China Watching

Cecilia Attanasio Ghezzi

Tutti gli uomini del presidente Xi


L’abolizione del vincolo dei due mandati apre le porte a una nuova fase in cui il Partito comunista cinese cercherà di riaffermare la propria centralità nelle decisioni chiave per il Paese. Per capire cos’ha concretamente in mente la leadership, bisognerà vedere come si muoveranno quest’anno i suoi più stretti collaboratori

Si è chiuso il lianghui, la «doppia assemblea», l’appuntamento annuale più importante di quella complessa piramide in cui il Partito si sovrappone allo Stato nella Repubblica popolare cinese. Come a marzo di ogni anno, più di cinquemila delegati sono confluiti a Pechino. È una delle rare occasioni in cui le persone più influenti dello Stato più popoloso del mondo si trovano fisicamente nello stesso luogo. E quest’anno ha segnato una svolta di cui leggeremo nei libri di storia.

La Costituzione è stata emendata. Abolito il limite dei due mandati per presidente e vicepresidente e istituita una Commissione di sorveglianza nazionale. Nel discorso conclusivo il presidente Xi Jinping ha poi tratteggiato quello che sarà la Cina, la sua Cina. «Ogni sforzo per dividere la Nazione sarà destinato a fallire». Il riferimento è chiaramente Taiwan, se Xi riuscisse a unificare quella che Pechino continua a chiamare «regione ribelle» non ci sarebbero dubbi sul suo essere più grande di Mao Zedong e Deng Xiaoping. Intanto in cinque anni il presidente è riuscito ad accentrare su di sé tutti i poteri per un numero indefinito di anni. E a piazzare i suoi uomini chiave in tutte le posizioni apicali. Il Partito è di nuovo sopra lo Stato. Ed il Partito, in questo momento, risponde a lui e a lui solo.

Ci tiene comunque a rasserenare gli animi. Per quanto riguarda la situazione internazionale, la seconda economia mondiale proseguirà nella sua «ascesa pacifica», ma il resto del mondo non deve aver paura. «Solo coloro che sono soliti minacciare gli altri, vedranno gli altri come una minaccia». Bisogna leggere tra le righe. Il messaggio è chiaramente rivolto agli Stati Uniti di Donald Trump che, mentre la leadership era riunita in conclave, ha ordinato di raddoppiare il nuovo pacchetto di dazi contro la Cina, portandolo dai 30 miliardi di dollari presentatigli dai suoi consiglieri a 60 miliardi di dollari. A questo risponde il premier (riconfermato) Li Keqiang con la formula di rito: «La Cina non vuole guerre commerciali con gli USA in cui peraltro non ci sarebbe alcun vincitore qualora ce ne fosse una».

Quello che è indubbio è che sono tempi difficili. E che la complessità è destinare ad aumentare. Sul piatto ci sono incredibili sfide interne ed estere. E ora che Xi Jinping è «presidente di ogni cosa», la responsabilità di qualsiasi cosa accada sarà solo sua. E le occasioni perché qualcosa vada storto non mancano. Oltre alla questione di Taiwan, la Cina dovrà confrontarsi con l’instabilità della penisola coreana e le acque contese del Mar cinese meridionale. Ma è il fronte interno quello che evidentemente più preoccupa. Dietro l’angolo potrebbe esserci una crisi del debito o l’impossibilità di mantenere l’occupazione interna nei limiti della decenza (non dimentichiamo che il Paese ha bisogno di 20 milioni di nuovi posti di lavoro ogni anno).

Oltre alle sfide dell’automazione e dell’intelligenza artificiale con cui si stanno confrontando tutte le economie più avanzate, la Repubblica popolare sta affrontando la transizione da un’economia basata sulla produzione a quella basata sul terziario. È costantemente in discussione il fulcro del patto non scritto che ha permesso al Partito di governare per più di sessant’anni: il continuo miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie cinesi. E Xi ha deciso che era tornato il momento di rivalutare le parole di Mao: «Il potere politico nasce dalla canna di un fucile». Ha messo i suoi fedelissimi nelle posizioni apicali dell’Esercito di liberazione popolare e ha fatto in modo che quest’ultimo tornasse a essere sotto il controllo del Partito più che dello Stato. Ricordiamoci che il Partito comunista nasce da una rivoluzione: ha preso il potere con la forza e, se necessario, lo conserverà con essa.

Il presidente, cuore del Partito a cui si deve l’esistenza della Cina così come la conosciamo, si è reso conto poi di un’altra cosa. Negli ultimi trent’anni, «riforme e apertura» hanno decentralizzato molte delle decisioni chiave, lasciando che il sistema economico si assestasse assecondando le iniziative private e le reazioni dei mercati. Questo a lungo andare ha logorato la centralità del Partito mettendone quasi a rischio la sopravvivenza. Xi ha deciso che è arrivato il momento di riprendere saldamente in mano il timone.

Il nuovo modello economico, inaugurato cinque anni fa sotto la sua presidenza, ha messo al centro – con discreto successo – i consumi, la sostenibilità ambientale e l’innovazione nelle biotecnologie e dell’intelligenza artificiale. Ha mancato però di affrontare con decisione quelle debolezze strutturali in cui si annidano reti di clientelismo politico e povertà. I nodi principali sono l’inefficienza delle aziende di Stato, la sovrapproduzione, le disuguaglianze e le politiche fiscali e del lavoro. I vertici sanno bene che in questi ultimi anni è stato il privato a trainare l’economia e a creare nuovi posti di lavoro, ma sono altrettanto coscienti che questa situazione è quella che più ha contribuito a erodere la centralità del Partito. Non è un caso che sono sempre più numerose le grandi aziende private a dover affrontare seri problemi che hanno più a vedere con la politica che con il mondo degli affari. In questo senso la temporanea nazionalizzazione di Anbang potrebbe essere un caso studio da tenere d’occhio.

Sembra che la Repubblica popolare sia sul punto «in cui tutto deve cambiare affinché tutto rimanga com’è». Ma per capire cos’ha concretamente in mente la leadership, bisognerà vedere come si muoveranno quest’anno i suoi uomini. E ce ne sono fondamentalmente tre che hanno in mano politica estera ed economia. Sono tutti e tre fedeli sodali del presidente e sono tutti stati messi in posizioni blindate durante quest’ultima lianghui. Sono il vicepresidente Wang Qishan, anche lui da quest’anno senza limiti di mandato, il vicepremier Liu He che con ogni probabilità tratterà i rapporti economici tra Cina e Occidente e Wang Yang, noto liberale che ha definito i rapporti tra USA e Cina come «un matrimonio in cui non è possibile divorziare» e che oggi presiede il Comitato nazionale della Conferenza politica consultiva del popolo cinese, la massima autorità consultiva nel complesso organigramma dell’ex Impero di mezzo. Guardarli agire quest’anno sarà utile per capire se e quanto ci dobbiamo spaventare. La Cina sta cambiando pelle, e non è detto che la nuova ci stia comoda quanto la vecchia.

(Cecilia Attanasio Ghezzi è giornalista. Dal 2011 al 2017 ha vissuto a Pechino ed è stata caporedattrice di China Files. Ha lavorato con Internazionale, La Stampa, Il Fatto Quotidiano e molti altri. Attualmente è a Milano, nel gruppo editoriale News3.0)

Cecilia Attanasio Ghezzi