percorsi educativi e formativi coerenti rispetto alla professione di insegnante? La risposta è: nulla. C’è una grande discussione relativamente al tema dell’accesso delle ragazze alle lauree cosiddette STEM (ossia, scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) che coinvolge i principali soggetti istituzionali, i media e l’opinione pubblica. A questa attenzione fa da contraltare un grande silenzio verso l’accesso dei ragazzi alle lauree umanistiche e sociali, quando il divario donne-uomini in tali aree disciplinari è ben più mercato di quello che si rileva nel campo delle STEM.

Perché, quindi, non ci si pone neppure il problema dell’accesso dei ragazzi alle lauree umanistiche e sociali? Perché non c’è un dibattito sull’introduzione di target e/o quote nell’ambito dei concorsi per accedere alla professione di insegnante? Perché non c’è un dibattito ampio sulla femminilizzazione di questa professione? Una possibile spiegazione è la seguente: la professione di insegnante è stata progressivamente imprigionata nella gabbia di ferro della burocrazia, ha progressivamente perso lo status e il prestigio sociale che aveva, è caratterizzata da una remunerazione relativamente bassa, non dà, quindi, potere economico e sociale a chi la svolge. Se questa lettura, tra le altre possibili, è vera, allora sorge il dubbio che il tema della parità di genere, delle quote «rosa», dell’equilibrio tra uomini e donne non sia altro che uno dei tanti strumenti per combattere una lotta per lo status, il prestigio e il potere. Una lotta giusta e legittima il cui obiettivo non è rovesciare tutti i tavoli e cambiarli, ma prediligere solo quelli in cui si serve il pranzo di gala.

Basaglia