China Watching

Cecilia Attanasio Ghezzi

I mea culpa delle aziende


Il governo cinese interviene con frequenza sulle campagne comunicative delle multinazionali nel Paese, specie riguardo alla questione di Taiwan. E le aziende non hanno la forza di opporsi a queste richieste.

Pechino val bene una scusa. O almeno questo è quello che pensano sempre più aziende, specie le multinazionali, quelle che non possono e non vogliono rinunciare al mercato del futuro. E la Cina se ne approfitta.

Il marchio d’abbigliamento Gap, per esempio, ha dovuto fare pubblica ammenda e ritirare dal mercato una maglietta con la mappa della Repubblica popolare. Mancavano territori come Taiwan, il Tibet meridionale e il Mar cinese meridionale che Pechino considera a tutti gli effetti suoi. Su Weibo, il Twitter cinese, si è scatenato l’inferno. Il popolo cinese si è pubblicamente indignato, tanto che l’azienda statunitense ha dovuto rispondere a tono. Non solo ha specificato che «rispetta la sovranità e l’integrità territoriale della Cina», ma ha anche distrutto i capi non venduti.

Ancora prima era scivolata la Mercedes Benz, quasi 590.000 vetture vendute nel 2017 solo nell’ex Celeste impero. Aveva ardito commentare una sua foto pubblicitaria su Instagram, che per altro in Cina è censurato, con una frase attribuita al Dalai Lama: «Guarda alle situazioni da tutte le prospettive e diventerai più aperto». Ma quello che per il mondo è un leader spirituale, per Pechino è un pericoloso separatista, «un lupo travestito da pecora» come la propaganda l’ha definito in più occasioni. Anche qui foto cancellata e lunghe scuse ufficiali su Weibo in cui si definiva l’accaduto «un messaggio scorretto diffuso sui nostri social media internazionali che ha offeso i nostri clienti e impiegati cinesi».

Ma «l’errore» più «grave» e frequente che compiono le aziende straniere in Cina è quello di definire Taiwan un Paese a sé stante. L’hanno compiuto, poi ravvedendosi, l’azienda di abbigliamento spagnola Zara, la giapponese Muji, la catena alberghiera Marriott (oltre 270 strutture sul territorio), l’azienda automobilistica Audi (quasi 600.000 vetture vendute) e diverse compagnie aeree, per la maggior parte statunitensi.

E infatti è intervenuta la Casa Bianca definendo «un’assurdità orwelliana», la più recente, tassativa e ufficiale richiesta da parte di Pechino a 36 compagnie aeree internazionali: le destinazioni all’interno dell’isola di Taiwan devono essere considerate a tutti gli effetti parte del territorio della Repubblica popolare cinese, come pure Hong Kong e Macao. I siti devono essere corretti e le «province» devono essere indicate sulle mappe con lo stesso colore della Cina propriamente detta. La richiesta di Pechino, si specifica, deve essere esaudita, pena non meglio specificate «azioni punitive contro le aziende coinvolte».

L’amministrazione Trump denuncia così «il sempre più frequente tentativo del Partito comunista cinese di imporre la sua “correttezza politica” alle aziende e ai cittadini americani». Gli analisti sono un po’ preoccupati. Il punto è che l’influenza politica ed economica della Repubblica popolare sta crescendo a dismisura e ci si chiede fino a che punto le aziende private di tutto il mondo possano e debbano chiudere un occhio su loro principi e valori cardini al fine di penetrare quello che è al momento il mercato più appetibile a livello mondiale.

Quella di Pechino è evidentemente una strategia guidata dagli apparati statali, tanto che si è mosso persino il portavoce del ministro degli esteri Lu Kang: «Le aziende straniere sono benvenute» ha detto durante una conferenza stampa, «ma devono obbedire alle leggi cinesi e rispettare il sentimento nazionale». La polemica più spicciola è stata affidata al nazionalismo sul web e ai quotidiani di Partito.

Un editoriale del China Daily domandava polemicamente: «Che succederebbe se un’azienda cinese considerasse l’Alaska o le Hawaii territori indipendenti?». E il Global Times rispondeva piccato al comunicato della Casa Bianca: «Le pratiche sbagliate vanno corrette, e questo non ha niente a che vedere con il sistema politico o l’ideologia». La citazione di Orwell «dimostra come le élite statunitensi continuano a considerare la Cina uno Stato totalitario senza prendere in considerazione la complessità della società cinese».

La situazione in effetti è veramente complicata. Se Hong Kong e Macao sono state restituite alla «madrepatria» secondo la formula «un Paese due sistemi» con cui si concede che all’interno di un territorio sottoposto a un’unica sovranità possano esistere aree amministrate con differente ordinamento istituzionale e contraddistinte da un diverso sistema economico, a Taiwan la formula «una sola Cina» ha complicato la questione. A oltre 60 anni dalla separazione, formalmente Pechino considera ancora l’isola una «provincia ribelle» e Taipei continua a pensare la terraferma come «un territorio della Repubblica cinese esterno all’area di Taiwan». Così si è obbligati tutti i Paesi del mondo a prendere una posizione ufficiale: o si riconosce la Cina di Pechino o quella di Taipei.

Ma se a livello diplomatico la battaglia è già vinta (ormai appena 18 Paesi minori, di cui il più importante è il Vaticano, riconoscono Taiwan), per chi è nato è cresciuto nell’«isola ribelle» non è così semplice. Nessuno che abbia meno di 30 anni ormai può immaginare un futuro alle dipendenze della Cina. Temono di perdere la democrazia e la libertà di espressione. Ma, anche solo per il numero di abitanti, il loro potere d’acquisto e di contrattazione è infinitamente più debole. Pechino se ne approfitta, e le aziende non hanno la forza di opporsi alle sue decisioni. Gli affari sono affari, certo. Ma la politica dovrebbe essere un’altra cosa.

(Cecilia Attanasio Ghezzi è giornalista. Dal 2011 al 2017 ha vissuto a Pechino ed è stata caporedattrice di China Files. Ha lavorato con Internazionale, La Stampa, Il Fatto Quotidiano e molti altri. Attualmente è a Milano, nel gruppo editoriale News3.0)

Cecilia Attanasio Ghezzi