#Diogenedixit

02/11/2016

Davide Reina

A proposito dell’importanza della competenza


O félé fa el tò mésté

(Pasticcere fai il tuo mestiere)

 

Questo bel proverbio milanese ci ricorda che ognuno deve occuparsi delle cose che conosce. E non di quelle che non conosce. Anche in azienda. Soprattutto in azienda.

Un’impresa è come una grande orchestra. Il primo violino fa il primo violino, e non deve permettersi di criticare come suona l’oboe. E viceversa. Allo stesso modo, il direttore vendite non deve permettersi di criticare l’operato del direttore produzione. E viceversa. Altrimenti quell’organizzazione non è un’impresa: è il caos.

Infatti, al di là di tutte le storie che si raccontano sull’impresa liquida, e a proposito dell’azienda «senza funzioni» ma solo team di lavoro, l’impresa deve avere una sua struttura funzionale. Con delle aree di competenza e di responsabilità ben distinte, all’interno delle quali ciascuno fa, bene, il proprio mestiere.

Ricordo chiaramente di avere vissuto, come manager, entrambe le situazioni.

La prima: quella di un’azienda nella quale le riunioni con l’amministratore delegato erano condotte nel pieno rispetto delle reciproche competenze dei responsabili di funzione. Erano riunioni che funzionavano, appunto, con lo stesso senso di coordinamento formidabile di una grande orchestra diretta da un eccellente direttore. E non solo: ogni direttore di funzione partiva dal presupposto che la sua area di competenza sarebbe stata rispettata, e dunque adottava un approccio costruttivo e rilassato.

La seconda: quella di un’impresa nella quale i meeting con l’amministratore delegato erano condotti secondo una sostanziale mancanza di rispetto dell’altrui competenza. Riunioni in cui ognuno poteva dire ciò che pensava a proposito dell’area di competenza altrui. Sono state le riunioni più improduttive e frustranti alle quali mi sia mai capitato di partecipare, nelle quali tutti i responsabili di funzione partivano da un approccio difensivo e nervoso, pronti a parare le bordate che sarebbero potute giungere dai loro colleghi. Un tiro incrociato privo di costrutto, condotto in nome di una supposta libertà di dire ciò che si pensava. In realtà, situazioni nelle quali ciascuno poteva dare libero sfogo ai propri più bassi istinti organizzativi, compreso quello di mettere in difficoltà il collega allo scopo di allargare la propria area di potere.

In azienda, far rispettare il principio enunciato dal proverbio milanese spetta a colui il quale, paradossalmente, non ha (più) un’unica competenza funzionale: l’imprenditore. Come nella metafora della musica: se un’orchestra suona male la responsabilità non è mai dei singoli strumentisti, ma del direttore.

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